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DIVINA COMMEDIA

INFERNO:

PURGATORIO:
PARADISO:

INFERNO







Inferno: Canto I




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Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura

che' la diritta via era smarrita.



Ahi quanto a dir qual era e` cosa dura

esta selva selvaggia e aspra e forte

che nel pensier rinova la paura!



Tant'e` amara che poco e` piu` morte;

ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,

diro` de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.



Io non so ben ridir com'i' v'intrai,

tant'era pien di sonno a quel punto

che la verace via abbandonai.



Ma poi ch'i' fui al pie` d'un colle giunto,

la` dove terminava quella valle

che m'avea di paura il cor compunto,



guardai in alto, e vidi le sue spalle

vestite gia` de' raggi del pianeta

che mena dritto altrui per ogne calle.



Allor fu la paura un poco queta

che nel lago del cor m'era durata

la notte ch'i' passai con tanta pieta.



E come quei che con lena affannata

uscito fuor del pelago a la riva

si volge a l'acqua perigliosa e guata,



cosi` l'animo mio, ch'ancor fuggiva,

si volse a retro a rimirar lo passo

che non lascio` gia` mai persona viva.



Poi ch'ei posato un poco il corpo lasso,

ripresi via per la piaggia diserta,

si` che 'l pie` fermo sempre era 'l piu` basso.



Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,

una lonza leggera e presta molto,

che di pel macolato era coverta;



e non mi si partia dinanzi al volto,

anzi 'mpediva tanto il mio cammino,

ch'i' fui per ritornar piu` volte volto.



Temp'era dal principio del mattino,

e 'l sol montava 'n su` con quelle stelle

ch'eran con lui quando l'amor divino



mosse di prima quelle cose belle;

si` ch'a bene sperar m'era cagione

di quella fiera a la gaetta pelle



l'ora del tempo e la dolce stagione;

ma non si` che paura non mi desse

la vista che m'apparve d'un leone.



Questi parea che contra me venisse

con la test'alta e con rabbiosa fame,

si` che parea che l'aere ne tremesse.



Ed una lupa, che di tutte brame

sembiava carca ne la sua magrezza,

e molte genti fe' gia` viver grame,



questa mi porse tanto di gravezza

con la paura ch'uscia di sua vista,

ch'io perdei la speranza de l'altezza.



E qual e` quei che volontieri acquista,

e giugne 'l tempo che perder lo face,

che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;



tal mi fece la bestia sanza pace,

che, venendomi 'ncontro, a poco a poco

mi ripigneva la` dove 'l sol tace.



Mentre ch'i' rovinava in basso loco,

dinanzi a li occhi mi si fu offerto

chi per lungo silenzio parea fioco.



Quando vidi costui nel gran diserto,

"Miserere di me", gridai a lui,

"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".



Rispuosemi: “Non omo, omo gia` fui,

e li parenti miei furon lombardi,

mantoani per patria ambedui.



Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,

e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto

nel tempo de li dei falsi e bugiardi.



Poeta fui, e cantai di quel giusto

figliuol d'Anchise che venne di Troia,

poi che 'l superbo Ilion fu combusto.



Ma tu perche' ritorni a tanta noia?

perche' non sali il dilettoso monte

ch'e` principio e cagion di tutta gioia”.



“Or se' tu quel Virgilio e quella fonte

che spandi di parlar si` largo fiume?”,

rispuos'io lui con vergognosa fronte.



“O de li altri poeti onore e lume

vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore

che m'ha fatto cercar lo tuo volume.



Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;

tu se' solo colui da cu' io tolsi

lo bello stilo che m'ha fatto onore.



Vedi la bestia per cu' io mi volsi:

aiutami da lei, famoso saggio,

ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi”.



“A te convien tenere altro viaggio”,

rispuose poi che lagrimar mi vide,

“se vuo' campar d'esto loco selvaggio:



che' questa bestia, per la qual tu gride,

non lascia altrui passar per la sua via,

ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;



e ha natura si` malvagia e ria,

che mai non empie la bramosa voglia,

e dopo 'l pasto ha piu` fame che pria.



Molti son li animali a cui s'ammoglia,

e piu` saranno ancora, infin che 'l veltro

verra`, che la fara` morir con doglia.



Questi non cibera` terra ne' peltro,

ma sapienza, amore e virtute,

e sua nazion sara` tra feltro e feltro.



Di quella umile Italia fia salute

per cui mori` la vergine Cammilla,

Eurialo e Turno e Niso di ferute.



Questi la caccera` per ogne villa,

fin che l'avra` rimessa ne lo 'nferno,

la` onde 'nvidia prima dipartilla.



Ond'io per lo tuo me' penso e discerno

che tu mi segui, e io saro` tua guida,

e trarrotti di qui per loco etterno,



ove udirai le disperate strida,

vedrai li antichi spiriti dolenti,

ch'a la seconda morte ciascun grida;



e vederai color che son contenti

nel foco, perche' speran di venire

quando che sia a le beate genti.



A le quai poi se tu vorrai salire,

anima fia a cio` piu` di me degna:

con lei ti lascero` nel mio partire;



che' quello imperador che la` su` regna,

perch'i' fu' ribellante a la sua legge,

non vuol che 'n sua citta` per me si vegna.



In tutte parti impera e quivi regge;

quivi e` la sua citta` e l'alto seggio:

oh felice colui cu' ivi elegge!”.



E io a lui: “Poeta, io ti richeggio

per quello Dio che tu non conoscesti,

accio` ch'io fugga questo male e peggio,



che tu mi meni la` dov'or dicesti,

si` ch'io veggia la porta di san Pietro

e color cui tu fai cotanto mesti”.



Allor si mosse, e io li tenni dietro.







Inferno: Canto II



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Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno

toglieva li animai che sono in terra

da le fatiche loro; e io sol uno



m'apparecchiava a sostener la guerra

si` del cammino e si` de la pietate,

che ritrarra` la mente che non erra.



O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;

o mente che scrivesti cio` ch'io vidi,

qui si parra` la tua nobilitate.



Io cominciai: “Poeta che mi guidi,

guarda la mia virtu` s'ell'e` possente,

prima ch'a l'alto passo tu mi fidi.



Tu dici che di Silvio il parente,

corruttibile ancora, ad immortale

secolo ando`, e fu sensibilmente.



Pero`, se l'avversario d'ogne male

cortese i fu, pensando l'alto effetto

ch'uscir dovea di lui e 'l chi e 'l quale,



non pare indegno ad omo d'intelletto;

ch'e' fu de l'alma Roma e di suo impero

ne l'empireo ciel per padre eletto:



la quale e 'l quale, a voler dir lo vero,

fu stabilita per lo loco santo

u' siede il successor del maggior Piero.



Per quest'andata onde li dai tu vanto,

intese cose che furon cagione

di sua vittoria e del papale ammanto.



Andovvi poi lo Vas d'elezione,

per recarne conforto a quella fede

ch'e` principio a la via di salvazione.



Ma io perche' venirvi? o chi 'l concede?

Io non Enea, io non Paulo sono:

me degno a cio` ne' io ne' altri 'l crede.



Per che, se del venire io m'abbandono,

temo che la venuta non sia folle.

Se' savio; intendi me' ch'i' non ragiono”.



E qual e` quei che disvuol cio` che volle

e per novi pensier cangia proposta,

si` che dal cominciar tutto si tolle,



tal mi fec'io 'n quella oscura costa,

perche', pensando, consumai la 'mpresa

che fu nel cominciar cotanto tosta.



“S'i' ho ben la parola tua intesa”,

rispuose del magnanimo quell'ombra;

“l'anima tua e` da viltade offesa;



la qual molte fiate l'omo ingombra

si` che d'onrata impresa lo rivolve,

come falso veder bestia quand'ombra.



Da questa tema accio` che tu ti solve,

dirotti perch'io venni e quel ch'io 'ntesi

nel primo punto che di te mi dolve.



Io era tra color che son sospesi,

e donna mi chiamo` beata e bella,

tal che di comandare io la richiesi.



Lucevan li occhi suoi piu` che la stella;

e cominciommi a dir soave e piana,

con angelica voce, in sua favella:



"O anima cortese mantoana,

di cui la fama ancor nel mondo dura,

e durera` quanto 'l mondo lontana,



l'amico mio, e non de la ventura,

ne la diserta piaggia e` impedito

si` nel cammin, che volt'e` per paura;



e temo che non sia gia` si` smarrito,

ch'io mi sia tardi al soccorso levata,

per quel ch'i' ho di lui nel cielo udito.



Or movi, e con la tua parola ornata

e con cio` c'ha mestieri al suo campare

l'aiuta, si` ch'i' ne sia consolata.



I' son Beatrice che ti faccio andare;

vegno del loco ove tornar disio;

amor mi mosse, che mi fa parlare.



Quando saro` dinanzi al segnor mio,

di te mi lodero` sovente a lui".

Tacette allora, e poi comincia' io:



"O donna di virtu`, sola per cui

l'umana spezie eccede ogne contento

di quel ciel c'ha minor li cerchi sui,



tanto m'aggrada il tuo comandamento,

che l'ubidir, se gia` fosse, m'e` tardi;

piu` non t'e` uo' ch'aprirmi il tuo talento.



Ma dimmi la cagion che non ti guardi

de lo scender qua giuso in questo centro

de l'ampio loco ove tornar tu ardi".



"Da che tu vuo' saver cotanto a dentro,

dirotti brievemente", mi rispuose,

"perch'io non temo di venir qua entro.



Temer si dee di sole quelle cose

c'hanno potenza di fare altrui male;

de l'altre no, che' non son paurose.



I' son fatta da Dio, sua merce', tale,

che la vostra miseria non mi tange,

ne' fiamma d'esto incendio non m'assale.



Donna e` gentil nel ciel che si compiange

di questo 'mpedimento ov'io ti mando,

si` che duro giudicio la` su` frange.



Questa chiese Lucia in suo dimando

e disse: - Or ha bisogno il tuo fedele

di te, e io a te lo raccomando -.



Lucia, nimica di ciascun crudele,

si mosse, e venne al loco dov'i' era,

che mi sedea con l'antica Rachele.



Disse: - Beatrice, loda di Dio vera,

che' non soccorri quei che t'amo` tanto,

ch'usci` per te de la volgare schiera?



non odi tu la pieta del suo pianto?

non vedi tu la morte che 'l combatte

su la fiumana ove 'l mar non ha vanto? -.



Al mondo non fur mai persone ratte

a far lor pro o a fuggir lor danno,

com'io, dopo cotai parole fatte,



venni qua giu` del mio beato scanno,

fidandomi del tuo parlare onesto,

ch'onora te e quei ch'udito l'hanno".



Poscia che m'ebbe ragionato questo,

li occhi lucenti lagrimando volse;

per che mi fece del venir piu` presto;



e venni a te cosi` com'ella volse;

d'inanzi a quella fiera ti levai

che del bel monte il corto andar ti tolse.



Dunque: che e`? perche', perche' restai?

perche' tanta vilta` nel core allette?

perche' ardire e franchezza non hai,



poscia che tai tre donne benedette

curan di te ne la corte del cielo,

e 'l mio parlar tanto ben ti promette?”.



Quali fioretti dal notturno gelo

chinati e chiusi, poi che 'l sol li 'mbianca

si drizzan tutti aperti in loro stelo,



tal mi fec'io di mia virtude stanca,

e tanto buono ardire al cor mi corse,

ch'i' cominciai come persona franca:



“Oh pietosa colei che mi soccorse!

e te cortese ch'ubidisti tosto

a le vere parole che ti porse!



Tu m'hai con disiderio il cor disposto

si` al venir con le parole tue,

ch'i' son tornato nel primo proposto.



Or va, ch'un sol volere e` d'ambedue:

tu duca, tu segnore, e tu maestro”.

Cosi` li dissi; e poi che mosso fue,



intrai per lo cammino alto e silvestro.







Inferno: Canto III



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Per me si va ne la citta` dolente,

per me si va ne l'etterno dolore,

per me si va tra la perduta gente.



Giustizia mosse il mio alto fattore:

fecemi la divina podestate,

la somma sapienza e 'l primo amore.



Dinanzi a me non fuor cose create

se non etterne, e io etterno duro.

Lasciate ogne speranza, voi ch'intrate".



Queste parole di colore oscuro

vid'io scritte al sommo d'una porta;

per ch'io: “Maestro, il senso lor m'e` duro”.



Ed elli a me, come persona accorta:

“Qui si convien lasciare ogne sospetto;

ogne vilta` convien che qui sia morta.



Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto

che tu vedrai le genti dolorose

c'hanno perduto il ben de l'intelletto”.



E poi che la sua mano a la mia puose

con lieto volto, ond'io mi confortai,

mi mise dentro a le segrete cose.



Quivi sospiri, pianti e alti guai

risonavan per l'aere sanza stelle,

per ch'io al cominciar ne lagrimai.



Diverse lingue, orribili favelle,

parole di dolore, accenti d'ira,

voci alte e fioche, e suon di man con elle



facevano un tumulto, il qual s'aggira

sempre in quell'aura sanza tempo tinta,

come la rena quando turbo spira.



E io ch'avea d'error la testa cinta,

dissi: “Maestro, che e` quel ch'i' odo?

e che gent'e` che par nel duol si` vinta?”.



Ed elli a me: “Questo misero modo

tegnon l'anime triste di coloro

che visser sanza 'nfamia e sanza lodo.



Mischiate sono a quel cattivo coro

de li angeli che non furon ribelli

ne' fur fedeli a Dio, ma per se' fuoro.



Caccianli i ciel per non esser men belli,

ne' lo profondo inferno li riceve,

ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli”.



E io: “Maestro, che e` tanto greve

a lor, che lamentar li fa si` forte?”.

Rispuose: “Dicerolti molto breve.



Questi non hanno speranza di morte

e la lor cieca vita e` tanto bassa,

che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte.



Fama di loro il mondo esser non lassa;

misericordia e giustizia li sdegna:

non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.



E io, che riguardai, vidi una 'nsegna

che girando correva tanto ratta,

che d'ogne posa mi parea indegna;



e dietro le venia si` lunga tratta

di gente, ch'i' non averei creduto

che morte tanta n'avesse disfatta.



Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l'ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto.



Incontanente intesi e certo fui

che questa era la setta d'i cattivi,

a Dio spiacenti e a' nemici sui.



Questi sciaurati, che mai non fur vivi,

erano ignudi e stimolati molto

da mosconi e da vespe ch'eran ivi.



Elle rigavan lor di sangue il volto,

che, mischiato di lagrime, a' lor piedi

da fastidiosi vermi era ricolto.



E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,

vidi genti a la riva d'un gran fiume;

per ch'io dissi: “Maestro, or mi concedi



ch'i' sappia quali sono, e qual costume

le fa di trapassar parer si` pronte,

com'io discerno per lo fioco lume”.



Ed elli a me: “Le cose ti fier conte

quando noi fermerem li nostri passi

su la trista riviera d'Acheronte”.



Allor con li occhi vergognosi e bassi,

temendo no 'l mio dir li fosse grave,

infino al fiume del parlar mi trassi.



Ed ecco verso noi venir per nave

un vecchio, bianco per antico pelo,

gridando: “Guai a voi, anime prave!



Non isperate mai veder lo cielo:

i' vegno per menarvi a l'altra riva

ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.



E tu che se' costi`, anima viva,

partiti da cotesti che son morti”.

Ma poi che vide ch'io non mi partiva,



disse: “Per altra via, per altri porti

verrai a piaggia, non qui, per passare:

piu` lieve legno convien che ti porti”.



E 'l duca lui: “Caron, non ti crucciare:

vuolsi cosi` cola` dove si puote

cio` che si vuole, e piu` non dimandare”.



Quinci fuor quete le lanose gote

al nocchier de la livida palude,

che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote.



Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,

cangiar colore e dibattero i denti,

ratto che 'nteser le parole crude.



Bestemmiavano Dio e lor parenti,

l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme

di lor semenza e di lor nascimenti.



Poi si ritrasser tutte quante insieme,

forte piangendo, a la riva malvagia

ch'attende ciascun uom che Dio non teme.



Caron dimonio, con occhi di bragia,

loro accennando, tutte le raccoglie;

batte col remo qualunque s'adagia.



Come d'autunno si levan le foglie

l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo

vede a la terra tutte le sue spoglie,



similemente il mal seme d'Adamo

gittansi di quel lito ad una ad una,

per cenni come augel per suo richiamo.



Cosi` sen vanno su per l'onda bruna,

e avanti che sien di la` discese,

anche di qua nuova schiera s'auna.



“Figliuol mio”, disse 'l maestro cortese,

“quelli che muoion ne l'ira di Dio

tutti convegnon qui d'ogne paese:



e pronti sono a trapassar lo rio,

che' la divina giustizia li sprona,

si` che la tema si volve in disio.



Quinci non passa mai anima buona;

e pero`, se Caron di te si lagna,

ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona”.



Finito questo, la buia campagna

tremo` si` forte, che de lo spavento

la mente di sudore ancor mi bagna.



La terra lagrimosa diede vento,

che baleno` una luce vermiglia

la qual mi vinse ciascun sentimento;



e caddi come l'uom cui sonno piglia.







Inferno: Canto IV



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Ruppemi l'alto sonno ne la testa

un greve truono, si` ch'io mi riscossi

come persona ch'e` per forza desta;



e l'occhio riposato intorno mossi,

dritto levato, e fiso riguardai

per conoscer lo loco dov'io fossi.



Vero e` che 'n su la proda mi trovai

de la valle d'abisso dolorosa

che 'ntrono accoglie d'infiniti guai.



Oscura e profonda era e nebulosa

tanto che, per ficcar lo viso a fondo,

io non vi discernea alcuna cosa.



“Or discendiam qua giu` nel cieco mondo”,

comincio` il poeta tutto smorto.

“Io saro` primo, e tu sarai secondo”.



E io, che del color mi fui accorto,

dissi: “Come verro`, se tu paventi

che suoli al mio dubbiare esser conforto?”.



Ed elli a me: “L'angoscia de le genti

che son qua giu`, nel viso mi dipigne

quella pieta` che tu per tema senti.



Andiam, che' la via lunga ne sospigne”.

Cosi` si mise e cosi` mi fe' intrare

nel primo cerchio che l'abisso cigne.



Quivi, secondo che per ascoltare,

non avea pianto mai che di sospiri,

che l'aura etterna facevan tremare;



cio` avvenia di duol sanza martiri

ch'avean le turbe, ch'eran molte e grandi,

d'infanti e di femmine e di viri.



Lo buon maestro a me: “Tu non dimandi

che spiriti son questi che tu vedi?

Or vo' che sappi, innanzi che piu` andi,



ch'ei non peccaro; e s'elli hanno mercedi,

non basta, perche' non ebber battesmo,

ch'e` porta de la fede che tu credi;



e s'e' furon dinanzi al cristianesmo,

non adorar debitamente a Dio:

e di questi cotai son io medesmo.



Per tai difetti, non per altro rio,

semo perduti, e sol di tanto offesi,

che sanza speme vivemo in disio”.



Gran duol mi prese al cor quando lo 'ntesi,

pero` che gente di molto valore

conobbi che 'n quel limbo eran sospesi.



“Dimmi, maestro mio, dimmi, segnore”,

comincia' io per voler esser certo

di quella fede che vince ogne errore:



“uscicci mai alcuno, o per suo merto

o per altrui, che poi fosse beato?”.

E quei che 'ntese il mio parlar coverto,



rispuose: “Io era nuovo in questo stato,

quando ci vidi venire un possente,

con segno di vittoria coronato.



Trasseci l'ombra del primo parente,

d'Abel suo figlio e quella di Noe`,

di Moise` legista e ubidente;



Abraam patriarca e David re,

Israel con lo padre e co' suoi nati

e con Rachele, per cui tanto fe';



e altri molti, e feceli beati.

E vo' che sappi che, dinanzi ad essi,

spiriti umani non eran salvati”.



Non lasciavam l'andar perch'ei dicessi,

ma passavam la selva tuttavia,

la selva, dico, di spiriti spessi.



Non era lunga ancor la nostra via

di qua dal sonno, quand'io vidi un foco

ch'emisperio di tenebre vincia.



Di lungi n'eravamo ancora un poco,

ma non si` ch'io non discernessi in parte

ch'orrevol gente possedea quel loco.



“O tu ch'onori scienzia e arte,

questi chi son c'hanno cotanta onranza,

che dal modo de li altri li diparte?”.



E quelli a me: “L'onrata nominanza

che di lor suona su` ne la tua vita,

grazia acquista in ciel che si` li avanza”.



Intanto voce fu per me udita:

“Onorate l'altissimo poeta:

l'ombra sua torna, ch'era dipartita”.



Poi che la voce fu restata e queta,

vidi quattro grand'ombre a noi venire:

sembianz'avevan ne' trista ne' lieta.



Lo buon maestro comincio` a dire:

“Mira colui con quella spada in mano,

che vien dinanzi ai tre si` come sire:



quelli e` Omero poeta sovrano;

l'altro e` Orazio satiro che vene;

Ovidio e` 'l terzo, e l'ultimo Lucano.



Pero` che ciascun meco si convene

nel nome che sono` la voce sola,

fannomi onore, e di cio` fanno bene”.



Cosi` vid'i' adunar la bella scola

di quel segnor de l'altissimo canto

che sovra li altri com'aquila vola.



Da ch'ebber ragionato insieme alquanto,

volsersi a me con salutevol cenno,

e 'l mio maestro sorrise di tanto;



e piu` d'onore ancora assai mi fenno,

ch'e' si` mi fecer de la loro schiera,

si` ch'io fui sesto tra cotanto senno.



Cosi` andammo infino a la lumera,

parlando cose che 'l tacere e` bello,

si` com'era 'l parlar cola` dov'era.



Venimmo al pie` d'un nobile castello,

sette volte cerchiato d'alte mura,

difeso intorno d'un bel fiumicello.



Questo passammo come terra dura;

per sette porte intrai con questi savi:

giugnemmo in prato di fresca verdura.



Genti v'eran con occhi tardi e gravi,

di grande autorita` ne' lor sembianti:

parlavan rado, con voci soavi.



Traemmoci cosi` da l'un de' canti,

in loco aperto, luminoso e alto,

si` che veder si potien tutti quanti.



Cola` diritto, sovra 'l verde smalto,

mi fuor mostrati li spiriti magni,

che del vedere in me stesso m'essalto.



I' vidi Eletra con molti compagni,

tra ' quai conobbi Ettor ed Enea,

Cesare armato con li occhi grifagni.



Vidi Cammilla e la Pantasilea;

da l'altra parte, vidi 'l re Latino

che con Lavina sua figlia sedea.



Vidi quel Bruto che caccio` Tarquino,

Lucrezia, Iulia, Marzia e Corniglia;

e solo, in parte, vidi 'l Saladino.



Poi ch'innalzai un poco piu` le ciglia,

vidi 'l maestro di color che sanno

seder tra filosofica famiglia.



Tutti lo miran, tutti onor li fanno:

quivi vid'io Socrate e Platone,

che 'nnanzi a li altri piu` presso li stanno;



Democrito, che 'l mondo a caso pone,

Diogenes, Anassagora e Tale,

Empedocles, Eraclito e Zenone;



e vidi il buono accoglitor del quale,

Diascoride dico; e vidi Orfeo,

Tulio e Lino e Seneca morale;



Euclide geometra e Tolomeo,

Ipocrate, Avicenna e Galieno,

Averois, che 'l gran comento feo.



Io non posso ritrar di tutti a pieno,

pero` che si` mi caccia il lungo tema,

che molte volte al fatto il dir vien meno.



La sesta compagnia in due si scema:

per altra via mi mena il savio duca,

fuor de la queta, ne l'aura che trema.



E vegno in parte ove non e` che luca.







Inferno: Canto V



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Cosi` discesi del cerchio primaio

giu` nel secondo, che men loco cinghia,

e tanto piu` dolor, che punge a guaio.



Stavvi Minos orribilmente, e ringhia:

essamina le colpe ne l'intrata;

giudica e manda secondo ch'avvinghia.



Dico che quando l'anima mal nata

li vien dinanzi, tutta si confessa;

e quel conoscitor de le peccata



vede qual loco d'inferno e` da essa;

cignesi con la coda tante volte

quantunque gradi vuol che giu` sia messa.



Sempre dinanzi a lui ne stanno molte;

vanno a vicenda ciascuna al giudizio;

dicono e odono, e poi son giu` volte.



“O tu che vieni al doloroso ospizio”,

disse Minos a me quando mi vide,

lasciando l'atto di cotanto offizio,



“guarda com'entri e di cui tu ti fide;

non t'inganni l'ampiezza de l'intrare!”.

E 'l duca mio a lui: “Perche' pur gride?



Non impedir lo suo fatale andare:

vuolsi cosi` cola` dove si puote

cio` che si vuole, e piu` non dimandare”.



Or incomincian le dolenti note

a farmisi sentire; or son venuto

la` dove molto pianto mi percuote.



Io venni in loco d'ogne luce muto,

che mugghia come fa mar per tempesta,

se da contrari venti e` combattuto.



La bufera infernal, che mai non resta,

mena li spirti con la sua rapina;

voltando e percotendo li molesta.



Quando giungon davanti a la ruina,

quivi le strida, il compianto, il lamento;

bestemmian quivi la virtu` divina.



Intesi ch'a cosi` fatto tormento

enno dannati i peccator carnali,

che la ragion sommettono al talento.



E come li stornei ne portan l'ali

nel freddo tempo, a schiera larga e piena,

cosi` quel fiato li spiriti mali



di qua, di la`, di giu`, di su` li mena;

nulla speranza li conforta mai,

non che di posa, ma di minor pena.



E come i gru van cantando lor lai,

faccendo in aere di se' lunga riga,

cosi` vid'io venir, traendo guai,



ombre portate da la detta briga;

per ch'i' dissi: “Maestro, chi son quelle

genti che l'aura nera si` gastiga?”.



“La prima di color di cui novelle

tu vuo' saper”, mi disse quelli allotta,

“fu imperadrice di molte favelle.



A vizio di lussuria fu si` rotta,

che libito fe' licito in sua legge,

per torre il biasmo in che era condotta.



Ell'e` Semiramis, di cui si legge

che succedette a Nino e fu sua sposa:

tenne la terra che 'l Soldan corregge.



L'altra e` colei che s'ancise amorosa,

e ruppe fede al cener di Sicheo;

poi e` Cleopatras lussuriosa.



Elena vedi, per cui tanto reo

tempo si volse, e vedi 'l grande Achille,

che con amore al fine combatteo.



Vedi Paris, Tristano”; e piu` di mille

ombre mostrommi e nominommi a dito,

ch'amor di nostra vita dipartille.



Poscia ch'io ebbi il mio dottore udito

nomar le donne antiche e ' cavalieri,

pieta` mi giunse, e fui quasi smarrito.



I' cominciai: “Poeta, volontieri

parlerei a quei due che 'nsieme vanno,

e paion si` al vento esser leggeri”.



Ed elli a me: “Vedrai quando saranno

piu` presso a noi; e tu allor li priega

per quello amor che i mena, ed ei verranno”.



Si` tosto come il vento a noi li piega,

mossi la voce: “O anime affannate,

venite a noi parlar, s'altri nol niega!”.



Quali colombe dal disio chiamate

con l'ali alzate e ferme al dolce nido

vegnon per l'aere dal voler portate;



cotali uscir de la schiera ov'e` Dido,

a noi venendo per l'aere maligno,

si` forte fu l'affettuoso grido.



“O animal grazioso e benigno

che visitando vai per l'aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno,



se fosse amico il re de l'universo,

noi pregheremmo lui de la tua pace,

poi c'hai pieta` del nostro mal perverso.



Di quel che udire e che parlar vi piace,

noi udiremo e parleremo a voi,

mentre che 'l vento, come fa, ci tace.



Siede la terra dove nata fui

su la marina dove 'l Po discende

per aver pace co' seguaci sui.



Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.



Amor, ch'a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer si` forte,

che, come vedi, ancor non m'abbandona.



Amor condusse noi ad una morte:

Caina attende chi a vita ci spense”.

Queste parole da lor ci fuor porte.



Quand'io intesi quell'anime offense,

china' il viso e tanto il tenni basso,

fin che 'l poeta mi disse: “Che pense?”.



Quando rispuosi, cominciai: “Oh lasso,

quanti dolci pensier, quanto disio

meno` costoro al doloroso passo!”.



Poi mi rivolsi a loro e parla' io,

e cominciai: “Francesca, i tuoi martiri

a lagrimar mi fanno tristo e pio.



Ma dimmi: al tempo d'i dolci sospiri,

a che e come concedette Amore

che conosceste i dubbiosi disiri?”.



E quella a me: “Nessun maggior dolore

che ricordarsi del tempo felice

ne la miseria; e cio` sa 'l tuo dottore.



Ma s'a conoscer la prima radice

del nostro amor tu hai cotanto affetto,

diro` come colui che piange e dice.



Noi leggiavamo un giorno per diletto

di Lancialotto come amor lo strinse;

soli eravamo e sanza alcun sospetto.



Per piu` fiate li occhi ci sospinse

quella lettura, e scolorocci il viso;

ma solo un punto fu quel che ci vinse.



Quando leggemmo il disiato riso

esser basciato da cotanto amante,

questi, che mai da me non fia diviso,



la bocca mi bascio` tutto tremante.

Galeotto fu 'l libro e chi lo scrisse:

quel giorno piu` non vi leggemmo avante”.



Mentre che l'uno spirto questo disse,

l'altro piangea; si` che di pietade

io venni men cosi` com'io morisse.



E caddi come corpo morto cade.







Inferno: Canto VI



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Al tornar de la mente, che si chiuse

dinanzi a la pieta` d'i due cognati,

che di trestizia tutto mi confuse,



novi tormenti e novi tormentati

mi veggio intorno, come ch'io mi mova

e ch'io mi volga, e come che io guati.



Io sono al terzo cerchio, de la piova

etterna, maladetta, fredda e greve;

regola e qualita` mai non l'e` nova.



Grandine grossa, acqua tinta e neve

per l'aere tenebroso si riversa;

pute la terra che questo riceve.



Cerbero, fiera crudele e diversa,

con tre gole caninamente latra

sovra la gente che quivi e` sommersa.



Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,

e 'l ventre largo, e unghiate le mani;

graffia li spirti, ed iscoia ed isquatra.



Urlar li fa la pioggia come cani;

de l'un de' lati fanno a l'altro schermo;

volgonsi spesso i miseri profani.



Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,

le bocche aperse e mostrocci le sanne;

non avea membro che tenesse fermo.



E 'l duca mio distese le sue spanne,

prese la terra, e con piene le pugna

la gitto` dentro a le bramose canne.



Qual e` quel cane ch'abbaiando agogna,

e si racqueta poi che 'l pasto morde,

che' solo a divorarlo intende e pugna,



cotai si fecer quelle facce lorde

de lo demonio Cerbero, che 'ntrona

l'anime si`, ch'esser vorrebber sorde.



Noi passavam su per l'ombre che adona

la greve pioggia, e ponavam le piante

sovra lor vanita` che par persona.



Elle giacean per terra tutte quante,

fuor d'una ch'a seder si levo`, ratto

ch'ella ci vide passarsi davante.



“O tu che se' per questo 'nferno tratto”,

mi disse, “riconoscimi, se sai:

tu fosti, prima ch'io disfatto, fatto”.



E io a lui: “L'angoscia che tu hai

forse ti tira fuor de la mia mente,

si` che non par ch'i' ti vedessi mai.



Ma dimmi chi tu se' che 'n si` dolente

loco se' messo e hai si` fatta pena,

che, s'altra e` maggio, nulla e` si` spiacente”.



Ed elli a me: “La tua citta`, ch'e` piena

d'invidia si` che gia` trabocca il sacco,

seco mi tenne in la vita serena.



Voi cittadini mi chiamaste Ciacco:

per la dannosa colpa de la gola,

come tu vedi, a la pioggia mi fiacco.



E io anima trista non son sola,

che' tutte queste a simil pena stanno

per simil colpa”. E piu` non fe' parola.



Io li rispuosi: “Ciacco, il tuo affanno

mi pesa si`, ch'a lagrimar mi 'nvita;

ma dimmi, se tu sai, a che verranno



li cittadin de la citta` partita;

s'alcun v'e` giusto; e dimmi la cagione

per che l'ha tanta discordia assalita”.



E quelli a me: “Dopo lunga tencione

verranno al sangue, e la parte selvaggia

caccera` l'altra con molta offensione.



Poi appresso convien che questa caggia

infra tre soli, e che l'altra sormonti

con la forza di tal che teste' piaggia.



Alte terra` lungo tempo le fronti,

tenendo l'altra sotto gravi pesi,

come che di cio` pianga o che n'aonti.



Giusti son due, e non vi sono intesi;

superbia, invidia e avarizia sono

le tre faville c'hanno i cuori accesi”.



Qui puose fine al lagrimabil suono.

E io a lui: “Ancor vo' che mi 'nsegni,

e che di piu` parlar mi facci dono.



Farinata e 'l Tegghiaio, che fuor si` degni,

Iacopo Rusticucci, Arrigo e 'l Mosca

e li altri ch'a ben far puoser li 'ngegni,



dimmi ove sono e fa ch'io li conosca;

che' gran disio mi stringe di savere

se 'l ciel li addolcia, o lo 'nferno li attosca”.



E quelli: “Ei son tra l'anime piu` nere:

diverse colpe giu` li grava al fondo:

se tanto scendi, la` i potrai vedere.



Ma quando tu sarai nel dolce mondo,

priegoti ch'a la mente altrui mi rechi:

piu` non ti dico e piu` non ti rispondo”.



Li diritti occhi torse allora in biechi;

guardommi un poco, e poi chino` la testa:

cadde con essa a par de li altri ciechi.



E 'l duca disse a me: “Piu` non si desta

di qua dal suon de l'angelica tromba,

quando verra` la nimica podesta:



ciascun rivedera` la trista tomba,

ripigliera` sua carne e sua figura,

udira` quel ch'in etterno rimbomba”.



Si` trapassammo per sozza mistura

de l'ombre e de la pioggia, a passi lenti,

toccando un poco la vita futura;



per ch'io dissi: “Maestro, esti tormenti

crescerann'ei dopo la gran sentenza,

o fier minori, o saran si` cocenti?”.



Ed elli a me: “Ritorna a tua scienza,

che vuol, quanto la cosa e` piu` perfetta,

piu` senta il bene, e cosi` la doglienza.



Tutto che questa gente maladetta

in vera perfezion gia` mai non vada,

di la` piu` che di qua essere aspetta”.



Noi aggirammo a tondo quella strada,

parlando piu` assai ch'i' non ridico;

venimmo al punto dove si digrada:



quivi trovammo Pluto, il gran nemico.







Inferno: Canto VII



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“Pape Satan, pape Satan aleppe!”,

comincio` Pluto con la voce chioccia;

e quel savio gentil, che tutto seppe,



disse per confortarmi: “Non ti noccia

la tua paura; che', poder ch'elli abbia,

non ci torra` lo scender questa roccia”.



Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia,

e disse: “Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.



Non e` sanza cagion l'andare al cupo:

vuolsi ne l'alto, la` dove Michele

fe' la vendetta del superbo strupo”.



Quali dal vento le gonfiate vele

caggiono avvolte, poi che l'alber fiacca,

tal cadde a terra la fiera crudele.



Cosi` scendemmo ne la quarta lacca

pigliando piu` de la dolente ripa

che 'l mal de l'universo tutto insacca.



Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa

nove travaglie e pene quant'io viddi?

e perche' nostra colpa si` ne scipa?



Come fa l'onda la` sovra Cariddi,

che si frange con quella in cui s'intoppa,

cosi` convien che qui la gente riddi.



Qui vid'i' gente piu` ch'altrove troppa,

e d'una parte e d'altra, con grand'urli,

voltando pesi per forza di poppa.



Percoteansi 'ncontro; e poscia pur li`

si rivolgea ciascun, voltando a retro,

gridando: “Perche' tieni?” e “Perche' burli?”.



Cosi` tornavan per lo cerchio tetro

da ogne mano a l'opposito punto,

gridandosi anche loro ontoso metro;



poi si volgea ciascun, quand'era giunto,

per lo suo mezzo cerchio a l'altra giostra.

E io, ch'avea lo cor quasi compunto,



dissi: “Maestro mio, or mi dimostra

che gente e` questa, e se tutti fuor cherci

questi chercuti a la sinistra nostra”.



Ed elli a me: “Tutti quanti fuor guerci

si` de la mente in la vita primaia,

che con misura nullo spendio ferci.



Assai la voce lor chiaro l'abbaia

quando vegnono a' due punti del cerchio

dove colpa contraria li dispaia.



Questi fuor cherci, che non han coperchio

piloso al capo, e papi e cardinali,

in cui usa avarizia il suo soperchio”.



E io: “Maestro, tra questi cotali

dovre' io ben riconoscere alcuni

che furo immondi di cotesti mali”.



Ed elli a me: “Vano pensiero aduni:

la sconoscente vita che i fe' sozzi

ad ogne conoscenza or li fa bruni.



In etterno verranno a li due cozzi:

questi resurgeranno del sepulcro

col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.



Mal dare e mal tener lo mondo pulcro

ha tolto loro, e posti a questa zuffa:

qual ella sia, parole non ci appulcro.



Or puoi, figliuol, veder la corta buffa

d'i ben che son commessi a la fortuna,

per che l'umana gente si rabbuffa;



che' tutto l'oro ch'e` sotto la luna

e che gia` fu, di quest'anime stanche

non poterebbe farne posare una”.



“Maestro mio”, diss'io, “or mi di` anche:

questa fortuna di che tu mi tocche,

che e`, che i ben del mondo ha si` tra branche?”.



E quelli a me: “Oh creature sciocche,

quanta ignoranza e` quella che v'offende!

Or vo' che tu mia sentenza ne 'mbocche.



Colui lo cui saver tutto trascende,

fece li cieli e die` lor chi conduce

si` ch'ogne parte ad ogne parte splende,



distribuendo igualmente la luce.

Similemente a li splendor mondani

ordino` general ministra e duce



che permutasse a tempo li ben vani

di gente in gente e d'uno in altro sangue,

oltre la difension d'i senni umani;



per ch'una gente impera e l'altra langue,

seguendo lo giudicio di costei,

che e` occulto come in erba l'angue.



Vostro saver non ha contasto a lei:

questa provede, giudica, e persegue

suo regno come il loro li altri dei.



Le sue permutazion non hanno triegue;

necessita` la fa esser veloce;

si` spesso vien chi vicenda consegue.



Quest'e` colei ch'e` tanto posta in croce

pur da color che le dovrien dar lode,

dandole biasmo a torto e mala voce;



ma ella s'e` beata e cio` non ode:

con l'altre prime creature lieta

volve sua spera e beata si gode.



Or discendiamo omai a maggior pieta;

gia` ogne stella cade che saliva

quand'io mi mossi, e 'l troppo star si vieta”.



Noi ricidemmo il cerchio a l'altra riva

sovr'una fonte che bolle e riversa

per un fossato che da lei deriva.



L'acqua era buia assai piu` che persa;

e noi, in compagnia de l'onde bige,

intrammo giu` per una via diversa.



In la palude va c'ha nome Stige

questo tristo ruscel, quand'e` disceso

al pie` de le maligne piagge grige.



E io, che di mirare stava inteso,

vidi genti fangose in quel pantano,

ignude tutte, con sembiante offeso.



Queste si percotean non pur con mano,

ma con la testa e col petto e coi piedi,

troncandosi co' denti a brano a brano.



Lo buon maestro disse: “Figlio, or vedi

l'anime di color cui vinse l'ira;

e anche vo' che tu per certo credi



che sotto l'acqua e` gente che sospira,

e fanno pullular quest'acqua al summo,

come l'occhio ti dice, u' che s'aggira.



Fitti nel limo, dicon: "Tristi fummo

ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,

portando dentro accidioso fummo:



or ci attristiam ne la belletta negra".

Quest'inno si gorgoglian ne la strozza,

che' dir nol posson con parola integra”.



Cosi` girammo de la lorda pozza

grand'arco tra la ripa secca e 'l mezzo,

con li occhi volti a chi del fango ingozza.



Venimmo al pie` d'una torre al da sezzo.







Inferno: Canto VIII



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Io dico, seguitando, ch'assai prima

che noi fossimo al pie` de l'alta torre,

li occhi nostri n'andar suso a la cima



per due fiammette che i vedemmo porre

e un'altra da lungi render cenno

tanto ch'a pena il potea l'occhio torre.



E io mi volsi al mar di tutto 'l senno;

dissi: “Questo che dice? e che risponde

quell'altro foco? e chi son quei che 'l fenno?”.



Ed elli a me: “Su per le sucide onde

gia` scorgere puoi quello che s'aspetta,

se 'l fummo del pantan nol ti nasconde”.



Corda non pinse mai da se' saetta

che si` corresse via per l'aere snella,

com'io vidi una nave piccioletta



venir per l'acqua verso noi in quella,

sotto 'l governo d'un sol galeoto,

che gridava: “Or se' giunta, anima fella!”.



“Flegias, Flegias, tu gridi a voto”,

disse lo mio segnore “a questa volta:

piu` non ci avrai che sol passando il loto”.



Qual e` colui che grande inganno ascolta

che li sia fatto, e poi se ne rammarca,

fecesi Flegias ne l'ira accolta.



Lo duca mio discese ne la barca,

e poi mi fece intrare appresso lui;

e sol quand'io fui dentro parve carca.



Tosto che 'l duca e io nel legno fui,

segando se ne va l'antica prora

de l'acqua piu` che non suol con altrui.



Mentre noi corravam la morta gora,

dinanzi mi si fece un pien di fango,

e disse: “Chi se' tu che vieni anzi ora?”.



E io a lui: “S'i' vegno, non rimango;

ma tu chi se', che si` se' fatto brutto?”.

Rispuose: “Vedi che son un che piango”.



E io a lui: “Con piangere e con lutto,

spirito maladetto, ti rimani;

ch'i' ti conosco, ancor sie lordo tutto”.



Allor distese al legno ambo le mani;

per che 'l maestro accorto lo sospinse,

dicendo: “Via costa` con li altri cani!”.



Lo collo poi con le braccia mi cinse;

basciommi 'l volto, e disse: “Alma sdegnosa,

benedetta colei che 'n te s'incinse!



Quei fu al mondo persona orgogliosa;

bonta` non e` che sua memoria fregi:

cosi` s'e` l'ombra sua qui furiosa.



Quanti si tegnon or la` su` gran regi

che qui staranno come porci in brago,

di se' lasciando orribili dispregi!”.



E io: “Maestro, molto sarei vago

di vederlo attuffare in questa broda

prima che noi uscissimo del lago”.



Ed elli a me: “Avante che la proda

ti si lasci veder, tu sarai sazio:

di tal disio convien che tu goda”.



Dopo cio` poco vid'io quello strazio

far di costui a le fangose genti,

che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.



Tutti gridavano: “A Filippo Argenti!”;

e 'l fiorentino spirito bizzarro

in se' medesmo si volvea co' denti.



Quivi il lasciammo, che piu` non ne narro;

ma ne l'orecchie mi percosse un duolo,

per ch'io avante l'occhio intento sbarro.



Lo buon maestro disse: “Omai, figliuolo,

s'appressa la citta` c'ha nome Dite,

coi gravi cittadin, col grande stuolo”.



E io: “Maestro, gia` le sue meschite

la` entro certe ne la valle cerno,

vermiglie come se di foco uscite



fossero”. Ed ei mi disse: “Il foco etterno

ch'entro l'affoca le dimostra rosse,

come tu vedi in questo basso inferno”.



Noi pur giugnemmo dentro a l'alte fosse

che vallan quella terra sconsolata:

le mura mi parean che ferro fosse.



Non sanza prima far grande aggirata,

venimmo in parte dove il nocchier forte

“Usciteci”, grido`: “qui e` l'intrata”.



Io vidi piu` di mille in su le porte

da ciel piovuti, che stizzosamente

dicean: “Chi e` costui che sanza morte



va per lo regno de la morta gente?”.

E 'l savio mio maestro fece segno

di voler lor parlar segretamente.



Allor chiusero un poco il gran disdegno,

e disser: “Vien tu solo, e quei sen vada,

che si` ardito intro` per questo regno.



Sol si ritorni per la folle strada:

pruovi, se sa; che' tu qui rimarrai

che li ha' iscorta si` buia contrada”.



Pensa, lettor, se io mi sconfortai

nel suon de le parole maladette,

che' non credetti ritornarci mai.



“O caro duca mio, che piu` di sette

volte m'hai sicurta` renduta e tratto

d'alto periglio che 'ncontra mi stette,



non mi lasciar”, diss'io, “cosi` disfatto;

e se 'l passar piu` oltre ci e` negato,

ritroviam l'orme nostre insieme ratto”.



E quel segnor che li` m'avea menato,

mi disse: “Non temer; che' 'l nostro passo

non ci puo` torre alcun: da tal n'e` dato.



Ma qui m'attendi, e lo spirito lasso

conforta e ciba di speranza buona,

ch'i' non ti lascero` nel mondo basso”.



Cosi` sen va, e quivi m'abbandona

lo dolce padre, e io rimagno in forse,

che si` e no nel capo mi tenciona.



Udir non potti quello ch'a lor porse;

ma ei non stette la` con essi guari,

che ciascun dentro a pruova si ricorse.



Chiuser le porte que' nostri avversari

nel petto al mio segnor, che fuor rimase,

e rivolsesi a me con passi rari.



Li occhi a la terra e le ciglia avea rase

d'ogne baldanza, e dicea ne' sospiri:

“Chi m'ha negate le dolenti case!”.



E a me disse: “Tu, perch'io m'adiri,

non sbigottir, ch'io vincero` la prova,

qual ch'a la difension dentro s'aggiri.



Questa lor tracotanza non e` nova;

che' gia` l'usaro a men segreta porta,

la qual sanza serrame ancor si trova.



Sovr'essa vedestu` la scritta morta:

e gia` di qua da lei discende l'erta,

passando per li cerchi sanza scorta,



tal che per lui ne fia la terra aperta”.







Inferno: Canto IX



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Quel color che vilta` di fuor mi pinse

veggendo il duca mio tornare in volta,

piu` tosto dentro il suo novo ristrinse.



Attento si fermo` com'uom ch'ascolta;

che' l'occhio nol potea menare a lunga

per l'aere nero e per la nebbia folta.



“Pur a noi converra` vincer la punga”,

comincio` el, “se non... Tal ne s'offerse.

Oh quanto tarda a me ch'altri qui giunga!”.



I' vidi ben si` com'ei ricoperse

lo cominciar con l'altro che poi venne,

che fur parole a le prime diverse;



ma nondimen paura il suo dir dienne,

perch'io traeva la parola tronca

forse a peggior sentenzia che non tenne.



“In questo fondo de la trista conca

discende mai alcun del primo grado,

che sol per pena ha la speranza cionca?”.



Questa question fec'io; e quei “Di rado

incontra”, mi rispuose, “che di noi

faccia il cammino alcun per qual io vado.



Ver e` ch'altra fiata qua giu` fui,

congiurato da quella Eriton cruda

che richiamava l'ombre a' corpi sui.



Di poco era di me la carne nuda,

ch'ella mi fece intrar dentr'a quel muro,

per trarne un spirto del cerchio di Giuda.



Quell'e` 'l piu` basso loco e 'l piu` oscuro,

e 'l piu` lontan dal ciel che tutto gira:

ben so 'l cammin; pero` ti fa sicuro.



Questa palude che 'l gran puzzo spira

cigne dintorno la citta` dolente,

u' non potemo intrare omai sanz'ira”.



E altro disse, ma non l'ho a mente;

pero` che l'occhio m'avea tutto tratto

ver' l'alta torre a la cima rovente,



dove in un punto furon dritte ratto

tre furie infernal di sangue tinte,

che membra feminine avieno e atto,



e con idre verdissime eran cinte;

serpentelli e ceraste avien per crine,

onde le fiere tempie erano avvinte.



E quei, che ben conobbe le meschine

de la regina de l'etterno pianto,

“Guarda”, mi disse, “le feroci Erine.



Quest'e` Megera dal sinistro canto;

quella che piange dal destro e` Aletto;

Tesifon e` nel mezzo”; e tacque a tanto.



Con l'unghie si fendea ciascuna il petto;

battiensi a palme, e gridavan si` alto,

ch'i' mi strinsi al poeta per sospetto.



“Vegna Medusa: si` 'l farem di smalto”,

dicevan tutte riguardando in giuso;

“mal non vengiammo in Teseo l'assalto”.



“Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso;

che' se 'l Gorgon si mostra e tu 'l vedessi,

nulla sarebbe di tornar mai suso”.



Cosi` disse 'l maestro; ed elli stessi

mi volse, e non si tenne a le mie mani,

che con le sue ancor non mi chiudessi.



O voi ch'avete li 'ntelletti sani,

mirate la dottrina che s'asconde

sotto 'l velame de li versi strani.



E gia` venia su per le torbide onde

un fracasso d'un suon, pien di spavento,

per cui tremavano amendue le sponde,



non altrimenti fatto che d'un vento

impetuoso per li avversi ardori,

che fier la selva e sanz'alcun rattento



li rami schianta, abbatte e porta fori;

dinanzi polveroso va superbo,

e fa fuggir le fiere e li pastori.



Gli occhi mi sciolse e disse: “Or drizza il nerbo

del viso su per quella schiuma antica

per indi ove quel fummo e` piu` acerbo”.



Come le rane innanzi a la nimica

biscia per l'acqua si dileguan tutte,

fin ch'a la terra ciascuna s'abbica,



vid'io piu` di mille anime distrutte

fuggir cosi` dinanzi ad un ch'al passo

passava Stige con le piante asciutte.



Dal volto rimovea quell'aere grasso,

menando la sinistra innanzi spesso;

e sol di quell'angoscia parea lasso.



Ben m'accorsi ch'elli era da ciel messo,

e volsimi al maestro; e quei fe' segno

ch'i' stessi queto ed inchinassi ad esso.



Ahi quanto mi parea pien di disdegno!

Venne a la porta, e con una verghetta

l'aperse, che non v'ebbe alcun ritegno.



“O cacciati del ciel, gente dispetta”,

comincio` elli in su l'orribil soglia,

“ond'esta oltracotanza in voi s'alletta?



Perche' recalcitrate a quella voglia

a cui non puote il fin mai esser mozzo,

e che piu` volte v'ha cresciuta doglia?



Che giova ne le fata dar di cozzo?

Cerbero vostro, se ben vi ricorda,

ne porta ancor pelato il mento e 'l gozzo”.



Poi si rivolse per la strada lorda,

e non fe' motto a noi, ma fe' sembiante

d'omo cui altra cura stringa e morda



che quella di colui che li e` davante;

e noi movemmo i piedi inver' la terra,

sicuri appresso le parole sante.



Dentro li 'ntrammo sanz'alcuna guerra;

e io, ch'avea di riguardar disio

la condizion che tal fortezza serra,



com'io fui dentro, l'occhio intorno invio;

e veggio ad ogne man grande campagna

piena di duolo e di tormento rio.



Si` come ad Arli, ove Rodano stagna,

si` com'a Pola, presso del Carnaro

ch'Italia chiude e suoi termini bagna,



fanno i sepulcri tutt'il loco varo,

cosi` facevan quivi d'ogne parte,

salvo che 'l modo v'era piu` amaro;



che' tra gli avelli fiamme erano sparte,

per le quali eran si` del tutto accesi,

che ferro piu` non chiede verun'arte.



Tutti li lor coperchi eran sospesi,

e fuor n'uscivan si` duri lamenti,

che ben parean di miseri e d'offesi.



E io: “Maestro, quai son quelle genti

che, seppellite dentro da quell'arche,

si fan sentir coi sospiri dolenti?”.



Ed elli a me: “Qui son li eresiarche

con lor seguaci, d'ogne setta, e molto

piu` che non credi son le tombe carche.



Simile qui con simile e` sepolto,

e i monimenti son piu` e men caldi”.

E poi ch'a la man destra si fu volto,



passammo tra i martiri e li alti spaldi.







Inferno: Canto X



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Ora sen va per un secreto calle,

tra 'l muro de la terra e li martiri,

lo mio maestro, e io dopo le spalle.



“O virtu` somma, che per li empi giri

mi volvi”, cominciai, “com'a te piace,

parlami, e sodisfammi a' miei disiri.



La gente che per li sepolcri giace

potrebbesi veder? gia` son levati

tutt'i coperchi, e nessun guardia face”.



E quelli a me: “Tutti saran serrati

quando di Iosafat qui torneranno

coi corpi che la` su` hanno lasciati.



Suo cimitero da questa parte hanno

con Epicuro tutti suoi seguaci,

che l'anima col corpo morta fanno.



Pero` a la dimanda che mi faci

quinc'entro satisfatto sara` tosto,

e al disio ancor che tu mi taci”.



E io: “Buon duca, non tegno riposto

a te mio cuor se non per dicer poco,

e tu m'hai non pur mo a cio` disposto”.



“O Tosco che per la citta` del foco

vivo ten vai cosi` parlando onesto,

piacciati di restare in questo loco.



La tua loquela ti fa manifesto

di quella nobil patria natio

a la qual forse fui troppo molesto”.



Subitamente questo suono uscio

d'una de l'arche; pero` m'accostai,

temendo, un poco piu` al duca mio.



Ed el mi disse: “Volgiti! Che fai?

Vedi la` Farinata che s'e` dritto:

da la cintola in su` tutto 'l vedrai”.



Io avea gia` il mio viso nel suo fitto;

ed el s'ergea col petto e con la fronte

com'avesse l'inferno a gran dispitto.



E l'animose man del duca e pronte

mi pinser tra le sepulture a lui,

dicendo: “Le parole tue sien conte”.



Com'io al pie` de la sua tomba fui,

guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,

mi dimando`: “Chi fuor li maggior tui?”.



Io ch'era d'ubidir disideroso,

non gliel celai, ma tutto gliel'apersi;

ond'ei levo` le ciglia un poco in suso;



poi disse: “Fieramente furo avversi

a me e a miei primi e a mia parte,

si` che per due fiate li dispersi”.



“S'ei fur cacciati, ei tornar d'ogne parte”,

rispuos'io lui, “l'una e l'altra fiata;

ma i vostri non appreser ben quell'arte”.



Allor surse a la vista scoperchiata

un'ombra, lungo questa, infino al mento:

credo che s'era in ginocchie levata.



Dintorno mi guardo`, come talento

avesse di veder s'altri era meco;

e poi che 'l sospecciar fu tutto spento,



piangendo disse: “Se per questo cieco

carcere vai per altezza d'ingegno,

mio figlio ov'e`? e perche' non e` teco?”.



E io a lui: “Da me stesso non vegno:

colui ch'attende la`, per qui mi mena

forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”.



Le sue parole e 'l modo de la pena

m'avean di costui gia` letto il nome;

pero` fu la risposta cosi` piena.



Di subito drizzato grido`: “Come?

dicesti "elli ebbe"? non viv'elli ancora?

non fiere li occhi suoi lo dolce lume?”.



Quando s'accorse d'alcuna dimora

ch'io facea dinanzi a la risposta,

supin ricadde e piu` non parve fora.



Ma quell'altro magnanimo, a cui posta

restato m'era, non muto` aspetto,

ne' mosse collo, ne' piego` sua costa:



e se' continuando al primo detto,

“S'elli han quell'arte”, disse, “male appresa,

cio` mi tormenta piu` che questo letto.



Ma non cinquanta volte fia raccesa

la faccia de la donna che qui regge,

che tu saprai quanto quell'arte pesa.



E se tu mai nel dolce mondo regge,

dimmi: perche' quel popolo e` si` empio

incontr'a' miei in ciascuna sua legge?”.



Ond'io a lui: “Lo strazio e 'l grande scempio

che fece l'Arbia colorata in rosso,

tal orazion fa far nel nostro tempio”.



Poi ch'ebbe sospirando il capo mosso,

“A cio` non fu' io sol”, disse, “ne' certo

sanza cagion con li altri sarei mosso.



Ma fu' io solo, la` dove sofferto

fu per ciascun di torre via Fiorenza,

colui che la difesi a viso aperto”.



“Deh, se riposi mai vostra semenza”,

prega' io lui, “solvetemi quel nodo

che qui ha 'nviluppata mia sentenza.



El par che voi veggiate, se ben odo,

dinanzi quel che 'l tempo seco adduce,

e nel presente tenete altro modo”.



“Noi veggiam, come quei c'ha mala luce,

le cose”, disse, “che ne son lontano;

cotanto ancor ne splende il sommo duce.



Quando s'appressano o son, tutto e` vano

nostro intelletto; e s'altri non ci apporta,

nulla sapem di vostro stato umano.



Pero` comprender puoi che tutta morta

fia nostra conoscenza da quel punto

che del futuro fia chiusa la porta”.



Allor, come di mia colpa compunto,

dissi: “Or direte dunque a quel caduto

che 'l suo nato e` co'vivi ancor congiunto;



e s'i' fui, dianzi, a la risposta muto,

fate i saper che 'l fei perche' pensava

gia` ne l'error che m'avete soluto”.



E gia` 'l maestro mio mi richiamava;

per ch'i' pregai lo spirto piu` avaccio

che mi dicesse chi con lu' istava.



Dissemi: “Qui con piu` di mille giaccio:

qua dentro e` 'l secondo Federico,

e 'l Cardinale; e de li altri mi taccio”.



Indi s'ascose; e io inver' l'antico

poeta volsi i passi, ripensando

a quel parlar che mi parea nemico.



Elli si mosse; e poi, cosi` andando,

mi disse: “Perche' se' tu si` smarrito?”.

E io li sodisfeci al suo dimando.



“La mente tua conservi quel ch'udito

hai contra te”, mi comando` quel saggio.

“E ora attendi qui”, e drizzo` 'l dito:



“quando sarai dinanzi al dolce raggio

di quella il cui bell'occhio tutto vede,

da lei saprai di tua vita il viaggio”.



Appresso mosse a man sinistra il piede:

lasciammo il muro e gimmo inver' lo mezzo

per un sentier ch'a una valle fiede,



che 'nfin la` su` facea spiacer suo lezzo.







Inferno: Canto XI



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In su l'estremita` d'un'alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio

venimmo sopra piu` crudele stipa;



e quivi, per l'orribile soperchio

del puzzo che 'l profondo abisso gitta,

ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio



d'un grand'avello, ov'io vidi una scritta

che dicea: "Anastasio papa guardo,

lo qual trasse Fotin de la via dritta".



“Lo nostro scender conviene esser tardo,

si` che s'ausi un poco in prima il senso

al tristo fiato; e poi no i fia riguardo”.



Cosi` 'l maestro; e io “Alcun compenso”,

dissi lui, “trova che 'l tempo non passi

perduto”. Ed elli: “Vedi ch'a cio` penso”.



“Figliuol mio, dentro da cotesti sassi”,

comincio` poi a dir, “son tre cerchietti

di grado in grado, come que' che lassi.



Tutti son pien di spirti maladetti;

ma perche' poi ti basti pur la vista,

intendi come e perche' son costretti.



D'ogne malizia, ch'odio in cielo acquista,

ingiuria e` 'l fine, ed ogne fin cotale

o con forza o con frode altrui contrista.



Ma perche' frode e` de l'uom proprio male,

piu` spiace a Dio; e pero` stan di sotto

li frodolenti, e piu` dolor li assale.



Di violenti il primo cerchio e` tutto;

ma perche' si fa forza a tre persone,

in tre gironi e` distinto e costrutto.



A Dio, a se', al prossimo si pone

far forza, dico in loro e in lor cose,

come udirai con aperta ragione.



Morte per forza e ferute dogliose

nel prossimo si danno, e nel suo avere

ruine, incendi e tollette dannose;



onde omicide e ciascun che mal fiere,

guastatori e predon, tutti tormenta

lo giron primo per diverse schiere.



Puote omo avere in se' man violenta

e ne' suoi beni; e pero` nel secondo

giron convien che sanza pro si penta



qualunque priva se' del vostro mondo,

biscazza e fonde la sua facultade,

e piange la` dov'esser de' giocondo.



Puossi far forza nella deitade,

col cor negando e bestemmiando quella,

e spregiando natura e sua bontade;



e pero` lo minor giron suggella

del segno suo e Soddoma e Caorsa

e chi, spregiando Dio col cor, favella.



La frode, ond'ogne coscienza e` morsa,

puo` l'omo usare in colui che 'n lui fida

e in quel che fidanza non imborsa.



Questo modo di retro par ch'incida

pur lo vinco d'amor che fa natura;

onde nel cerchio secondo s'annida



ipocresia, lusinghe e chi affattura,

falsita`, ladroneccio e simonia,

ruffian, baratti e simile lordura.



Per l'altro modo quell'amor s'oblia

che fa natura, e quel ch'e` poi aggiunto,

di che la fede spezial si cria;



onde nel cerchio minore, ov'e` 'l punto

de l'universo in su che Dite siede,

qualunque trade in etterno e` consunto”.



E io: “Maestro, assai chiara procede

la tua ragione, e assai ben distingue

questo baratro e 'l popol ch'e' possiede.



Ma dimmi: quei de la palude pingue,

che mena il vento, e che batte la pioggia,

e che s'incontran con si` aspre lingue,



perche' non dentro da la citta` roggia

sono ei puniti, se Dio li ha in ira?

e se non li ha, perche' sono a tal foggia?”.



Ed elli a me “Perche' tanto delira”,

disse “lo 'ngegno tuo da quel che sole?

o ver la mente dove altrove mira?



Non ti rimembra di quelle parole

con le quai la tua Etica pertratta

le tre disposizion che 'l ciel non vole,



incontenenza, malizia e la matta

bestialitade? e come incontenenza

men Dio offende e men biasimo accatta?



Se tu riguardi ben questa sentenza,

e rechiti a la mente chi son quelli

che su` di fuor sostegnon penitenza,



tu vedrai ben perche' da questi felli

sien dipartiti, e perche' men crucciata

la divina vendetta li martelli”.



“O sol che sani ogni vista turbata,

tu mi contenti si` quando tu solvi,

che, non men che saver, dubbiar m'aggrata.



Ancora in dietro un poco ti rivolvi”,

diss'io, “la` dove di' ch'usura offende

la divina bontade, e 'l groppo solvi”.



“Filosofia”, mi disse, “a chi la 'ntende,

nota, non pure in una sola parte,

come natura lo suo corso prende



dal divino 'ntelletto e da sua arte;

e se tu ben la tua Fisica note,

tu troverai, non dopo molte carte,



che l'arte vostra quella, quanto pote,

segue, come 'l maestro fa 'l discente;

si` che vostr'arte a Dio quasi e` nepote.



Da queste due, se tu ti rechi a mente

lo Genesi` dal principio, convene

prender sua vita e avanzar la gente;



e perche' l'usuriere altra via tene,

per se' natura e per la sua seguace

dispregia, poi ch'in altro pon la spene.



Ma seguimi oramai, che 'l gir mi piace;

che' i Pesci guizzan su per l'orizzonta,

e 'l Carro tutto sovra 'l Coro giace,



e 'l balzo via la` oltra si dismonta”.





Inferno: Canto XII



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Era lo loco ov'a scender la riva

venimmo, alpestro e, per quel che v'er'anco,

tal, ch'ogne vista ne sarebbe schiva.



Qual e` quella ruina che nel fianco

di qua da Trento l'Adice percosse,

o per tremoto o per sostegno manco,



che da cima del monte, onde si mosse,

al piano e` si` la roccia discoscesa,

ch'alcuna via darebbe a chi su` fosse:



cotal di quel burrato era la scesa;

e 'n su la punta de la rotta lacca

l'infamia di Creti era distesa



che fu concetta ne la falsa vacca;

e quando vide noi, se' stesso morse,

si` come quei cui l'ira dentro fiacca.



Lo savio mio inver' lui grido`: “Forse

tu credi che qui sia 'l duca d'Atene,

che su` nel mondo la morte ti porse?



Partiti, bestia: che' questi non vene

ammaestrato da la tua sorella,

ma vassi per veder le vostre pene”.



Qual e` quel toro che si slaccia in quella

c'ha ricevuto gia` 'l colpo mortale,

che gir non sa, ma qua e la` saltella,



vid'io lo Minotauro far cotale;

e quello accorto grido`: “Corri al varco:

mentre ch'e' 'nfuria, e` buon che tu ti cale”.



Cosi` prendemmo via giu` per lo scarco

di quelle pietre, che spesso moviensi

sotto i miei piedi per lo novo carco.



Io gia pensando; e quei disse: “Tu pensi

forse a questa ruina ch'e` guardata

da quell'ira bestial ch'i' ora spensi.



Or vo' che sappi che l'altra fiata

ch'i' discesi qua giu` nel basso inferno,

questa roccia non era ancor cascata.



Ma certo poco pria, se ben discerno,

che venisse colui che la gran preda

levo` a Dite del cerchio superno,



da tutte parti l'alta valle feda

tremo` si`, ch'i' pensai che l'universo

sentisse amor, per lo qual e` chi creda



piu` volte il mondo in caosso converso;

e in quel punto questa vecchia roccia

qui e altrove, tal fece riverso.



Ma ficca li occhi a valle, che' s'approccia

la riviera del sangue in la qual bolle

qual che per violenza in altrui noccia”.



Oh cieca cupidigia e ira folle,

che si` ci sproni ne la vita corta,

e ne l'etterna poi si` mal c'immolle!



Io vidi un'ampia fossa in arco torta,

come quella che tutto 'l piano abbraccia,

secondo ch'avea detto la mia scorta;



e tra 'l pie` de la ripa ed essa, in traccia

corrien centauri, armati di saette,

come solien nel mondo andare a caccia.



Veggendoci calar, ciascun ristette,

e de la schiera tre si dipartiro

con archi e asticciuole prima elette;



e l'un grido` da lungi: “A qual martiro

venite voi che scendete la costa?

Ditel costinci; se non, l'arco tiro”.



Lo mio maestro disse: “La risposta

farem noi a Chiron costa` di presso:

mal fu la voglia tua sempre si` tosta”.



Poi mi tento`, e disse: “Quelli e` Nesso,

che mori` per la bella Deianira

e fe' di se' la vendetta elli stesso.



E quel di mezzo, ch'al petto si mira,

e` il gran Chiron, il qual nodri` Achille;

quell'altro e` Folo, che fu si` pien d'ira.



Dintorno al fosso vanno a mille a mille,

saettando qual anima si svelle

del sangue piu` che sua colpa sortille”.



Noi ci appressammo a quelle fiere isnelle:

Chiron prese uno strale, e con la cocca

fece la barba in dietro a le mascelle.



Quando s'ebbe scoperta la gran bocca,

disse a' compagni: “Siete voi accorti

che quel di retro move cio` ch'el tocca?



Cosi` non soglion far li pie` d'i morti”.

E 'l mio buon duca, che gia` li er'al petto,

dove le due nature son consorti,



rispuose: “Ben e` vivo, e si` soletto

mostrar li mi convien la valle buia;

necessita` 'l ci 'nduce, e non diletto.



Tal si parti` da cantare alleluia

che mi commise quest'officio novo:

non e` ladron, ne' io anima fuia.



Ma per quella virtu` per cu' io movo

li passi miei per si` selvaggia strada,

danne un de' tuoi, a cui noi siamo a provo,



e che ne mostri la` dove si guada

e che porti costui in su la groppa,

che' non e` spirto che per l'aere vada”.



Chiron si volse in su la destra poppa,

e disse a Nesso: “Torna, e si` li guida,

e fa cansar s'altra schiera v'intoppa”.



Or ci movemmo con la scorta fida

lungo la proda del bollor vermiglio,

dove i bolliti facieno alte strida.



Io vidi gente sotto infino al ciglio;

e 'l gran centauro disse: “E' son tiranni

che dier nel sangue e ne l'aver di piglio.



Quivi si piangon li spietati danni;

quivi e` Alessandro, e Dionisio fero,

che fe' Cicilia aver dolorosi anni.



E quella fronte c'ha 'l pel cosi` nero,

e` Azzolino; e quell'altro ch'e` biondo,

e` Opizzo da Esti, il qual per vero



fu spento dal figliastro su` nel mondo”.

Allor mi volsi al poeta, e quei disse:

“Questi ti sia or primo, e io secondo”.



Poco piu` oltre il centauro s'affisse

sovr'una gente che 'nfino a la gola

parea che di quel bulicame uscisse.



Mostrocci un'ombra da l'un canto sola,

dicendo: “Colui fesse in grembo a Dio

lo cor che 'n su Tamisi ancor si cola”.



Poi vidi gente che di fuor del rio

tenean la testa e ancor tutto 'l casso;

e di costoro assai riconobb'io.



Cosi` a piu` a piu` si facea basso

quel sangue, si` che cocea pur li piedi;

e quindi fu del fosso il nostro passo.



“Si` come tu da questa parte vedi

lo bulicame che sempre si scema”,

disse 'l centauro, “voglio che tu credi



che da quest'altra a piu` a piu` giu` prema

lo fondo suo, infin ch'el si raggiunge

ove la tirannia convien che gema.



La divina giustizia di qua punge

quell'Attila che fu flagello in terra

e Pirro e Sesto; e in etterno munge



le lagrime, che col bollor diserra,

a Rinier da Corneto, a Rinier Pazzo,

che fecero a le strade tanta guerra”.



Poi si rivolse, e ripassossi 'l guazzo.







Inferno: Canto XIII



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Non era ancor di la` Nesso arrivato,

quando noi ci mettemmo per un bosco

che da neun sentiero era segnato.



Non fronda verde, ma di color fosco;

non rami schietti, ma nodosi e 'nvolti;

non pomi v'eran, ma stecchi con tosco:



non han si` aspri sterpi ne' si` folti

quelle fiere selvagge che 'n odio hanno

tra Cecina e Corneto i luoghi colti.



Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,

che cacciar de le Strofade i Troiani

con tristo annunzio di futuro danno.



Ali hanno late, e colli e visi umani,

pie` con artigli, e pennuto 'l gran ventre;

fanno lamenti in su li alberi strani.



E 'l buon maestro “Prima che piu` entre,

sappi che se' nel secondo girone”,

mi comincio` a dire, “e sarai mentre



che tu verrai ne l'orribil sabbione.

Pero` riguarda ben; si` vederai

cose che torrien fede al mio sermone”.



Io sentia d'ogne parte trarre guai,

e non vedea persona che 'l facesse;

per ch'io tutto smarrito m'arrestai.



Cred'io ch'ei credette ch'io credesse

che tante voci uscisser, tra quei bronchi

da gente che per noi si nascondesse.



Pero` disse 'l maestro: “Se tu tronchi

qualche fraschetta d'una d'este piante,

li pensier c'hai si faran tutti monchi”.



Allor porsi la mano un poco avante,

e colsi un ramicel da un gran pruno;

e 'l tronco suo grido`: “Perche' mi schiante?”.



Da che fatto fu poi di sangue bruno,

ricomincio` a dir: “Perche' mi scerpi?

non hai tu spirto di pietade alcuno?



Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:

ben dovrebb'esser la tua man piu` pia,

se state fossimo anime di serpi”.



Come d'un stizzo verde ch'arso sia

da l'un de'capi, che da l'altro geme

e cigola per vento che va via,



si` de la scheggia rotta usciva insieme

parole e sangue; ond'io lasciai la cima

cadere, e stetti come l'uom che teme.



“S'elli avesse potuto creder prima”,

rispuose 'l savio mio, “anima lesa,

cio` c'ha veduto pur con la mia rima,



non averebbe in te la man distesa;

ma la cosa incredibile mi fece

indurlo ad ovra ch'a me stesso pesa.



Ma dilli chi tu fosti, si` che 'n vece

d'alcun'ammenda tua fama rinfreschi

nel mondo su`, dove tornar li lece”.



E 'l tronco: “Si` col dolce dir m'adeschi,

ch'i' non posso tacere; e voi non gravi

perch'io un poco a ragionar m'inveschi.



Io son colui che tenni ambo le chiavi

del cor di Federigo, e che le volsi,

serrando e diserrando, si` soavi,



che dal secreto suo quasi ogn'uom tolsi:

fede portai al glorioso offizio,

tanto ch'i' ne perde' li sonni e ' polsi.



La meretrice che mai da l'ospizio

di Cesare non torse li occhi putti,

morte comune e de le corti vizio,



infiammo` contra me li animi tutti;

e li 'nfiammati infiammar si` Augusto,

che ' lieti onor tornaro in tristi lutti.



L'animo mio, per disdegnoso gusto,

credendo col morir fuggir disdegno,

ingiusto fece me contra me giusto.



Per le nove radici d'esto legno

vi giuro che gia` mai non ruppi fede

al mio segnor, che fu d'onor si` degno.



E se di voi alcun nel mondo riede,

conforti la memoria mia, che giace

ancor del colpo che 'nvidia le diede”.



Un poco attese, e poi “Da ch'el si tace”,

disse 'l poeta a me, “non perder l'ora;

ma parla, e chiedi a lui, se piu` ti piace”.



Ond'io a lui: “Domandal tu ancora

di quel che credi ch'a me satisfaccia;

ch'i' non potrei, tanta pieta` m'accora”.



Percio` ricomincio`: “Se l'om ti faccia

liberamente cio` che 'l tuo dir priega,

spirito incarcerato, ancor ti piaccia



di dirne come l'anima si lega

in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,

s'alcuna mai di tai membra si spiega”.



Allor soffio` il tronco forte, e poi

si converti` quel vento in cotal voce:

“Brievemente sara` risposto a voi.



Quando si parte l'anima feroce

dal corpo ond'ella stessa s'e` disvelta,

Minos la manda a la settima foce.



Cade in la selva, e non l'e` parte scelta;

ma la` dove fortuna la balestra,

quivi germoglia come gran di spelta.



Surge in vermena e in pianta silvestra:

l'Arpie, pascendo poi de le sue foglie,

fanno dolore, e al dolor fenestra.



Come l'altre verrem per nostre spoglie,

ma non pero` ch'alcuna sen rivesta,

che' non e` giusto aver cio` ch'om si toglie.



Qui le trascineremo, e per la mesta

selva saranno i nostri corpi appesi,

ciascuno al prun de l'ombra sua molesta”.



Noi eravamo ancora al tronco attesi,

credendo ch'altro ne volesse dire,

quando noi fummo d'un romor sorpresi,



similemente a colui che venire

sente 'l porco e la caccia a la sua posta,

ch'ode le bestie, e le frasche stormire.



Ed ecco due da la sinistra costa,

nudi e graffiati, fuggendo si` forte,

che de la selva rompieno ogni rosta.



Quel dinanzi: “Or accorri, accorri, morte!”.

E l'altro, cui pareva tardar troppo,

gridava: “Lano, si` non furo accorte



le gambe tue a le giostre dal Toppo!”.

E poi che forse li fallia la lena,

di se' e d'un cespuglio fece un groppo.



Di rietro a loro era la selva piena

di nere cagne, bramose e correnti

come veltri ch'uscisser di catena.



In quel che s'appiatto` miser li denti,

e quel dilaceraro a brano a brano;

poi sen portar quelle membra dolenti.



Presemi allor la mia scorta per mano,

e menommi al cespuglio che piangea,

per le rotture sanguinenti in vano.



“O Iacopo”, dicea, “da Santo Andrea,

che t'e` giovato di me fare schermo?

che colpa ho io de la tua vita rea?”.



Quando 'l maestro fu sovr'esso fermo,

disse “Chi fosti, che per tante punte

soffi con sangue doloroso sermo?”.



Ed elli a noi: “O anime che giunte

siete a veder lo strazio disonesto

c'ha le mie fronde si` da me disgiunte,



raccoglietele al pie` del tristo cesto.

I' fui de la citta` che nel Batista

muto` il primo padrone; ond'ei per questo



sempre con l'arte sua la fara` trista;

e se non fosse che 'n sul passo d'Arno

rimane ancor di lui alcuna vista,



que' cittadin che poi la rifondarno

sovra 'l cener che d'Attila rimase,

avrebber fatto lavorare indarno.



Io fei gibbetto a me de le mie case”.







Inferno: Canto XIV



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Poi che la carita` del natio loco

mi strinse, raunai le fronde sparte,

e rende'le a colui, ch'era gia` fioco.



Indi venimmo al fine ove si parte

lo secondo giron dal terzo, e dove

si vede di giustizia orribil arte.



A ben manifestar le cose nove,

dico che arrivammo ad una landa

che dal suo letto ogne pianta rimove.



La dolorosa selva l'e` ghirlanda

intorno, come 'l fosso tristo ad essa:

quivi fermammo i passi a randa a randa.



Lo spazzo era una rena arida e spessa,

non d'altra foggia fatta che colei

che fu da' pie` di Caton gia` soppressa.



O vendetta di Dio, quanto tu dei

esser temuta da ciascun che legge

cio` che fu manifesto a li occhi miei!



D'anime nude vidi molte gregge

che piangean tutte assai miseramente,

e parea posta lor diversa legge.



Supin giacea in terra alcuna gente,

alcuna si sedea tutta raccolta,

e altra andava continuamente.



Quella che giva intorno era piu` molta,

e quella men che giacea al tormento,

ma piu` al duolo avea la lingua sciolta.



Sovra tutto 'l sabbion, d'un cader lento,

piovean di foco dilatate falde,

come di neve in alpe sanza vento.



Quali Alessandro in quelle parti calde

d'India vide sopra 'l suo stuolo

fiamme cadere infino a terra salde,



per ch'ei provide a scalpitar lo suolo

con le sue schiere, accio` che lo vapore

mei si stingueva mentre ch'era solo:



tale scendeva l'etternale ardore;

onde la rena s'accendea, com'esca

sotto focile, a doppiar lo dolore.



Sanza riposo mai era la tresca

de le misere mani, or quindi or quinci

escotendo da se' l'arsura fresca.



I' cominciai: “Maestro, tu che vinci

tutte le cose, fuor che ' demon duri

ch'a l'intrar de la porta incontra uscinci,



chi e` quel grande che non par che curi

lo 'ncendio e giace dispettoso e torto,

si` che la pioggia non par che 'l marturi?”.



E quel medesmo, che si fu accorto

ch'io domandava il mio duca di lui,

grido`: “Qual io fui vivo, tal son morto.



Se Giove stanchi 'l suo fabbro da cui

crucciato prese la folgore aguta

onde l'ultimo di` percosso fui;



o s'elli stanchi li altri a muta a muta

in Mongibello a la focina negra,

chiamando "Buon Vulcano, aiuta, aiuta!",



si` com'el fece a la pugna di Flegra,

e me saetti con tutta sua forza,

non ne potrebbe aver vendetta allegra”.



Allora il duca mio parlo` di forza

tanto, ch'i' non l'avea si` forte udito:

“O Capaneo, in cio` che non s'ammorza



la tua superbia, se' tu piu` punito:

nullo martiro, fuor che la tua rabbia,

sarebbe al tuo furor dolor compito”.



Poi si rivolse a me con miglior labbia

dicendo: “Quei fu l'un d'i sette regi

ch'assiser Tebe; ed ebbe e par ch'elli abbia



Dio in disdegno, e poco par che 'l pregi;

ma, com'io dissi lui, li suoi dispetti

sono al suo petto assai debiti fregi.



Or mi vien dietro, e guarda che non metti,

ancor, li piedi ne la rena arsiccia;

ma sempre al bosco tien li piedi stretti”.



Tacendo divenimmo la` 've spiccia

fuor de la selva un picciol fiumicello,

lo cui rossore ancor mi raccapriccia.



Quale del Bulicame esce ruscello

che parton poi tra lor le peccatrici,

tal per la rena giu` sen giva quello.



Lo fondo suo e ambo le pendici

fatt'era 'n pietra, e ' margini dallato;

per ch'io m'accorsi che 'l passo era lici.



“Tra tutto l'altro ch'i' t'ho dimostrato,

poscia che noi intrammo per la porta

lo cui sogliare a nessuno e` negato,



cosa non fu da li tuoi occhi scorta

notabile com'e` 'l presente rio,

che sovra se' tutte fiammelle ammorta”.



Queste parole fuor del duca mio;

per ch'io 'l pregai che mi largisse 'l pasto

di cui largito m'avea il disio.



“In mezzo mar siede un paese guasto”,

diss'elli allora, “che s'appella Creta,

sotto 'l cui rege fu gia` 'l mondo casto.



Una montagna v'e` che gia` fu lieta

d'acqua e di fronde, che si chiamo` Ida:

or e` diserta come cosa vieta.



Rea la scelse gia` per cuna fida

del suo figliuolo, e per celarlo meglio,

quando piangea, vi facea far le grida.



Dentro dal monte sta dritto un gran veglio,

che tien volte le spalle inver' Dammiata

e Roma guarda come suo speglio.



La sua testa e` di fin oro formata,

e puro argento son le braccia e 'l petto,

poi e` di rame infino a la forcata;



da indi in giuso e` tutto ferro eletto,

salvo che 'l destro piede e` terra cotta;

e sta 'n su quel piu` che 'n su l'altro, eretto.



Ciascuna parte, fuor che l'oro, e` rotta

d'una fessura che lagrime goccia,

le quali, accolte, foran quella grotta.



Lor corso in questa valle si diroccia:

fanno Acheronte, Stige e Flegetonta;

poi sen van giu` per questa stretta doccia



infin, la` ove piu` non si dismonta

fanno Cocito; e qual sia quello stagno

tu lo vedrai, pero` qui non si conta”.



E io a lui: “Se 'l presente rigagno

si diriva cosi` dal nostro mondo,

perche' ci appar pur a questo vivagno?”.



Ed elli a me: “Tu sai che 'l loco e` tondo;

e tutto che tu sie venuto molto,

pur a sinistra, giu` calando al fondo,



non se' ancor per tutto il cerchio volto:

per che, se cosa n'apparisce nova,

non de' addur maraviglia al tuo volto”.



E io ancor: “Maestro, ove si trova

Flegetonta e Lete`? che' de l'un taci,

e l'altro di' che si fa d'esta piova”.



“In tutte tue question certo mi piaci”,

rispuose; “ma 'l bollor de l'acqua rossa

dovea ben solver l'una che tu faci.



Lete` vedrai, ma fuor di questa fossa,

la` dove vanno l'anime a lavarsi

quando la colpa pentuta e` rimossa”.



Poi disse: “Omai e` tempo da scostarsi

dal bosco; fa che di retro a me vegne:

li margini fan via, che non son arsi,



e sopra loro ogne vapor si spegne”.







Inferno: Canto XV



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Ora cen porta l'un de' duri margini;

e 'l fummo del ruscel di sopra aduggia,

si` che dal foco salva l'acqua e li argini.



Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,

temendo 'l fiotto che 'nver lor s'avventa,

fanno lo schermo perche' 'l mar si fuggia;



e quali Padoan lungo la Brenta,

per difender lor ville e lor castelli,

anzi che Carentana il caldo senta:



a tale imagine eran fatti quelli,

tutto che ne' si` alti ne' si` grossi,

qual che si fosse, lo maestro felli.



Gia` eravam da la selva rimossi

tanto, ch'i' non avrei visto dov'era,

perch'io in dietro rivolto mi fossi,



quando incontrammo d'anime una schiera

che venian lungo l'argine, e ciascuna

ci riguardava come suol da sera



guardare uno altro sotto nuova luna;

e si` ver' noi aguzzavan le ciglia

come 'l vecchio sartor fa ne la cruna.



Cosi` adocchiato da cotal famiglia,

fui conosciuto da un, che mi prese

per lo lembo e grido`: “Qual maraviglia!”.



E io, quando 'l suo braccio a me distese,

ficcai li occhi per lo cotto aspetto,

si` che 'l viso abbrusciato non difese



la conoscenza sua al mio 'ntelletto;

e chinando la mano a la sua faccia,

rispuosi: “Siete voi qui, ser Brunetto?”.



E quelli: “O figliuol mio, non ti dispiaccia

se Brunetto Latino un poco teco

ritorna 'n dietro e lascia andar la traccia”.



I' dissi lui: “Quanto posso, ven preco;

e se volete che con voi m'asseggia,

farol, se piace a costui che vo seco”.



“O figliuol”, disse, “qual di questa greggia

s'arresta punto, giace poi cent'anni

sanz'arrostarsi quando 'l foco il feggia.



Pero` va oltre: i' ti verro` a' panni;

e poi rigiugnero` la mia masnada,

che va piangendo i suoi etterni danni”.



I' non osava scender de la strada

per andar par di lui; ma 'l capo chino

tenea com'uom che reverente vada.



El comincio`: “Qual fortuna o destino

anzi l'ultimo di` qua giu` ti mena?

e chi e` questi che mostra 'l cammino?”.



“La` su` di sopra, in la vita serena”,

rispuos'io lui, “mi smarri' in una valle,

avanti che l'eta` mia fosse piena.



Pur ier mattina le volsi le spalle:

questi m'apparve, tornand'io in quella,

e reducemi a ca per questo calle”.



Ed elli a me: “Se tu segui tua stella,

non puoi fallire a glorioso porto,

se ben m'accorsi ne la vita bella;



e s'io non fossi si` per tempo morto,

veggendo il cielo a te cosi` benigno,

dato t'avrei a l'opera conforto.



Ma quello ingrato popolo maligno

che discese di Fiesole ab antico,

e tiene ancor del monte e del macigno,



ti si fara`, per tuo ben far, nimico:

ed e` ragion, che' tra li lazzi sorbi

si disconvien fruttare al dolce fico.



Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;

gent'e` avara, invidiosa e superba:

dai lor costumi fa che tu ti forbi.



La tua fortuna tanto onor ti serba,

che l'una parte e l'altra avranno fame

di te; ma lungi fia dal becco l'erba.



Faccian le bestie fiesolane strame

di lor medesme, e non tocchin la pianta,

s'alcuna surge ancora in lor letame,



in cui riviva la sementa santa

di que' Roman che vi rimaser quando

fu fatto il nido di malizia tanta”.



“Se fosse tutto pieno il mio dimando”,

rispuos'io lui, “voi non sareste ancora

de l'umana natura posto in bando;



che' 'n la mente m'e` fitta, e or m'accora,

la cara e buona imagine paterna

di voi quando nel mondo ad ora ad ora



m'insegnavate come l'uom s'etterna:

e quant'io l'abbia in grado, mentr'io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna.



Cio` che narrate di mio corso scrivo,

e serbolo a chiosar con altro testo

a donna che sapra`, s'a lei arrivo.v



Tanto vogl'io che vi sia manifesto,

pur che mia coscienza non mi garra,

che a la Fortuna, come vuol, son presto.



Non e` nuova a li orecchi miei tal arra:

pero` giri Fortuna la sua rota

come le piace, e 'l villan la sua marra”.



Lo mio maestro allora in su la gota

destra si volse in dietro, e riguardommi;

poi disse: “Bene ascolta chi la nota”.



Ne' per tanto di men parlando vommi

con ser Brunetto, e dimando chi sono

li suoi compagni piu` noti e piu` sommi.



Ed elli a me: “Saper d'alcuno e` buono;

de li altri fia laudabile tacerci,

che' 'l tempo saria corto a tanto suono.



In somma sappi che tutti fur cherci

e litterati grandi e di gran fama,

d'un peccato medesmo al mondo lerci.



Priscian sen va con quella turba grama,

e Francesco d'Accorso anche; e vedervi,

s'avessi avuto di tal tigna brama,



colui potei che dal servo de' servi

fu trasmutato d'Arno in Bacchiglione,

dove lascio` li mal protesi nervi.



Di piu` direi; ma 'l venire e 'l sermone

piu` lungo esser non puo`, pero` ch'i' veggio

la` surger nuovo fummo del sabbione.



Gente vien con la quale esser non deggio.

Sieti raccomandato il mio Tesoro

nel qual io vivo ancora, e piu` non cheggio”.



Poi si rivolse, e parve di coloro

che corrono a Verona il drappo verde

per la campagna; e parve di costoro



quelli che vince, non colui che perde.







Inferno: Canto XVI



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Gia` era in loco onde s'udia 'l rimbombo

de l'acqua che cadea ne l'altro giro,

simile a quel che l'arnie fanno rombo,



quando tre ombre insieme si partiro,

correndo, d'una torma che passava

sotto la pioggia de l'aspro martiro.



Venian ver noi, e ciascuna gridava:

“Sostati tu ch'a l'abito ne sembri

esser alcun di nostra terra prava”.



Ahime`, che piaghe vidi ne' lor membri

ricenti e vecchie, da le fiamme incese!

Ancor men duol pur ch'i' me ne rimembri.



A le lor grida il mio dottor s'attese;

volse 'l viso ver me, e: “Or aspetta”,

disse “a costor si vuole esser cortese.



E se non fosse il foco che saetta

la natura del loco, i' dicerei

che meglio stesse a te che a lor la fretta”.



Ricominciar, come noi restammo, ei

l'antico verso; e quando a noi fuor giunti,

fenno una rota di se' tutti e trei.



Qual sogliono i campion far nudi e unti,

avvisando lor presa e lor vantaggio,

prima che sien tra lor battuti e punti,



cosi` rotando, ciascuno il visaggio

drizzava a me, si` che 'n contraro il collo

faceva ai pie` continuo viaggio.



E “Se miseria d'esto loco sollo

rende in dispetto noi e nostri prieghi”,

comincio` l'uno “e 'l tinto aspetto e brollo,



la fama nostra il tuo animo pieghi

a dirne chi tu se', che i vivi piedi

cosi` sicuro per lo 'nferno freghi.



Questi, l'orme di cui pestar mi vedi,

tutto che nudo e dipelato vada,

fu di grado maggior che tu non credi:



nepote fu de la buona Gualdrada;

Guido Guerra ebbe nome, e in sua vita

fece col senno assai e con la spada.



L'altro, ch'appresso me la rena trita,

e` Tegghiaio Aldobrandi, la cui voce

nel mondo su` dovria esser gradita.



E io, che posto son con loro in croce,

Iacopo Rusticucci fui; e certo

la fiera moglie piu` ch'altro mi nuoce”.



S'i' fossi stato dal foco coperto,

gittato mi sarei tra lor di sotto,

e credo che 'l dottor l'avria sofferto;



ma perch'io mi sarei brusciato e cotto,

vinse paura la mia buona voglia

che di loro abbracciar mi facea ghiotto.



Poi cominciai: “Non dispetto, ma doglia

la vostra condizion dentro mi fisse,

tanta che tardi tutta si dispoglia,



tosto che questo mio segnor mi disse

parole per le quali i' mi pensai

che qual voi siete, tal gente venisse.



Di vostra terra sono, e sempre mai

l'ovra di voi e li onorati nomi

con affezion ritrassi e ascoltai.



Lascio lo fele e vo per dolci pomi

promessi a me per lo verace duca;

ma 'nfino al centro pria convien ch'i' tomi”.



“Se lungamente l'anima conduca

le membra tue”, rispuose quelli ancora,

“e se la fama tua dopo te luca,



cortesia e valor di` se dimora

ne la nostra citta` si` come suole,

o se del tutto se n'e` gita fora;



che' Guiglielmo Borsiere, il qual si duole

con noi per poco e va la` coi compagni,

assai ne cruccia con le sue parole”.



“La gente nuova e i subiti guadagni

orgoglio e dismisura han generata,

Fiorenza, in te, si` che tu gia` ten piagni”.



Cosi` gridai con la faccia levata;

e i tre, che cio` inteser per risposta,

guardar l'un l'altro com'al ver si guata.



“Se l'altre volte si` poco ti costa”,

rispuoser tutti “il satisfare altrui,

felice te se si` parli a tua posta!



Pero`, se campi d'esti luoghi bui

e torni a riveder le belle stelle,

quando ti giovera` dicere "I' fui",



fa che di noi a la gente favelle”.

Indi rupper la rota, e a fuggirsi

ali sembiar le gambe loro isnelle.



Un amen non saria potuto dirsi

tosto cosi` com'e' fuoro spariti;

per ch'al maestro parve di partirsi.



Io lo seguiva, e poco eravam iti,

che 'l suon de l'acqua n'era si` vicino,

che per parlar saremmo a pena uditi.



Come quel fiume c'ha proprio cammino

prima dal Monte Viso 'nver' levante,

da la sinistra costa d'Apennino,



che si chiama Acquacheta suso, avante

che si divalli giu` nel basso letto,

e a Forli` di quel nome e` vacante,



rimbomba la` sovra San Benedetto

de l'Alpe per cadere ad una scesa

ove dovea per mille esser recetto;



cosi`, giu` d'una ripa discoscesa,

trovammo risonar quell'acqua tinta,

si` che 'n poc'ora avria l'orecchia offesa.



Io avea una corda intorno cinta,

e con essa pensai alcuna volta

prender la lonza a la pelle dipinta.



Poscia ch'io l'ebbi tutta da me sciolta,

si` come 'l duca m'avea comandato,

porsila a lui aggroppata e ravvolta.



Ond'ei si volse inver' lo destro lato,

e alquanto di lunge da la sponda

la gitto` giuso in quell'alto burrato.



'E' pur convien che novita` risponda'

dicea fra me medesmo 'al novo cenno

che 'l maestro con l'occhio si` seconda'.



Ahi quanto cauti li uomini esser dienno

presso a color che non veggion pur l'ovra,

ma per entro i pensier miran col senno!



El disse a me: “Tosto verra` di sovra

cio` ch'io attendo e che il tuo pensier sogna:

tosto convien ch'al tuo viso si scovra”.



Sempre a quel ver c'ha faccia di menzogna

de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,

pero` che sanza colpa fa vergogna;



ma qui tacer nol posso; e per le note

di questa comedia, lettor, ti giuro,

s'elle non sien di lunga grazia vote,



ch'i' vidi per quell'aere grosso e scuro

venir notando una figura in suso,

maravigliosa ad ogne cor sicuro,



si` come torna colui che va giuso

talora a solver l'ancora ch'aggrappa

o scoglio o altro che nel mare e` chiuso,



che 'n su` si stende, e da pie` si rattrappa.





Inferno: Canto XVII



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“Ecco la fiera con la coda aguzza,

che passa i monti, e rompe i muri e l'armi!

Ecco colei che tutto 'l mondo appuzza!”.



Si` comincio` lo mio duca a parlarmi;

e accennolle che venisse a proda

vicino al fin d'i passeggiati marmi.



E quella sozza imagine di froda

sen venne, e arrivo` la testa e 'l busto,

ma 'n su la riva non trasse la coda.



La faccia sua era faccia d'uom giusto,

tanto benigna avea di fuor la pelle,

e d'un serpente tutto l'altro fusto;



due branche avea pilose insin l'ascelle;

lo dosso e 'l petto e ambedue le coste

dipinti avea di nodi e di rotelle.



Con piu` color, sommesse e sovraposte

non fer mai drappi Tartari ne' Turchi,

ne' fuor tai tele per Aragne imposte.



Come tal volta stanno a riva i burchi,

che parte sono in acqua e parte in terra,

e come la` tra li Tedeschi lurchi



lo bivero s'assetta a far sua guerra,

cosi` la fiera pessima si stava

su l'orlo ch'e` di pietra e 'l sabbion serra.



Nel vano tutta sua coda guizzava,

torcendo in su` la venenosa forca

ch'a guisa di scorpion la punta armava.



Lo duca disse: “Or convien che si torca

la nostra via un poco insino a quella

bestia malvagia che cola` si corca”.



Pero` scendemmo a la destra mammella,

e diece passi femmo in su lo stremo,

per ben cessar la rena e la fiammella.



E quando noi a lei venuti semo,

poco piu` oltre veggio in su la rena

gente seder propinqua al loco scemo.



Quivi 'l maestro “Accio` che tutta piena

esperienza d'esto giron porti”,

mi disse, “va, e vedi la lor mena.



Li tuoi ragionamenti sian la` corti:

mentre che torni, parlero` con questa,

che ne conceda i suoi omeri forti”.



Cosi` ancor su per la strema testa

di quel settimo cerchio tutto solo

andai, dove sedea la gente mesta.



Per li occhi fora scoppiava lor duolo;

e` di qua, di la` soccorrien con le mani

quando a' vapori, e quando al caldo suolo:



non altrimenti fan di state i cani

or col ceffo, or col pie`, quando son morsi

o da pulci o da mosche o da tafani.



Poi che nel viso a certi li occhi porsi,

ne' quali 'l doloroso foco casca,

non ne conobbi alcun; ma io m'accorsi



che dal collo a ciascun pendea una tasca

ch'avea certo colore e certo segno,

e quindi par che 'l loro occhio si pasca.



E com'io riguardando tra lor vegno,

in una borsa gialla vidi azzurro

che d'un leone avea faccia e contegno.



Poi, procedendo di mio sguardo il curro,

vidine un'altra come sangue rossa,

mostrando un'oca bianca piu` che burro.



E un che d'una scrofa azzurra e grossa

segnato avea lo suo sacchetto bianco,

mi disse: “Che fai tu in questa fossa?



Or te ne va; e perche' se' vivo anco,

sappi che 'l mio vicin Vitaliano

sedera` qui dal mio sinistro fianco.



Con questi Fiorentin son padoano:

spesse fiate mi 'ntronan li orecchi

gridando: "Vegna 'l cavalier sovrano,



che rechera` la tasca con tre becchi!"“.

Qui distorse la bocca e di fuor trasse

la lingua, come bue che 'l naso lecchi.



E io, temendo no 'l piu` star crucciasse

lui che di poco star m'avea 'mmonito,

torna'mi in dietro da l'anime lasse.



Trova' il duca mio ch'era salito

gia` su la groppa del fiero animale,

e disse a me: “Or sie forte e ardito.



Omai si scende per si` fatte scale:

monta dinanzi, ch'i' voglio esser mezzo,

si` che la coda non possa far male”.



Qual e` colui che si` presso ha 'l riprezzo

de la quartana, c'ha gia` l'unghie smorte,

e triema tutto pur guardando 'l rezzo,



tal divenn'io a le parole porte;

ma vergogna mi fe' le sue minacce,

che innanzi a buon segnor fa servo forte.



I' m'assettai in su quelle spallacce;

si` volli dir, ma la voce non venne

com'io credetti: 'Fa che tu m'abbracce'.



Ma esso, ch'altra volta mi sovvenne

ad altro forse, tosto ch'i' montai

con le braccia m'avvinse e mi sostenne;



e disse: “Gerion, moviti omai:

le rote larghe e lo scender sia poco:

pensa la nova soma che tu hai”.



Come la navicella esce di loco

in dietro in dietro, si` quindi si tolse;

e poi ch'al tutto si senti` a gioco,



la` 'v'era 'l petto, la coda rivolse,

e quella tesa, come anguilla, mosse,

e con le branche l'aere a se' raccolse.



Maggior paura non credo che fosse

quando Fetonte abbandono` li freni,

per che 'l ciel, come pare ancor, si cosse;



ne' quando Icaro misero le reni

senti` spennar per la scaldata cera,

gridando il padre a lui “Mala via tieni!”,



che fu la mia, quando vidi ch'i' era

ne l'aere d'ogne parte, e vidi spenta

ogne veduta fuor che de la fera.



Ella sen va notando lenta lenta:

rota e discende, ma non me n'accorgo

se non che al viso e di sotto mi venta.



Io sentia gia` da la man destra il gorgo

far sotto noi un orribile scroscio,

per che con li occhi 'n giu` la testa sporgo.



Allor fu' io piu` timido a lo stoscio,

pero` ch'i' vidi fuochi e senti' pianti;

ond'io tremando tutto mi raccoscio.



E vidi poi, che' nol vedea davanti,

lo scendere e 'l girar per li gran mali

che s'appressavan da diversi canti.



Come 'l falcon ch'e` stato assai su l'ali,

che sanza veder logoro o uccello

fa dire al falconiere “Ome`, tu cali!”,



discende lasso onde si move isnello,

per cento rote, e da lunge si pone

dal suo maestro, disdegnoso e fello;



cosi` ne puose al fondo Gerione

al pie` al pie` de la stagliata rocca

e, discarcate le nostre persone,



si dileguo` come da corda cocca.







Inferno: Canto XVIII



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Luogo e` in inferno detto Malebolge,

tutto di pietra di color ferrigno,

come la cerchia che dintorno il volge.



Nel dritto mezzo del campo maligno

vaneggia un pozzo assai largo e profondo,

di cui suo loco dicero` l'ordigno.



Quel cinghio che rimane adunque e` tondo

tra 'l pozzo e 'l pie` de l'alta ripa dura,

e ha distinto in dieci valli il fondo.



Quale, dove per guardia de le mura

piu` e piu` fossi cingon li castelli,

la parte dove son rende figura,



tale imagine quivi facean quelli;

e come a tai fortezze da' lor sogli

a la ripa di fuor son ponticelli,



cosi` da imo de la roccia scogli

movien che ricidien li argini e ' fossi

infino al pozzo che i tronca e raccogli.



In questo luogo, de la schiena scossi

di Gerion, trovammoci; e 'l poeta

tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.



A la man destra vidi nova pieta,

novo tormento e novi frustatori,

di che la prima bolgia era repleta.



Nel fondo erano ignudi i peccatori;

dal mezzo in qua ci venien verso 'l volto,

di la` con noi, ma con passi maggiori,



come i Roman per l'essercito molto,

l'anno del giubileo, su per lo ponte

hanno a passar la gente modo colto,



che da l'un lato tutti hanno la fronte

verso 'l castello e vanno a Santo Pietro;

da l'altra sponda vanno verso 'l monte.



Di qua, di la`, su per lo sasso tetro

vidi demon cornuti con gran ferze,

che li battien crudelmente di retro.



Ahi come facean lor levar le berze

a le prime percosse! gia` nessuno

le seconde aspettava ne' le terze.



Mentr'io andava, li occhi miei in uno

furo scontrati; e io si` tosto dissi:

“Gia` di veder costui non son digiuno”.



Per ch'io a figurarlo i piedi affissi;

e 'l dolce duca meco si ristette,

e assentio ch'alquanto in dietro gissi.



E quel frustato celar si credette

bassando 'l viso; ma poco li valse,

ch'io dissi: “O tu che l'occhio a terra gette,



se le fazion che porti non son false,

Venedico se' tu Caccianemico.

Ma che ti mena a si` pungenti salse?”.



Ed elli a me: “Mal volentier lo dico;

ma sforzami la tua chiara favella,

che mi fa sovvenir del mondo antico.



I' fui colui che la Ghisolabella

condussi a far la voglia del marchese,

come che suoni la sconcia novella.



E non pur io qui piango bolognese;

anzi n'e` questo luogo tanto pieno,

che tante lingue non son ora apprese



a dicer 'sipa' tra Savena e Reno;

e se di cio` vuoi fede o testimonio,

recati a mente il nostro avaro seno”.



Cosi` parlando il percosse un demonio

de la sua scuriada, e disse: “Via,

ruffian! qui non son femmine da conio”.



I' mi raggiunsi con la scorta mia;

poscia con pochi passi divenimmo

la` 'v'uno scoglio de la ripa uscia.



Assai leggeramente quel salimmo;

e volti a destra su per la sua scheggia,

da quelle cerchie etterne ci partimmo.



Quando noi fummo la` dov'el vaneggia

di sotto per dar passo a li sferzati,

lo duca disse: “Attienti, e fa che feggia



lo viso in te di quest'altri mal nati,

ai quali ancor non vedesti la faccia

pero` che son con noi insieme andati”.



Del vecchio ponte guardavam la traccia

che venia verso noi da l'altra banda,

e che la ferza similmente scaccia.



E 'l buon maestro, sanza mia dimanda,

mi disse: “Guarda quel grande che vene,

e per dolor non par lagrime spanda:



quanto aspetto reale ancor ritene!

Quelli e` Iason, che per cuore e per senno

li Colchi del monton privati fene.



Ello passo` per l'isola di Lenno,

poi che l'ardite femmine spietate

tutti li maschi loro a morte dienno.



Ivi con segni e con parole ornate

Isifile inganno`, la giovinetta

che prima avea tutte l'altre ingannate.



Lasciolla quivi, gravida, soletta;

tal colpa a tal martiro lui condanna;

e anche di Medea si fa vendetta.



Con lui sen va chi da tal parte inganna:

e questo basti de la prima valle

sapere e di color che 'n se' assanna”.



Gia` eravam la` 've lo stretto calle

con l'argine secondo s'incrocicchia,

e fa di quello ad un altr'arco spalle.



Quindi sentimmo gente che si nicchia

ne l'altra bolgia e che col muso scuffa,

e se' medesma con le palme picchia.



Le ripe eran grommate d'una muffa,

per l'alito di giu` che vi s'appasta,

che con li occhi e col naso facea zuffa.



Lo fondo e` cupo si`, che non ci basta

loco a veder sanza montare al dosso

de l'arco, ove lo scoglio piu` sovrasta.



Quivi venimmo; e quindi giu` nel fosso

vidi gente attuffata in uno sterco

che da li uman privadi parea mosso.



E mentre ch'io la` giu` con l'occhio cerco,

vidi un col capo si` di merda lordo,

che non parea s'era laico o cherco.



Quei mi sgrido`: “Perche' se' tu si` gordo

di riguardar piu` me che li altri brutti?”.

E io a lui: “Perche', se ben ricordo,



gia` t'ho veduto coi capelli asciutti,

e se' Alessio Interminei da Lucca:

pero` t'adocchio piu` che li altri tutti”.



Ed elli allor, battendosi la zucca:

“Qua giu` m'hanno sommerso le lusinghe

ond'io non ebbi mai la lingua stucca”.



Appresso cio` lo duca “Fa che pinghe”,

mi disse “il viso un poco piu` avante,

si` che la faccia ben con l'occhio attinghe



di quella sozza e scapigliata fante

che la` si graffia con l'unghie merdose,

e or s'accoscia e ora e` in piedi stante.



Taide e`, la puttana che rispuose

al drudo suo quando disse "Ho io grazie

grandi apo te?": "Anzi maravigliose!".



E quinci sien le nostre viste sazie”.







Inferno: Canto XIX



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O Simon mago, o miseri seguaci

che le cose di Dio, che di bontate

deon essere spose, e voi rapaci



per oro e per argento avolterate,

or convien che per voi suoni la tromba,

pero` che ne la terza bolgia state.



Gia` eravamo, a la seguente tomba,

montati de lo scoglio in quella parte

ch'a punto sovra mezzo 'l fosso piomba.



O somma sapienza, quanta e` l'arte

che mostri in cielo, in terra e nel mal mondo,

e quanto giusto tua virtu` comparte!



Io vidi per le coste e per lo fondo

piena la pietra livida di fori,

d'un largo tutti e ciascun era tondo.



Non mi parean men ampi ne' maggiori

che que' che son nel mio bel San Giovanni,

fatti per loco d'i battezzatori;



l'un de li quali, ancor non e` molt'anni,

rupp'io per un che dentro v'annegava:

e questo sia suggel ch'ogn'omo sganni.



Fuor de la bocca a ciascun soperchiava

d'un peccator li piedi e de le gambe

infino al grosso, e l'altro dentro stava.



Le piante erano a tutti accese intrambe;

per che si` forte guizzavan le giunte,

che spezzate averien ritorte e strambe.



Qual suole il fiammeggiar de le cose unte

muoversi pur su per la strema buccia,

tal era li` dai calcagni a le punte.



“Chi e` colui, maestro, che si cruccia

guizzando piu` che li altri suoi consorti”,

diss'io, “e cui piu` roggia fiamma succia?”.



Ed elli a me: “Se tu vuo' ch'i' ti porti

la` giu` per quella ripa che piu` giace,

da lui saprai di se' e de' suoi torti”.



E io: “Tanto m'e` bel, quanto a te piace:

tu se' segnore, e sai ch'i' non mi parto

dal tuo volere, e sai quel che si tace”.



Allor venimmo in su l'argine quarto:

volgemmo e discendemmo a mano stanca

la` giu` nel fondo foracchiato e arto.



Lo buon maestro ancor de la sua anca

non mi dipuose, si` mi giunse al rotto

di quel che si piangeva con la zanca.



“O qual che se' che 'l di su` tien di sotto,

anima trista come pal commessa”,

comincia' io a dir, “se puoi, fa motto”.



Io stava come 'l frate che confessa

lo perfido assessin, che, poi ch'e` fitto,

richiama lui, per che la morte cessa.



Ed el grido`: “Se' tu gia` costi` ritto,

se' tu gia` costi` ritto, Bonifazio?

Di parecchi anni mi menti` lo scritto.



Se' tu si` tosto di quell'aver sazio

per lo qual non temesti torre a 'nganno

la bella donna, e poi di farne strazio?”.



Tal mi fec'io, quai son color che stanno,

per non intender cio` ch'e` lor risposto,

quasi scornati, e risponder non sanno.



Allor Virgilio disse: “Dilli tosto:

"Non son colui, non son colui che credi"“;

e io rispuosi come a me fu imposto.



Per che lo spirto tutti storse i piedi;

poi, sospirando e con voce di pianto,

mi disse: “Dunque che a me richiedi?



Se di saper ch'i' sia ti cal cotanto,

che tu abbi pero` la ripa corsa,

sappi ch'i' fui vestito del gran manto;



e veramente fui figliuol de l'orsa,

cupido si` per avanzar li orsatti,

che su` l'avere e qui me misi in borsa.



Di sotto al capo mio son li altri tratti

che precedetter me simoneggiando,

per le fessure de la pietra piatti.



La` giu` caschero` io altresi` quando

verra` colui ch'i' credea che tu fossi

allor ch'i' feci 'l subito dimando.



Ma piu` e` 'l tempo gia` che i pie` mi cossi

e ch'i' son stato cosi` sottosopra,

ch'el non stara` piantato coi pie` rossi:



che' dopo lui verra` di piu` laida opra

di ver' ponente, un pastor sanza legge,

tal che convien che lui e me ricuopra.



Novo Iason sara`, di cui si legge

ne' Maccabei; e come a quel fu molle

suo re, cosi` fia lui chi Francia regge”.



Io non so s'i' mi fui qui troppo folle,

ch'i' pur rispuosi lui a questo metro:

“Deh, or mi di`: quanto tesoro volle



Nostro Segnore in prima da san Pietro

ch'ei ponesse le chiavi in sua balia?

Certo non chiese se non "Viemmi retro".



Ne' Pier ne' li altri tolsero a Matia

oro od argento, quando fu sortito

al loco che perde' l'anima ria.



Pero` ti sta, che' tu se' ben punito;

e guarda ben la mal tolta moneta

ch'esser ti fece contra Carlo ardito.



E se non fosse ch'ancor lo mi vieta

la reverenza delle somme chiavi

che tu tenesti ne la vita lieta,



io userei parole ancor piu` gravi;

che' la vostra avarizia il mondo attrista,

calcando i buoni e sollevando i pravi.



Di voi pastor s'accorse il Vangelista,

quando colei che siede sopra l'acque

puttaneggiar coi regi a lui fu vista;



quella che con le sette teste nacque,

e da le diece corna ebbe argomento,

fin che virtute al suo marito piacque.



Fatto v'avete Dio d'oro e d'argento;

e che altro e` da voi a l'idolatre,

se non ch'elli uno, e voi ne orate cento?



Ahi, Costantin, di quanto mal fu matre,

non la tua conversion, ma quella dote

che da te prese il primo ricco patre!”.



E mentr'io li cantava cotai note,

o ira o coscienza che 'l mordesse,

forte spingava con ambo le piote.



I' credo ben ch'al mio duca piacesse,

con si` contenta labbia sempre attese

lo suon de le parole vere espresse.



Pero` con ambo le braccia mi prese;

e poi che tutto su mi s'ebbe al petto,

rimonto` per la via onde discese.



Ne' si stanco` d'avermi a se' distretto,

si` men porto` sovra 'l colmo de l'arco

che dal quarto al quinto argine e` tragetto.



Quivi soavemente spuose il carco,

soave per lo scoglio sconcio ed erto

che sarebbe a le capre duro varco.



Indi un altro vallon mi fu scoperto.







Inferno: Canto XX



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Di nova pena mi conven far versi

e dar matera al ventesimo canto

de la prima canzon ch'e` d'i sommersi.



Io era gia` disposto tutto quanto

a riguardar ne lo scoperto fondo,

che si bagnava d'angoscioso pianto;



e vidi gente per lo vallon tondo

venir, tacendo e lagrimando, al passo

che fanno le letane in questo mondo.



Come 'l viso mi scese in lor piu` basso,

mirabilmente apparve esser travolto

ciascun tra 'l mento e 'l principio del casso;



che' da le reni era tornato 'l volto,

e in dietro venir li convenia,

perche' 'l veder dinanzi era lor tolto.



Forse per forza gia` di parlasia

si travolse cosi` alcun del tutto;

ma io nol vidi, ne' credo che sia.



Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto

di tua lezione, or pensa per te stesso

com'io potea tener lo viso asciutto,



quando la nostra imagine di presso

vidi si` torta, che 'l pianto de li occhi

le natiche bagnava per lo fesso.



Certo io piangea, poggiato a un de' rocchi

del duro scoglio, si` che la mia scorta

mi disse: “Ancor se' tu de li altri sciocchi?



Qui vive la pieta` quand'e` ben morta;

chi e` piu` scellerato che colui

che al giudicio divin passion comporta?



Drizza la testa, drizza, e vedi a cui

s'aperse a li occhi d'i Teban la terra;

per ch'ei gridavan tutti: "Dove rui,



Anfiarao? perche' lasci la guerra?".

E non resto` di ruinare a valle

fino a Minos che ciascheduno afferra.



Mira c'ha fatto petto de le spalle:

perche' volle veder troppo davante,

di retro guarda e fa retroso calle.



Vedi Tiresia, che muto` sembiante

quando di maschio femmina divenne

cangiandosi le membra tutte quante;



e prima, poi, ribatter li convenne

li duo serpenti avvolti, con la verga,

che riavesse le maschili penne.



Aronta e` quel ch'al ventre li s'atterga,

che ne' monti di Luni, dove ronca

lo Carrarese che di sotto alberga,



ebbe tra ' bianchi marmi la spelonca

per sua dimora; onde a guardar le stelle

e 'l mar no li era la veduta tronca.



E quella che ricuopre le mammelle,

che tu non vedi, con le trecce sciolte,

e ha di la` ogne pilosa pelle,



Manto fu, che cerco` per terre molte;

poscia si puose la` dove nacqu'io;

onde un poco mi piace che m'ascolte.



Poscia che 'l padre suo di vita uscio,

e venne serva la citta` di Baco,

questa gran tempo per lo mondo gio.



Suso in Italia bella giace un laco,

a pie` de l'Alpe che serra Lamagna

sovra Tiralli, c'ha nome Benaco.



Per mille fonti, credo, e piu` si bagna

tra Garda e Val Camonica e Pennino

de l'acqua che nel detto laco stagna.



Loco e` nel mezzo la` dove 'l trentino

pastore e quel di Brescia e 'l veronese

segnar poria, s'e' fesse quel cammino.



Siede Peschiera, bello e forte arnese

da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,

ove la riva 'ntorno piu` discese.



Ivi convien che tutto quanto caschi

cio` che 'n grembo a Benaco star non puo`,

e fassi fiume giu` per verdi paschi.



Tosto che l'acqua a correr mette co,

non piu` Benaco, ma Mencio si chiama

fino a Governol, dove cade in Po.



Non molto ha corso, ch'el trova una lama,

ne la qual si distende e la 'mpaluda;

e suol di state talor essere grama.



Quindi passando la vergine cruda

vide terra, nel mezzo del pantano,

sanza coltura e d'abitanti nuda.



Li`, per fuggire ogne consorzio umano,

ristette con suoi servi a far sue arti,

e visse, e vi lascio` suo corpo vano.



Li uomini poi che 'ntorno erano sparti

s'accolsero a quel loco, ch'era forte

per lo pantan ch'avea da tutte parti.



Fer la citta` sovra quell'ossa morte;

e per colei che 'l loco prima elesse,

Mantua l'appellar sanz'altra sorte.



Gia` fuor le genti sue dentro piu` spesse,

prima che la mattia da Casalodi

da Pinamonte inganno ricevesse.



Pero` t'assenno che, se tu mai odi

originar la mia terra altrimenti,

la verita` nulla menzogna frodi”.



E io: “Maestro, i tuoi ragionamenti

mi son si` certi e prendon si` mia fede,

che li altri mi sarien carboni spenti.



Ma dimmi, de la gente che procede,

se tu ne vedi alcun degno di nota;

che' solo a cio` la mia mente rifiede”.



Allor mi disse: “Quel che da la gota

porge la barba in su le spalle brune,

fu - quando Grecia fu di maschi vota,



si` ch'a pena rimaser per le cune -

augure, e diede 'l punto con Calcanta

in Aulide a tagliar la prima fune.



Euripilo ebbe nome, e cosi` 'l canta

l'alta mia tragedia in alcun loco:

ben lo sai tu che la sai tutta quanta.



Quell'altro che ne' fianchi e` cosi` poco,

Michele Scotto fu, che veramente

de le magiche frode seppe 'l gioco.



Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,

ch'avere inteso al cuoio e a lo spago

ora vorrebbe, ma tardi si pente.



Vedi le triste che lasciaron l'ago,

la spuola e 'l fuso, e fecersi 'ndivine;

fecer malie con erbe e con imago.



Ma vienne omai, che' gia` tiene 'l confine

d'amendue li emisperi e tocca l'onda

sotto Sobilia Caino e le spine;



e gia` iernotte fu la luna tonda:

ben ten de' ricordar, che' non ti nocque

alcuna volta per la selva fonda”.



Si` mi parlava, e andavamo introcque.







Inferno: Canto XXI



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Cosi` di ponte in ponte, altro parlando

che la mia comedia cantar non cura,

venimmo; e tenavamo il colmo, quando



restammo per veder l'altra fessura

di Malebolge e li altri pianti vani;

e vidila mirabilmente oscura.



Quale ne l'arzana` de' Viniziani

bolle l'inverno la tenace pece

a rimpalmare i legni lor non sani,



che' navicar non ponno - in quella vece

chi fa suo legno novo e chi ristoppa

le coste a quel che piu` viaggi fece;



chi ribatte da proda e chi da poppa;

altri fa remi e altri volge sarte;

chi terzeruolo e artimon rintoppa -;



tal, non per foco, ma per divin'arte,

bollia la` giuso una pegola spessa,

che 'nviscava la ripa d'ogne parte.



I' vedea lei, ma non vedea in essa

mai che le bolle che 'l bollor levava,

e gonfiar tutta, e riseder compressa.



Mentr'io la` giu` fisamente mirava,

lo duca mio, dicendo “Guarda, guarda!”,

mi trasse a se' del loco dov'io stava.



Allor mi volsi come l'uom cui tarda

di veder quel che li convien fuggire

e cui paura subita sgagliarda,



che, per veder, non indugia 'l partire:

e vidi dietro a noi un diavol nero

correndo su per lo scoglio venire.



Ahi quant'elli era ne l'aspetto fero!

e quanto mi parea ne l'atto acerbo,

con l'ali aperte e sovra i pie` leggero!



L'omero suo, ch'era aguto e superbo,

carcava un peccator con ambo l'anche,

e quei tenea de' pie` ghermito 'l nerbo.



Del nostro ponte disse: “O Malebranche,

ecco un de li anzian di Santa Zita!

Mettetel sotto, ch'i' torno per anche



a quella terra che n'e` ben fornita:

ogn'uom v'e` barattier, fuor che Bonturo;

del no, per li denar vi si fa ita”.



La` giu` 'l butto`, e per lo scoglio duro

si volse; e mai non fu mastino sciolto

con tanta fretta a seguitar lo furo.



Quel s'attuffo`, e torno` su` convolto;

ma i demon che del ponte avean coperchio,

gridar: “Qui non ha loco il Santo Volto:



qui si nuota altrimenti che nel Serchio!

Pero`, se tu non vuo' di nostri graffi,

non far sopra la pegola soverchio”.



Poi l'addentar con piu` di cento raffi,

disser: “Coverto convien che qui balli,

si` che, se puoi, nascosamente accaffi”.



Non altrimenti i cuoci a' lor vassalli

fanno attuffare in mezzo la caldaia

la carne con li uncin, perche' non galli.



Lo buon maestro “Accio` che non si paia

che tu ci sia”, mi disse, “giu` t'acquatta

dopo uno scheggio, ch'alcun schermo t'aia;



e per nulla offension che mi sia fatta,

non temer tu, ch'i' ho le cose conte,

perch'altra volta fui a tal baratta”.



Poscia passo` di la` dal co del ponte;

e com'el giunse in su la ripa sesta,

mestier li fu d'aver sicura fronte.



Con quel furore e con quella tempesta

ch'escono i cani a dosso al poverello

che di subito chiede ove s'arresta,



usciron quei di sotto al ponticello,

e volser contra lui tutt'i runcigli;

ma el grido`: “Nessun di voi sia fello!



Innanzi che l'uncin vostro mi pigli,

traggasi avante l'un di voi che m'oda,

e poi d'arruncigliarmi si consigli”.



Tutti gridaron: “Vada Malacoda!”;

per ch'un si mosse - e li altri stetter fermi -,

e venne a lui dicendo: “Che li approda?”.



“Credi tu, Malacoda, qui vedermi

esser venuto”, disse 'l mio maestro,

“sicuro gia` da tutti vostri schermi,



sanza voler divino e fato destro?

Lascian'andar, che' nel cielo e` voluto

ch'i' mostri altrui questo cammin silvestro”.



Allor li fu l'orgoglio si` caduto,

ch'e' si lascio` cascar l'uncino a' piedi,

e disse a li altri: “Omai non sia feruto”.



E 'l duca mio a me: “O tu che siedi

tra li scheggion del ponte quatto quatto,

sicuramente omai a me ti riedi”.



Per ch'io mi mossi, e a lui venni ratto;

e i diavoli si fecer tutti avanti,

si` ch'io temetti ch'ei tenesser patto;



cosi` vid'io gia` temer li fanti

ch'uscivan patteggiati di Caprona,

veggendo se' tra nemici cotanti.



I' m'accostai con tutta la persona

lungo 'l mio duca, e non torceva li occhi

da la sembianza lor ch'era non buona.



Ei chinavan li raffi e “Vuo' che 'l tocchi”,

diceva l'un con l'altro, “in sul groppone?”.

E rispondien: “Si`, fa che gliel'accocchi!”.



Ma quel demonio che tenea sermone

col duca mio, si volse tutto presto,

e disse: “Posa, posa, Scarmiglione!”.



Poi disse a noi: “Piu` oltre andar per questo

iscoglio non si puo`, pero` che giace

tutto spezzato al fondo l'arco sesto.



E se l'andare avante pur vi piace,

andatevene su per questa grotta;

presso e` un altro scoglio che via face.



Ier, piu` oltre cinqu'ore che quest'otta,

mille dugento con sessanta sei

anni compie' che qui la via fu rotta.



Io mando verso la` di questi miei

a riguardar s'alcun se ne sciorina;

gite con lor, che non saranno rei”.



“Tra'ti avante, Alichino, e Calcabrina”,

comincio` elli a dire, “e tu, Cagnazzo;

e Barbariccia guidi la decina.



Libicocco vegn'oltre e Draghignazzo,

Ciriatto sannuto e Graffiacane

e Farfarello e Rubicante pazzo.



Cercate 'ntorno le boglienti pane;

costor sian salvi infino a l'altro scheggio

che tutto intero va sovra le tane”.



“Ome`, maestro, che e` quel ch'i' veggio?”,

diss'io, “deh, sanza scorta andianci soli,

se tu sa' ir; ch'i' per me non la cheggio.



Se tu se' si` accorto come suoli,

non vedi tu ch'e' digrignan li denti,

e con le ciglia ne minaccian duoli?”.



Ed elli a me: “Non vo' che tu paventi;

lasciali digrignar pur a lor senno,

ch'e' fanno cio` per li lessi dolenti”.



Per l'argine sinistro volta dienno;

ma prima avea ciascun la lingua stretta

coi denti, verso lor duca, per cenno;



ed elli avea del cul fatto trombetta.







Inferno: Canto XXII



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Io vidi gia` cavalier muover campo,

e cominciare stormo e far lor mostra,

e talvolta partir per loro scampo;



corridor vidi per la terra vostra,

o Aretini, e vidi gir gualdane,

fedir torneamenti e correr giostra;



quando con trombe, e quando con campane,

con tamburi e con cenni di castella,

e con cose nostrali e con istrane;



ne' gia` con si` diversa cennamella

cavalier vidi muover ne' pedoni,

ne' nave a segno di terra o di stella.



Noi andavam con li diece demoni.

Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa

coi santi, e in taverna coi ghiottoni.



Pur a la pegola era la mia 'ntesa,

per veder de la bolgia ogne contegno

e de la gente ch'entro v'era incesa.



Come i dalfini, quando fanno segno

a' marinar con l'arco de la schiena,

che s'argomentin di campar lor legno,



talor cosi`, ad alleggiar la pena,

mostrav'alcun de' peccatori il dosso

e nascondea in men che non balena.



E come a l'orlo de l'acqua d'un fosso

stanno i ranocchi pur col muso fuori,

si` che celano i piedi e l'altro grosso,



si` stavan d'ogne parte i peccatori;

ma come s'appressava Barbariccia,

cosi` si ritraen sotto i bollori.



I' vidi, e anco il cor me n'accapriccia,

uno aspettar cosi`, com'elli 'ncontra

ch'una rana rimane e l'altra spiccia;



e Graffiacan, che li era piu` di contra,

li arrunciglio` le 'mpegolate chiome

e trassel su`, che mi parve una lontra.



I' sapea gia` di tutti quanti 'l nome,

si` li notai quando fuorono eletti,

e poi ch'e' si chiamaro, attesi come.



“O Rubicante, fa che tu li metti

li unghioni a dosso, si` che tu lo scuoi!”,

gridavan tutti insieme i maladetti.



E io: “Maestro mio, fa, se tu puoi,

che tu sappi chi e` lo sciagurato

venuto a man de li avversari suoi”.



Lo duca mio li s'accosto` allato;

domandollo ond'ei fosse, e quei rispuose:

“I' fui del regno di Navarra nato.



Mia madre a servo d'un segnor mi puose,

che m'avea generato d'un ribaldo,

distruggitor di se' e di sue cose.



Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:

quivi mi misi a far baratteria;

di ch'io rendo ragione in questo caldo”.



E Ciriatto, a cui di bocca uscia

d'ogne parte una sanna come a porco,

li fe' sentir come l'una sdruscia.



Tra male gatte era venuto 'l sorco;

ma Barbariccia il chiuse con le braccia,

e disse: “State in la`, mentr'io lo 'nforco”.



E al maestro mio volse la faccia:

“Domanda”, disse, “ancor, se piu` disii

saper da lui, prima ch'altri 'l disfaccia”.



Lo duca dunque: “Or di`: de li altri rii

conosci tu alcun che sia latino

sotto la pece?”. E quelli: “I' mi partii,



poco e`, da un che fu di la` vicino.

Cosi` foss'io ancor con lui coperto,

ch'i' non temerei unghia ne' uncino!”.



E Libicocco “Troppo avem sofferto”,

disse; e preseli 'l braccio col runciglio,

si` che, stracciando, ne porto` un lacerto.



Draghignazzo anco i volle dar di piglio

giuso a le gambe; onde 'l decurio loro

si volse intorno intorno con mal piglio.



Quand'elli un poco rappaciati fuoro,

a lui, ch'ancor mirava sua ferita,

domando` 'l duca mio sanza dimoro:



“Chi fu colui da cui mala partita

di' che facesti per venire a proda?”.

Ed ei rispuose: “Fu frate Gomita,



quel di Gallura, vasel d'ogne froda,

ch'ebbe i nemici di suo donno in mano,

e fe' si` lor, che ciascun se ne loda.



Danar si tolse, e lasciolli di piano,

si` com'e' dice; e ne li altri offici anche

barattier fu non picciol, ma sovrano.



Usa con esso donno Michel Zanche

di Logodoro; e a dir di Sardigna

le lingue lor non si sentono stanche.



Ome`, vedete l'altro che digrigna:

i' direi anche, ma i' temo ch'ello

non s'apparecchi a grattarmi la tigna”.



E 'l gran proposto, volto a Farfarello

che stralunava li occhi per fedire,

disse: “Fatti 'n costa`, malvagio uccello!”.



“Se voi volete vedere o udire”,

ricomincio` lo spaurato appresso

“Toschi o Lombardi, io ne faro` venire;



ma stieno i Malebranche un poco in cesso,

si` ch'ei non teman de le lor vendette;

e io, seggendo in questo loco stesso,



per un ch'io son, ne faro` venir sette

quand'io suffolero`, com'e` nostro uso

di fare allor che fori alcun si mette”.



Cagnazzo a cotal motto levo` 'l muso,

crollando 'l capo, e disse: “Odi malizia

ch'elli ha pensata per gittarsi giuso!”.



Ond'ei, ch'avea lacciuoli a gran divizia,

rispuose: “Malizioso son io troppo,

quand'io procuro a' mia maggior trestizia”.



Alichin non si tenne e, di rintoppo

a li altri, disse a lui: “Se tu ti cali,

io non ti verro` dietro di gualoppo,



ma battero` sovra la pece l'ali.

Lascisi 'l collo, e sia la ripa scudo,

a veder se tu sol piu` di noi vali”.



O tu che leggi, udirai nuovo ludo:

ciascun da l'altra costa li occhi volse;

quel prima, ch'a cio` fare era piu` crudo.



Lo Navarrese ben suo tempo colse;

fermo` le piante a terra, e in un punto

salto` e dal proposto lor si sciolse.



Di che ciascun di colpa fu compunto,

ma quei piu` che cagion fu del difetto;

pero` si mosse e grido`: “Tu se' giunto!”.



Ma poco i valse: che' l'ali al sospetto

non potero avanzar: quelli ando` sotto,

e quei drizzo` volando suso il petto:



non altrimenti l'anitra di botto,

quando 'l falcon s'appressa, giu` s'attuffa,

ed ei ritorna su` crucciato e rotto.



Irato Calcabrina de la buffa,

volando dietro li tenne, invaghito

che quei campasse per aver la zuffa;



e come 'l barattier fu disparito,

cosi` volse li artigli al suo compagno,

e fu con lui sopra 'l fosso ghermito.



Ma l'altro fu bene sparvier grifagno

ad artigliar ben lui, e amendue

cadder nel mezzo del bogliente stagno.



Lo caldo sghermitor subito fue;

ma pero` di levarsi era neente,

si` avieno inviscate l'ali sue.



Barbariccia, con li altri suoi dolente,

quattro ne fe' volar da l'altra costa

con tutt'i raffi, e assai prestamente



di qua, di la` discesero a la posta;

porser li uncini verso li 'mpaniati,

ch'eran gia` cotti dentro da la crosta;



e noi lasciammo lor cosi` 'mpacciati.







Inferno: Canto XXIII



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Taciti, soli, sanza compagnia

n'andavam l'un dinanzi e l'altro dopo,

come frati minor vanno per via.



Volt'era in su la favola d'Isopo

lo mio pensier per la presente rissa,

dov'el parlo` de la rana e del topo;



che' piu` non si pareggia 'mo' e 'issa'

che l'un con l'altro fa, se ben s'accoppia

principio e fine con la mente fissa.



E come l'un pensier de l'altro scoppia,

cosi` nacque di quello un altro poi,

che la prima paura mi fe' doppia.



Io pensava cosi`: 'Questi per noi

sono scherniti con danno e con beffa

si` fatta, ch'assai credo che lor noi.



Se l'ira sovra 'l mal voler s'aggueffa,

ei ne verranno dietro piu` crudeli

che 'l cane a quella lievre ch'elli acceffa'.



Gia` mi sentia tutti arricciar li peli

de la paura e stava in dietro intento,

quand'io dissi: “Maestro, se non celi



te e me tostamente, i' ho pavento

d'i Malebranche. Noi li avem gia` dietro;

io li 'magino si`, che gia` li sento”.



E quei: “S'i' fossi di piombato vetro,

l'imagine di fuor tua non trarrei

piu` tosto a me, che quella dentro 'mpetro.



Pur mo venieno i tuo' pensier tra ' miei,

con simile atto e con simile faccia,

si` che d'intrambi un sol consiglio fei.



S'elli e` che si` la destra costa giaccia,

che noi possiam ne l'altra bolgia scendere,

noi fuggirem l'imaginata caccia”.



Gia` non compie' di tal consiglio rendere,

ch'io li vidi venir con l'ali tese

non molto lungi, per volerne prendere.



Lo duca mio di subito mi prese,

come la madre ch'al romore e` desta

e vede presso a se' le fiamme accese,



che prende il figlio e fugge e non s'arresta,

avendo piu` di lui che di se' cura,

tanto che solo una camiscia vesta;



e giu` dal collo de la ripa dura

supin si diede a la pendente roccia,

che l'un de' lati a l'altra bolgia tura.



Non corse mai si` tosto acqua per doccia

a volger ruota di molin terragno,

quand'ella piu` verso le pale approccia,



come 'l maestro mio per quel vivagno,

portandosene me sovra 'l suo petto,

come suo figlio, non come compagno.



A pena fuoro i pie` suoi giunti al letto

del fondo giu`, ch'e' furon in sul colle

sovresso noi; ma non li` era sospetto;



che' l'alta provedenza che lor volle

porre ministri de la fossa quinta,

poder di partirs'indi a tutti tolle.



La` giu` trovammo una gente dipinta

che giva intorno assai con lenti passi,

piangendo e nel sembiante stanca e vinta.



Elli avean cappe con cappucci bassi

dinanzi a li occhi, fatte de la taglia

che in Clugni` per li monaci fassi.



Di fuor dorate son, si` ch'elli abbaglia;

ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,

che Federigo le mettea di paglia.



Oh in etterno faticoso manto!

Noi ci volgemmo ancor pur a man manca

con loro insieme, intenti al tristo pianto;



ma per lo peso quella gente stanca

venia si` pian, che noi eravam nuovi

di compagnia ad ogne mover d'anca.



Per ch'io al duca mio: “Fa che tu trovi

alcun ch'al fatto o al nome si conosca,

e li occhi, si` andando, intorno movi”.



E un che 'ntese la parola tosca,

di retro a noi grido`: “Tenete i piedi,

voi che correte si` per l'aura fosca!



Forse ch'avrai da me quel che tu chiedi”.

Onde 'l duca si volse e disse: “Aspetta

e poi secondo il suo passo procedi”.



Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta

de l'animo, col viso, d'esser meco;

ma tardavali 'l carco e la via stretta.



Quando fuor giunti, assai con l'occhio bieco

mi rimiraron sanza far parola;

poi si volsero in se', e dicean seco:



“Costui par vivo a l'atto de la gola;

e s'e' son morti, per qual privilegio

vanno scoperti de la grave stola?”.



Poi disser me: “O Tosco, ch'al collegio

de l'ipocriti tristi se' venuto,

dir chi tu se' non avere in dispregio”.



E io a loro: “I' fui nato e cresciuto

sovra 'l bel fiume d'Arno a la gran villa,

e son col corpo ch'i' ho sempre avuto.



Ma voi chi siete, a cui tanto distilla

quant'i' veggio dolor giu` per le guance?

e che pena e` in voi che si` sfavilla?”.



E l'un rispuose a me: “Le cappe rance

son di piombo si` grosse, che li pesi

fan cosi` cigolar le lor bilance.



Frati godenti fummo, e bolognesi;

io Catalano e questi Loderingo

nomati, e da tua terra insieme presi,



come suole esser tolto un uom solingo,

per conservar sua pace; e fummo tali,

ch'ancor si pare intorno dal Gardingo”.



Io cominciai: “O frati, i vostri mali...”;

ma piu` non dissi, ch'a l'occhio mi corse

un, crucifisso in terra con tre pali.



Quando mi vide, tutto si distorse,

soffiando ne la barba con sospiri;

e 'l frate Catalan, ch'a cio` s'accorse,



mi disse: “Quel confitto che tu miri,

consiglio` i Farisei che convenia

porre un uom per lo popolo a' martiri.



Attraversato e`, nudo, ne la via,

come tu vedi, ed e` mestier ch'el senta

qualunque passa, come pesa, pria.



E a tal modo il socero si stenta

in questa fossa, e li altri dal concilio

che fu per li Giudei mala sementa”.



Allor vid'io maravigliar Virgilio

sovra colui ch'era disteso in croce

tanto vilmente ne l'etterno essilio.



Poscia drizzo` al frate cotal voce:

“Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci

s'a la man destra giace alcuna foce



onde noi amendue possiamo uscirci,

sanza costrigner de li angeli neri

che vegnan d'esto fondo a dipartirci”.



Rispuose adunque: “Piu` che tu non speri

s'appressa un sasso che de la gran cerchia

si move e varca tutt'i vallon feri,



salvo che 'n questo e` rotto e nol coperchia:

montar potrete su per la ruina,

che giace in costa e nel fondo soperchia”.



Lo duca stette un poco a testa china;

poi disse: “Mal contava la bisogna

colui che i peccator di qua uncina”.



E 'l frate: “Io udi' gia` dire a Bologna

del diavol vizi assai, tra ' quali udi'

ch'elli e` bugiardo, e padre di menzogna”.



Appresso il duca a gran passi sen gi`,

turbato un poco d'ira nel sembiante;

ond'io da li 'ncarcati mi parti'



dietro a le poste de le care piante.







Inferno: Canto XXIV



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In quella parte del giovanetto anno

che 'l sole i crin sotto l'Aquario tempra

e gia` le notti al mezzo di` sen vanno,



quando la brina in su la terra assempra

l'imagine di sua sorella bianca,

ma poco dura a la sua penna tempra,



lo villanello a cui la roba manca,

si leva, e guarda, e vede la campagna

biancheggiar tutta; ond'ei si batte l'anca,



ritorna in casa, e qua e la` si lagna,

come 'l tapin che non sa che si faccia;

poi riede, e la speranza ringavagna,



veggendo 'l mondo aver cangiata faccia

in poco d'ora, e prende suo vincastro,

e fuor le pecorelle a pascer caccia.



Cosi` mi fece sbigottir lo mastro

quand'io li vidi si` turbar la fronte,

e cosi` tosto al mal giunse lo 'mpiastro;



che', come noi venimmo al guasto ponte,

lo duca a me si volse con quel piglio

dolce ch'io vidi prima a pie` del monte.



Le braccia aperse, dopo alcun consiglio

eletto seco riguardando prima

ben la ruina, e diedemi di piglio.



E come quei ch'adopera ed estima,

che sempre par che 'nnanzi si proveggia,

cosi`, levando me su` ver la cima



d'un ronchione, avvisava un'altra scheggia

dicendo: “Sovra quella poi t'aggrappa;

ma tenta pria s'e` tal ch'ella ti reggia”.



Non era via da vestito di cappa,

che' noi a pena, ei lieve e io sospinto,

potavam su` montar di chiappa in chiappa.



E se non fosse che da quel precinto

piu` che da l'altro era la costa corta,

non so di lui, ma io sarei ben vinto.



Ma perche' Malebolge inver' la porta

del bassissimo pozzo tutta pende,

lo sito di ciascuna valle porta



che l'una costa surge e l'altra scende;

noi pur venimmo al fine in su la punta

onde l'ultima pietra si scoscende.



La lena m'era del polmon si` munta

quand'io fui su`, ch'i' non potea piu` oltre,

anzi m'assisi ne la prima giunta.



“Omai convien che tu cosi` ti spoltre”,

disse 'l maestro; “che', seggendo in piuma,

in fama non si vien, ne' sotto coltre;



sanza la qual chi sua vita consuma,

cotal vestigio in terra di se' lascia,

qual fummo in aere e in acqua la schiuma.



E pero` leva su`: vinci l'ambascia

con l'animo che vince ogne battaglia,

se col suo grave corpo non s'accascia.



Piu` lunga scala convien che si saglia;

non basta da costoro esser partito.

Se tu mi 'ntendi, or fa si` che ti vaglia”.



Leva'mi allor, mostrandomi fornito

meglio di lena ch'i' non mi sentia;

e dissi: “Va, ch'i' son forte e ardito”.



Su per lo scoglio prendemmo la via,

ch'era ronchioso, stretto e malagevole,

ed erto piu` assai che quel di pria.



Parlando andava per non parer fievole;

onde una voce usci` de l'altro fosso,

a parole formar disconvenevole.



Non so che disse, ancor che sovra 'l dosso

fossi de l'arco gia` che varca quivi;

ma chi parlava ad ire parea mosso.



Io era volto in giu`, ma li occhi vivi

non poteano ire al fondo per lo scuro;

per ch'io: “Maestro, fa che tu arrivi



da l'altro cinghio e dismontiam lo muro;

che', com'i' odo quinci e non intendo,

cosi` giu` veggio e neente affiguro”.



“Altra risposta”, disse, “non ti rendo

se non lo far; che' la dimanda onesta

si de' seguir con l'opera tacendo”.



Noi discendemmo il ponte da la testa

dove s'aggiugne con l'ottava ripa,

e poi mi fu la bolgia manifesta:



e vidivi entro terribile stipa

di serpenti, e di si` diversa mena

che la memoria il sangue ancor mi scipa.



Piu` non si vanti Libia con sua rena;

che' se chelidri, iaculi e faree

produce, e cencri con anfisibena,



ne' tante pestilenzie ne' si` ree

mostro` gia` mai con tutta l'Etiopia

ne' con cio` che di sopra al Mar Rosso ee.



Tra questa cruda e tristissima copia

correan genti nude e spaventate,

sanza sperar pertugio o elitropia:



con serpi le man dietro avean legate;

quelle ficcavan per le ren la coda

e 'l capo, ed eran dinanzi aggroppate.



Ed ecco a un ch'era da nostra proda,

s'avvento` un serpente che 'l trafisse

la` dove 'l collo a le spalle s'annoda.



Ne' O si` tosto mai ne' I si scrisse,

com'el s'accese e arse, e cener tutto

convenne che cascando divenisse;



e poi che fu a terra si` distrutto,

la polver si raccolse per se' stessa,

e 'n quel medesmo ritorno` di butto.



Cosi` per li gran savi si confessa

che la fenice more e poi rinasce,

quando al cinquecentesimo anno appressa;



erba ne' biado in sua vita non pasce,

ma sol d'incenso lagrime e d'amomo,

e nardo e mirra son l'ultime fasce.



E qual e` quel che cade, e non sa como,

per forza di demon ch'a terra il tira,

o d'altra oppilazion che lega l'omo,



quando si leva, che 'ntorno si mira

tutto smarrito de la grande angoscia

ch'elli ha sofferta, e guardando sospira:



tal era il peccator levato poscia.

Oh potenza di Dio, quant'e` severa,

che cotai colpi per vendetta croscia!



Lo duca il domando` poi chi ello era;

per ch'ei rispuose: “Io piovvi di Toscana,

poco tempo e`, in questa gola fiera.



Vita bestial mi piacque e non umana,

si` come a mul ch'i' fui; son Vanni Fucci

bestia, e Pistoia mi fu degna tana”.



E io al duca: “Dilli che non mucci,

e domanda che colpa qua giu` 'l pinse;

ch'io 'l vidi uomo di sangue e di crucci”.



E 'l peccator, che 'ntese, non s'infinse,

ma drizzo` verso me l'animo e 'l volto,

e di trista vergogna si dipinse;



poi disse: “Piu` mi duol che tu m'hai colto

ne la miseria dove tu mi vedi,

che quando fui de l'altra vita tolto.



Io non posso negar quel che tu chiedi;

in giu` son messo tanto perch'io fui

ladro a la sagrestia d'i belli arredi,



e falsamente gia` fu apposto altrui.

Ma perche' di tal vista tu non godi,

se mai sarai di fuor da' luoghi bui,



apri li orecchi al mio annunzio, e odi:

Pistoia in pria d'i Neri si dimagra;

poi Fiorenza rinova gente e modi.



Tragge Marte vapor di Val di Magra

ch'e` di torbidi nuvoli involuto;

e con tempesta impetuosa e agra



sovra Campo Picen fia combattuto;

ond'ei repente spezzera` la nebbia,

si` ch'ogne Bianco ne sara` feruto.



E detto l'ho perche' doler ti debbia!”.







Inferno: Canto XXV



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Al fine de le sue parole il ladro

le mani alzo` con amendue le fiche,

gridando: “Togli, Dio, ch'a te le squadro!”.



Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,

perch'una li s'avvolse allora al collo,

come dicesse 'Non vo' che piu` diche';



e un'altra a le braccia, e rilegollo,

ribadendo se' stessa si` dinanzi,

che non potea con esse dare un crollo.



Ahi Pistoia, Pistoia, che' non stanzi

d'incenerarti si` che piu` non duri,

poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?



Per tutt'i cerchi de lo 'nferno scuri

non vidi spirto in Dio tanto superbo,

non quel che cadde a Tebe giu` da' muri.



El si fuggi` che non parlo` piu` verbo;

e io vidi un centauro pien di rabbia

venir chiamando: “Ov'e`, ov'e` l'acerbo?”.



Maremma non cred'io che tante n'abbia,

quante bisce elli avea su per la groppa

infin ove comincia nostra labbia.



Sovra le spalle, dietro da la coppa,

con l'ali aperte li giacea un draco;

e quello affuoca qualunque s'intoppa.



Lo mio maestro disse: “Questi e` Caco,

che sotto 'l sasso di monte Aventino

di sangue fece spesse volte laco.



Non va co' suoi fratei per un cammino,

per lo furto che frodolente fece

del grande armento ch'elli ebbe a vicino;



onde cessar le sue opere biece

sotto la mazza d'Ercule, che forse

gliene die` cento, e non senti` le diece”.



Mentre che si` parlava, ed el trascorse

e tre spiriti venner sotto noi,

de' quali ne' io ne' 'l duca mio s'accorse,



se non quando gridar: “Chi siete voi?”;

per che nostra novella si ristette,

e intendemmo pur ad essi poi.



Io non li conoscea; ma ei seguette,

come suol seguitar per alcun caso,

che l'un nomar un altro convenette,



dicendo: “Cianfa dove fia rimaso?”;

per ch'io, accio` che 'l duca stesse attento,

mi puosi 'l dito su dal mento al naso.



Se tu se' or, lettore, a creder lento

cio` ch'io diro`, non sara` maraviglia,

che' io che 'l vidi, a pena il mi consento.



Com'io tenea levate in lor le ciglia,

e un serpente con sei pie` si lancia

dinanzi a l'uno, e tutto a lui s'appiglia.



Co' pie` di mezzo li avvinse la pancia,

e con li anterior le braccia prese;

poi li addento` e l'una e l'altra guancia;



li diretani a le cosce distese,

e miseli la coda tra 'mbedue,

e dietro per le ren su` la ritese.



Ellera abbarbicata mai non fue

ad alber si`, come l'orribil fiera

per l'altrui membra avviticchio` le sue.



Poi s'appiccar, come di calda cera

fossero stati, e mischiar lor colore,

ne' l'un ne' l'altro gia` parea quel ch'era:



come procede innanzi da l'ardore,

per lo papiro suso, un color bruno

che non e` nero ancora e 'l bianco more.



Li altri due 'l riguardavano, e ciascuno

gridava: “Ome`, Agnel, come ti muti!

Vedi che gia` non se' ne' due ne' uno”.



Gia` eran li due capi un divenuti,

quando n'apparver due figure miste

in una faccia, ov'eran due perduti.



Fersi le braccia due di quattro liste;

le cosce con le gambe e 'l ventre e 'l casso

divenner membra che non fuor mai viste.



Ogne primaio aspetto ivi era casso:

due e nessun l'imagine perversa

parea; e tal sen gio con lento passo.



Come 'l ramarro sotto la gran fersa

dei di` canicular, cangiando sepe,

folgore par se la via attraversa,



si` pareva, venendo verso l'epe

de li altri due, un serpentello acceso,

livido e nero come gran di pepe;



e quella parte onde prima e` preso

nostro alimento, a l'un di lor trafisse;

poi cadde giuso innanzi lui disteso.



Lo trafitto 'l miro`, ma nulla disse;

anzi, co' pie` fermati, sbadigliava

pur come sonno o febbre l'assalisse.



Elli 'l serpente, e quei lui riguardava;

l'un per la piaga, e l'altro per la bocca

fummavan forte, e 'l fummo si scontrava.



Taccia Lucano ormai la` dove tocca

del misero Sabello e di Nasidio,

e attenda a udir quel ch'or si scocca.



Taccia di Cadmo e d'Aretusa Ovidio;

che' se quello in serpente e quella in fonte

converte poetando, io non lo 'nvidio;



che' due nature mai a fronte a fronte

non trasmuto` si` ch'amendue le forme

a cambiar lor matera fosser pronte.



Insieme si rispuosero a tai norme,

che 'l serpente la coda in forca fesse,

e il feruto ristrinse insieme l'orme.



Le gambe con le cosce seco stesse

s'appiccar si`, che 'n poco la giuntura

non facea segno alcun che si paresse.



Togliea la coda fessa la figura

che si perdeva la`, e la sua pelle

si facea molle, e quella di la` dura.



Io vidi intrar le braccia per l'ascelle,

e i due pie` de la fiera, ch'eran corti,

tanto allungar quanto accorciavan quelle.



Poscia li pie` di retro, insieme attorti,

diventaron lo membro che l'uom cela,

e 'l misero del suo n'avea due porti.



Mentre che 'l fummo l'uno e l'altro vela

di color novo, e genera 'l pel suso

per l'una parte e da l'altra il dipela,



l'un si levo` e l'altro cadde giuso,

non torcendo pero` le lucerne empie,

sotto le quai ciascun cambiava muso.



Quel ch'era dritto, il trasse ver' le tempie,

e di troppa matera ch'in la` venne

uscir li orecchi de le gote scempie;



cio` che non corse in dietro e si ritenne

di quel soverchio, fe' naso a la faccia

e le labbra ingrosso` quanto convenne.



Quel che giacea, il muso innanzi caccia,

e li orecchi ritira per la testa

come face le corna la lumaccia;



e la lingua, ch'avea unita e presta

prima a parlar, si fende, e la forcuta

ne l'altro si richiude; e 'l fummo resta.



L'anima ch'era fiera divenuta,

suffolando si fugge per la valle,

e l'altro dietro a lui parlando sputa.



Poscia li volse le novelle spalle,

e disse a l'altro: “I' vo' che Buoso corra,

com'ho fatt'io, carpon per questo calle”.



Cosi` vid'io la settima zavorra

mutare e trasmutare; e qui mi scusi

la novita` se fior la penna abborra.



E avvegna che li occhi miei confusi

fossero alquanto e l'animo smagato,

non poter quei fuggirsi tanto chiusi,



ch'i' non scorgessi ben Puccio Sciancato;

ed era quel che sol, di tre compagni

che venner prima, non era mutato;



l'altr'era quel che tu, Gaville, piagni.







Inferno: Canto XXVI



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Godi, Fiorenza, poi che se' si` grande,

che per mare e per terra batti l'ali,

e per lo 'nferno tuo nome si spande!



Tra li ladron trovai cinque cotali

tuoi cittadini onde mi ven vergogna,

e tu in grande orranza non ne sali.



Ma se presso al mattin del ver si sogna,

tu sentirai di qua da picciol tempo

di quel che Prato, non ch'altri, t'agogna.



E se gia` fosse, non saria per tempo.

Cosi` foss'ei, da che pur esser dee!

che' piu` mi gravera`, com'piu` m'attempo.



Noi ci partimmo, e su per le scalee

che n'avea fatto iborni a scender pria,

rimonto` 'l duca mio e trasse mee;



e proseguendo la solinga via,

tra le schegge e tra ' rocchi de lo scoglio

lo pie` sanza la man non si spedia.



Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio

quando drizzo la mente a cio` ch'io vidi,

e piu` lo 'ngegno affreno ch'i' non soglio,



perche' non corra che virtu` nol guidi;

si` che, se stella bona o miglior cosa

m'ha dato 'l ben, ch'io stessi nol m'invidi.



Quante 'l villan ch'al poggio si riposa,

nel tempo che colui che 'l mondo schiara

la faccia sua a noi tien meno ascosa,



come la mosca cede alla zanzara,

vede lucciole giu` per la vallea,

forse cola` dov'e' vendemmia e ara:



di tante fiamme tutta risplendea

l'ottava bolgia, si` com'io m'accorsi

tosto che fui la` 've 'l fondo parea.



E qual colui che si vengio` con li orsi

vide 'l carro d'Elia al dipartire,

quando i cavalli al cielo erti levorsi,



che nol potea si` con li occhi seguire,

ch'el vedesse altro che la fiamma sola,

si` come nuvoletta, in su` salire:



tal si move ciascuna per la gola

del fosso, che' nessuna mostra 'l furto,

e ogne fiamma un peccatore invola.



Io stava sovra 'l ponte a veder surto,

si` che s'io non avessi un ronchion preso,

caduto sarei giu` sanz'esser urto.



E 'l duca che mi vide tanto atteso,

disse: “Dentro dai fuochi son li spirti;

catun si fascia di quel ch'elli e` inceso”.



“Maestro mio”, rispuos'io, “per udirti

son io piu` certo; ma gia` m'era avviso

che cosi` fosse, e gia` voleva dirti:



chi e` 'n quel foco che vien si` diviso

di sopra, che par surger de la pira

dov'Eteocle col fratel fu miso?”.



Rispuose a me: “La` dentro si martira

Ulisse e Diomede, e cosi` insieme

a la vendetta vanno come a l'ira;



e dentro da la lor fiamma si geme

l'agguato del caval che fe' la porta

onde usci` de' Romani il gentil seme.



Piangevisi entro l'arte per che, morta,

Deidamia ancor si duol d'Achille,

e del Palladio pena vi si porta”.



“S'ei posson dentro da quelle faville

parlar”, diss'io, “maestro, assai ten priego

e ripriego, che 'l priego vaglia mille,



che non mi facci de l'attender niego

fin che la fiamma cornuta qua vegna;

vedi che del disio ver' lei mi piego!”.



Ed elli a me: “La tua preghiera e` degna

di molta loda, e io pero` l'accetto;

ma fa che la tua lingua si sostegna.



Lascia parlare a me, ch'i' ho concetto

cio` che tu vuoi; ch'ei sarebbero schivi,

perch'e' fuor greci, forse del tuo detto”.



Poi che la fiamma fu venuta quivi

dove parve al mio duca tempo e loco,

in questa forma lui parlare audivi:



“O voi che siete due dentro ad un foco,

s'io meritai di voi mentre ch'io vissi,

s'io meritai di voi assai o poco



quando nel mondo li alti versi scrissi,

non vi movete; ma l'un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi”.



Lo maggior corno de la fiamma antica

comincio` a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica;



indi la cima qua e la` menando,

come fosse la lingua che parlasse,

gitto` voce di fuori, e disse: “Quando



mi diparti' da Circe, che sottrasse

me piu` d'un anno la` presso a Gaeta,

prima che si` Enea la nomasse,



ne' dolcezza di figlio, ne' la pieta

del vecchio padre, ne' 'l debito amore

lo qual dovea Penelope' far lieta,



vincer potero dentro a me l'ardore

ch'i' ebbi a divenir del mondo esperto,

e de li vizi umani e del valore;



ma misi me per l'alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola da la qual non fui diserto.



L'un lito e l'altro vidi infin la Spagna,

fin nel Morrocco, e l'isola d'i Sardi,

e l'altre che quel mare intorno bagna.



Io e ' compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov'Ercule segno` li suoi riguardi,



accio` che l'uom piu` oltre non si metta:

da la man destra mi lasciai Sibilia,

da l'altra gia` m'avea lasciata Setta.



"O frati", dissi "che per cento milia

perigli siete giunti a l'occidente,

a questa tanto picciola vigilia



d'i nostri sensi ch'e` del rimanente,

non vogliate negar l'esperienza,

di retro al sol, del mondo sanza gente.



Considerate la vostra semenza:

fatti non foste a viver come bruti,

ma per seguir virtute e canoscenza".



Li miei compagni fec'io si` aguti,

con questa orazion picciola, al cammino,

che a pena poscia li avrei ritenuti;



e volta nostra poppa nel mattino,

de' remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.



Tutte le stelle gia` de l'altro polo

vedea la notte e 'l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.



Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,



quando n'apparve una montagna, bruna

per la distanza, e parvemi alta tanto

quanto veduta non avea alcuna.



Noi ci allegrammo, e tosto torno` in pianto,

che' de la nova terra un turbo nacque,

e percosse del legno il primo canto.



Tre volte il fe' girar con tutte l'acque;

a la quarta levar la poppa in suso

e la prora ire in giu`, com'altrui piacque,



infin che 'l mar fu sovra noi richiuso”.







Inferno: Canto XXVII



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Gia` era dritta in su` la fiamma e queta

per non dir piu`, e gia` da noi sen gia

con la licenza del dolce poeta,



quand'un'altra, che dietro a lei venia,

ne fece volger li occhi a la sua cima

per un confuso suon che fuor n'uscia.



Come 'l bue cicilian che mugghio` prima

col pianto di colui, e cio` fu dritto,

che l'avea temperato con sua lima,



mugghiava con la voce de l'afflitto,

si` che, con tutto che fosse di rame,

pur el pareva dal dolor trafitto;



cosi`, per non aver via ne' forame

dal principio nel foco, in suo linguaggio

si convertian le parole grame.



Ma poscia ch'ebber colto lor viaggio

su per la punta, dandole quel guizzo

che dato avea la lingua in lor passaggio,



udimmo dire: “O tu a cu' io drizzo

la voce e che parlavi mo lombardo,

dicendo "Istra ten va, piu` non t'adizzo",



perch'io sia giunto forse alquanto tardo,

non t'incresca restare a parlar meco;

vedi che non incresce a me, e ardo!



Se tu pur mo in questo mondo cieco

caduto se' di quella dolce terra

latina ond'io mia colpa tutta reco,



dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;

ch'io fui d'i monti la` intra Orbino

e 'l giogo di che Tever si diserra”.



Io era in giuso ancora attento e chino,

quando il mio duca mi tento` di costa,

dicendo: “Parla tu; questi e` latino”.



E io, ch'avea gia` pronta la risposta,

sanza indugio a parlare incominciai:

“O anima che se' la` giu` nascosta,



Romagna tua non e`, e non fu mai,

sanza guerra ne' cuor de' suoi tiranni;

ma 'n palese nessuna or vi lasciai.



Ravenna sta come stata e` molt'anni:

l'aguglia da Polenta la si cova,

si` che Cervia ricuopre co' suoi vanni.



La terra che fe' gia` la lunga prova

e di Franceschi sanguinoso mucchio,

sotto le branche verdi si ritrova.



E 'l mastin vecchio e 'l nuovo da Verrucchio,

che fecer di Montagna il mal governo,

la` dove soglion fan d'i denti succhio.



Le citta` di Lamone e di Santerno

conduce il lioncel dal nido bianco,

che muta parte da la state al verno.



E quella cu' il Savio bagna il fianco,

cosi` com'ella sie' tra 'l piano e 'l monte

tra tirannia si vive e stato franco.



Ora chi se', ti priego che ne conte;

non esser duro piu` ch'altri sia stato,

se 'l nome tuo nel mondo tegna fronte”.



Poscia che 'l foco alquanto ebbe rugghiato

al modo suo, l'aguta punta mosse

di qua, di la`, e poi die` cotal fiato:



“S'i' credesse che mia risposta fosse

a persona che mai tornasse al mondo,

questa fiamma staria sanza piu` scosse;



ma pero` che gia` mai di questo fondo

non torno` vivo alcun, s'i' odo il vero,

sanza tema d'infamia ti rispondo.



Io fui uom d'arme, e poi fui cordigliero,

credendomi, si` cinto, fare ammenda;

e certo il creder mio venia intero,



se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,

che mi rimise ne le prime colpe;

e come e quare, voglio che m'intenda.



Mentre ch'io forma fui d'ossa e di polpe

che la madre mi die`, l'opere mie

non furon leonine, ma di volpe.



Li accorgimenti e le coperte vie

io seppi tutte, e si` menai lor arte,

ch'al fine de la terra il suono uscie.



Quando mi vidi giunto in quella parte

di mia etade ove ciascun dovrebbe

calar le vele e raccoglier le sarte,



cio` che pria mi piacea, allor m'increbbe,

e pentuto e confesso mi rendei;

ahi miser lasso! e giovato sarebbe.



Lo principe d'i novi Farisei,

avendo guerra presso a Laterano,

e non con Saracin ne' con Giudei,



che' ciascun suo nimico era cristiano,

e nessun era stato a vincer Acri

ne' mercatante in terra di Soldano;



ne' sommo officio ne' ordini sacri

guardo` in se', ne' in me quel capestro

che solea fare i suoi cinti piu` macri.



Ma come Costantin chiese Silvestro

d'entro Siratti a guerir de la lebbre;

cosi` mi chiese questi per maestro



a guerir de la sua superba febbre:

domandommi consiglio, e io tacetti

perche' le sue parole parver ebbre.



E' poi ridisse: "Tuo cuor non sospetti;

finor t'assolvo, e tu m'insegna fare

si` come Penestrino in terra getti.



Lo ciel poss'io serrare e diserrare,

come tu sai; pero` son due le chiavi

che 'l mio antecessor non ebbe care".



Allor mi pinser li argomenti gravi

la` 've 'l tacer mi fu avviso 'l peggio,

e dissi: "Padre, da che tu mi lavi



di quel peccato ov'io mo cader deggio,

lunga promessa con l'attender corto

ti fara` triunfar ne l'alto seggio".



Francesco venne poi com'io fu' morto,

per me; ma un d'i neri cherubini

li disse: "Non portar: non mi far torto.



Venir se ne dee giu` tra ' miei meschini

perche' diede 'l consiglio frodolente,

dal quale in qua stato li sono a' crini;



ch'assolver non si puo` chi non si pente,

ne' pentere e volere insieme puossi

per la contradizion che nol consente".



Oh me dolente! come mi riscossi

quando mi prese dicendomi: "Forse

tu non pensavi ch'io loico fossi!".



A Minos mi porto`; e quelli attorse

otto volte la coda al dosso duro;

e poi che per gran rabbia la si morse,



disse: "Questi e` d'i rei del foco furo";

per ch'io la` dove vedi son perduto,

e si` vestito, andando, mi rancuro”.



Quand'elli ebbe 'l suo dir cosi` compiuto,

la fiamma dolorando si partio,

torcendo e dibattendo 'l corno aguto.



Noi passamm'oltre, e io e 'l duca mio,

su per lo scoglio infino in su l'altr'arco

che cuopre 'l fosso in che si paga il fio



a quei che scommettendo acquistan carco.







Inferno: Canto XXVIII



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Chi poria mai pur con parole sciolte

dicer del sangue e de le piaghe a pieno

ch'i' ora vidi, per narrar piu` volte?



Ogne lingua per certo verria meno

per lo nostro sermone e per la mente

c'hanno a tanto comprender poco seno.



S'el s'aunasse ancor tutta la gente

che gia` in su la fortunata terra

di Puglia, fu del suo sangue dolente



per li Troiani e per la lunga guerra

che de l'anella fe' si` alte spoglie,

come Livio scrive, che non erra,



con quella che sentio di colpi doglie

per contastare a Ruberto Guiscardo;

e l'altra il cui ossame ancor s'accoglie



a Ceperan, la` dove fu bugiardo

ciascun Pugliese, e la` da Tagliacozzo,

dove sanz'arme vinse il vecchio Alardo;



e qual forato suo membro e qual mozzo

mostrasse, d'aequar sarebbe nulla

il modo de la nona bolgia sozzo.



Gia` veggia, per mezzul perdere o lulla,

com'io vidi un, cosi` non si pertugia,

rotto dal mento infin dove si trulla.



Tra le gambe pendevan le minugia;

la corata pareva e 'l tristo sacco

che merda fa di quel che si trangugia.



Mentre che tutto in lui veder m'attacco,

guardommi, e con le man s'aperse il petto,

dicendo: “Or vedi com'io mi dilacco!



vedi come storpiato e` Maometto!

Dinanzi a me sen va piangendo Ali`,

fesso nel volto dal mento al ciuffetto.



E tutti li altri che tu vedi qui,

seminator di scandalo e di scisma

fuor vivi, e pero` son fessi cosi`.



Un diavolo e` qua dietro che n'accisma

si` crudelmente, al taglio de la spada

rimettendo ciascun di questa risma,



quand'avem volta la dolente strada;

pero` che le ferite son richiuse

prima ch'altri dinanzi li rivada.



Ma tu chi se' che 'n su lo scoglio muse,

forse per indugiar d'ire a la pena

ch'e` giudicata in su le tue accuse?”.



“Ne' morte 'l giunse ancor, ne' colpa 'l mena”,

rispuose 'l mio maestro “a tormentarlo;

ma per dar lui esperienza piena,



a me, che morto son, convien menarlo

per lo 'nferno qua giu` di giro in giro;

e quest'e` ver cosi` com'io ti parlo”.



Piu` fuor di cento che, quando l'udiro,

s'arrestaron nel fosso a riguardarmi

per maraviglia obliando il martiro.



“Or di` a fra Dolcin dunque che s'armi,

tu che forse vedra' il sole in breve,

s'ello non vuol qui tosto seguitarmi,



si` di vivanda, che stretta di neve

non rechi la vittoria al Noarese,

ch'altrimenti acquistar non saria leve”.



Poi che l'un pie` per girsene sospese,

Maometto mi disse esta parola;

indi a partirsi in terra lo distese.



Un altro, che forata avea la gola

e tronco 'l naso infin sotto le ciglia,

e non avea mai ch'una orecchia sola,



ristato a riguardar per maraviglia

con li altri, innanzi a li altri apri` la canna,

ch'era di fuor d'ogni parte vermiglia,



e disse: “O tu cui colpa non condanna

e cu' io vidi su in terra latina,

se troppa simiglianza non m'inganna,



rimembriti di Pier da Medicina,

se mai torni a veder lo dolce piano

che da Vercelli a Marcabo` dichina.



E fa saper a' due miglior da Fano,

a messer Guido e anco ad Angiolello,

che, se l'antiveder qui non e` vano,



gittati saran fuor di lor vasello

e mazzerati presso a la Cattolica

per tradimento d'un tiranno fello.



Tra l'isola di Cipri e di Maiolica

non vide mai si` gran fallo Nettuno,

non da pirate, non da gente argolica.



Quel traditor che vede pur con l'uno,

e tien la terra che tale qui meco

vorrebbe di vedere esser digiuno,



fara` venirli a parlamento seco;

poi fara` si`, ch'al vento di Focara

non sara` lor mestier voto ne' preco”.



E io a lui: “Dimostrami e dichiara,

se vuo' ch'i' porti su` di te novella,

chi e` colui da la veduta amara”.



Allor puose la mano a la mascella

d'un suo compagno e la bocca li aperse,

gridando: “Questi e` desso, e non favella.



Questi, scacciato, il dubitar sommerse

in Cesare, affermando che 'l fornito

sempre con danno l'attender sofferse”.



Oh quanto mi pareva sbigottito

con la lingua tagliata ne la strozza

Curio, ch'a dir fu cosi` ardito!



E un ch'avea l'una e l'altra man mozza,

levando i moncherin per l'aura fosca,

si` che 'l sangue facea la faccia sozza,



grido`: “Ricordera'ti anche del Mosca,

che disse, lasso!, "Capo ha cosa fatta",

che fu mal seme per la gente tosca”.



E io li aggiunsi: “E morte di tua schiatta”;

per ch'elli, accumulando duol con duolo,

sen gio come persona trista e matta.



Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,

e vidi cosa, ch'io avrei paura,

sanza piu` prova, di contarla solo;



se non che coscienza m'assicura,

la buona compagnia che l'uom francheggia

sotto l'asbergo del sentirsi pura.



Io vidi certo, e ancor par ch'io 'l veggia,

un busto sanza capo andar si` come

andavan li altri de la trista greggia;



e 'l capo tronco tenea per le chiome,

pesol con mano a guisa di lanterna;

e quel mirava noi e dicea: “Oh me!”.



Di se' facea a se' stesso lucerna,

ed eran due in uno e uno in due:

com'esser puo`, quei sa che si` governa.



Quando diritto al pie` del ponte fue,

levo` 'l braccio alto con tutta la testa,

per appressarne le parole sue,



che fuoro: “Or vedi la pena molesta

tu che, spirando, vai veggendo i morti:

vedi s'alcuna e` grande come questa.



E perche' tu di me novella porti,

sappi ch'i' son Bertram dal Bornio, quelli

che diedi al re giovane i ma' conforti.



Io feci il padre e 'l figlio in se' ribelli:

Achitofel non fe' piu` d'Absalone

e di David coi malvagi punzelli.



Perch'io parti' cosi` giunte persone,

partito porto il mio cerebro, lasso!,

dal suo principio ch'e` in questo troncone.



Cosi` s'osserva in me lo contrapasso”.







Inferno: Canto XXIX



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La molta gente e le diverse piaghe

avean le luci mie si` inebriate,

che de lo stare a piangere eran vaghe.



Ma Virgilio mi disse: “Che pur guate?

perche' la vista tua pur si soffolge

la` giu` tra l'ombre triste smozzicate?



Tu non hai fatto si` a l'altre bolge;

pensa, se tu annoverar le credi,

che miglia ventidue la valle volge.



E gia` la luna e` sotto i nostri piedi:

lo tempo e` poco omai che n'e` concesso,

e altro e` da veder che tu non vedi”.



“Se tu avessi”, rispuos'io appresso,

“atteso a la cagion perch'io guardava,

forse m'avresti ancor lo star dimesso”.



Parte sen giva, e io retro li andava,

lo duca, gia` faccendo la risposta,

e soggiugnendo: “Dentro a quella cava



dov'io tenea or li occhi si` a posta,

credo ch'un spirto del mio sangue pianga

la colpa che la` giu` cotanto costa”.



Allor disse 'l maestro: “Non si franga

lo tuo pensier da qui innanzi sovr'ello.

Attendi ad altro, ed ei la` si rimanga;



ch'io vidi lui a pie` del ponticello

mostrarti, e minacciar forte, col dito,

e udi' 'l nominar Geri del Bello.



Tu eri allor si` del tutto impedito

sovra colui che gia` tenne Altaforte,

che non guardasti in la`, si` fu partito”.



“O duca mio, la violenta morte

che non li e` vendicata ancor”, diss'io,

“per alcun che de l'onta sia consorte,



fece lui disdegnoso; ond'el sen gio

sanza parlarmi, si` com'io estimo:

e in cio` m'ha el fatto a se' piu` pio”.



Cosi` parlammo infino al loco primo

che de lo scoglio l'altra valle mostra,

se piu` lume vi fosse, tutto ad imo.



Quando noi fummo sor l'ultima chiostra

di Malebolge, si` che i suoi conversi

potean parere a la veduta nostra,



lamenti saettaron me diversi,

che di pieta` ferrati avean li strali;

ond'io li orecchi con le man copersi.



Qual dolor fora, se de li spedali,

di Valdichiana tra 'l luglio e 'l settembre

e di Maremma e di Sardigna i mali



fossero in una fossa tutti 'nsembre,

tal era quivi, e tal puzzo n'usciva

qual suol venir de le marcite membre.



Noi discendemmo in su l'ultima riva

del lungo scoglio, pur da man sinistra;

e allor fu la mia vista piu` viva



giu` ver lo fondo, la 've la ministra

de l'alto Sire infallibil giustizia

punisce i falsador che qui registra.



Non credo ch'a veder maggior tristizia

fosse in Egina il popol tutto infermo,

quando fu l'aere si` pien di malizia,



che li animali, infino al picciol vermo,

cascaron tutti, e poi le genti antiche,

secondo che i poeti hanno per fermo,



si ristorar di seme di formiche;

ch'era a veder per quella oscura valle

languir li spirti per diverse biche.



Qual sovra 'l ventre, e qual sovra le spalle

l'un de l'altro giacea, e qual carpone

si trasmutava per lo tristo calle.



Passo passo andavam sanza sermone,

guardando e ascoltando li ammalati,

che non potean levar le lor persone.



Io vidi due sedere a se' poggiati,

com'a scaldar si poggia tegghia a tegghia,

dal capo al pie` di schianze macolati;



e non vidi gia` mai menare stregghia

a ragazzo aspettato dal segnorso,

ne' a colui che mal volontier vegghia,



come ciascun menava spesso il morso

de l'unghie sopra se' per la gran rabbia

del pizzicor, che non ha piu` soccorso;



e si` traevan giu` l'unghie la scabbia,

come coltel di scardova le scaglie

o d'altro pesce che piu` larghe l'abbia.



“O tu che con le dita ti dismaglie”,

comincio` 'l duca mio a l'un di loro,

“e che fai d'esse talvolta tanaglie,



dinne s'alcun Latino e` tra costoro

che son quinc'entro, se l'unghia ti basti

etternalmente a cotesto lavoro”.



“Latin siam noi, che tu vedi si` guasti

qui ambedue”, rispuose l'un piangendo;

“ma tu chi se' che di noi dimandasti?”.



E 'l duca disse: “I' son un che discendo

con questo vivo giu` di balzo in balzo,

e di mostrar lo 'nferno a lui intendo”.



Allor si ruppe lo comun rincalzo;

e tremando ciascuno a me si volse

con altri che l'udiron di rimbalzo.



Lo buon maestro a me tutto s'accolse,

dicendo: “Di` a lor cio` che tu vuoli”;

e io incominciai, poscia ch'ei volse:



“Se la vostra memoria non s'imboli

nel primo mondo da l'umane menti,

ma s'ella viva sotto molti soli,



ditemi chi voi siete e di che genti;

la vostra sconcia e fastidiosa pena

di palesarvi a me non vi spaventi”.



“Io fui d'Arezzo, e Albero da Siena”,

rispuose l'un, “mi fe' mettere al foco;

ma quel per ch'io mori' qui non mi mena.



Vero e` ch'i' dissi lui, parlando a gioco:

"I' mi saprei levar per l'aere a volo";

e quei, ch'avea vaghezza e senno poco,



volle ch'i' li mostrassi l'arte; e solo

perch'io nol feci Dedalo, mi fece

ardere a tal che l'avea per figliuolo.



Ma nell 'ultima bolgia de le diece

me per l'alchimia che nel mondo usai

danno` Minos, a cui fallar non lece”.



E io dissi al poeta: “Or fu gia` mai

gente si` vana come la sanese?

Certo non la francesca si` d'assai!”.



Onde l'altro lebbroso, che m'intese,

rispuose al detto mio: “Tra'mene Stricca

che seppe far le temperate spese,



e Niccolo` che la costuma ricca

del garofano prima discoverse

ne l'orto dove tal seme s'appicca;



e tra'ne la brigata in che disperse

Caccia d'Ascian la vigna e la gran fonda,

e l'Abbagliato suo senno proferse.



Ma perche' sappi chi si` ti seconda

contra i Sanesi, aguzza ver me l'occhio,

si` che la faccia mia ben ti risponda:



si` vedrai ch'io son l'ombra di Capocchio,

che falsai li metalli con l'alchimia;

e te dee ricordar, se ben t'adocchio,



com'io fui di natura buona scimia”.







Inferno: Canto XXX



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Nel tempo che Iunone era crucciata

per Semele` contra 'l sangue tebano,

come mostro` una e altra fiata,



Atamante divenne tanto insano,

che veggendo la moglie con due figli

andar carcata da ciascuna mano,



grido`: “Tendiam le reti, si` ch'io pigli

la leonessa e ' leoncini al varco”;

e poi distese i dispietati artigli,



prendendo l'un ch'avea nome Learco,

e rotollo e percosselo ad un sasso;

e quella s'annego` con l'altro carco.



E quando la fortuna volse in basso

l'altezza de' Troian che tutto ardiva,

si` che 'nsieme col regno il re fu casso,



Ecuba trista, misera e cattiva,

poscia che vide Polissena morta,

e del suo Polidoro in su la riva



del mar si fu la dolorosa accorta,

forsennata latro` si` come cane;

tanto il dolor le fe' la mente torta.



Ma ne' di Tebe furie ne' troiane

si vider mai in alcun tanto crude,

non punger bestie, nonche' membra umane,



quant'io vidi in due ombre smorte e nude,

che mordendo correvan di quel modo

che 'l porco quando del porcil si schiude.



L'una giunse a Capocchio, e in sul nodo

del collo l'assanno`, si` che, tirando,

grattar li fece il ventre al fondo sodo.



E l'Aretin che rimase, tremando

mi disse: “Quel folletto e` Gianni Schicchi,

e va rabbioso altrui cosi` conciando”.



“Oh!”, diss'io lui, “se l'altro non ti ficchi

li denti a dosso, non ti sia fatica

a dir chi e`, pria che di qui si spicchi”.



Ed elli a me: “Quell'e` l'anima antica

di Mirra scellerata, che divenne

al padre fuor del dritto amore amica.



Questa a peccar con esso cosi` venne,

falsificando se' in altrui forma,

come l'altro che la` sen va, sostenne,



per guadagnar la donna de la torma,

falsificare in se' Buoso Donati,

testando e dando al testamento norma”.



E poi che i due rabbiosi fuor passati

sovra cu' io avea l'occhio tenuto,

rivolsilo a guardar li altri mal nati.



Io vidi un, fatto a guisa di leuto,

pur ch'elli avesse avuta l'anguinaia

tronca da l'altro che l'uomo ha forcuto.



La grave idropesi`, che si` dispaia

le membra con l'omor che mal converte,

che 'l viso non risponde a la ventraia,



facea lui tener le labbra aperte

come l'etico fa, che per la sete

l'un verso 'l mento e l'altro in su` rinverte.



“O voi che sanz'alcuna pena siete,

e non so io perche', nel mondo gramo”,

diss'elli a noi, “guardate e attendete



a la miseria del maestro Adamo:

io ebbi vivo assai di quel ch'i' volli,

e ora, lasso!, un gocciol d'acqua bramo.



Li ruscelletti che d'i verdi colli

del Casentin discendon giuso in Arno,

faccendo i lor canali freddi e molli,



sempre mi stanno innanzi, e non indarno,

che' l'imagine lor vie piu` m'asciuga

che 'l male ond'io nel volto mi discarno.



La rigida giustizia che mi fruga

tragge cagion del loco ov'io peccai

a metter piu` li miei sospiri in fuga.



Ivi e` Romena, la` dov'io falsai

la lega suggellata del Batista;

per ch'io il corpo su` arso lasciai.



Ma s'io vedessi qui l'anima trista

di Guido o d'Alessandro o di lor frate,

per Fonte Branda non darei la vista.



Dentro c'e` l'una gia`, se l'arrabbiate

ombre che vanno intorno dicon vero;

ma che mi val, c'ho le membra legate?



S'io fossi pur di tanto ancor leggero

ch'i' potessi in cent'anni andare un'oncia,

io sarei messo gia` per lo sentiero,



cercando lui tra questa gente sconcia,

con tutto ch'ella volge undici miglia,

e men d'un mezzo di traverso non ci ha.



Io son per lor tra si` fatta famiglia:

e' m'indussero a batter li fiorini

ch'avevan tre carati di mondiglia”.



E io a lui: “Chi son li due tapini

che fumman come man bagnate 'l verno,

giacendo stretti a' tuoi destri confini?”.



“Qui li trovai - e poi volta non dierno - “,

rispuose, “quando piovvi in questo greppo,

e non credo che dieno in sempiterno.



L'una e` la falsa ch'accuso` Gioseppo;

l'altr'e` 'l falso Sinon greco di Troia:

per febbre aguta gittan tanto leppo”.



E l'un di lor, che si reco` a noia

forse d'esser nomato si` oscuro,

col pugno li percosse l'epa croia.



Quella sono` come fosse un tamburo;

e mastro Adamo li percosse il volto

col braccio suo, che non parve men duro,



dicendo a lui: “Ancor che mi sia tolto

lo muover per le membra che son gravi,

ho io il braccio a tal mestiere sciolto”.



Ond'ei rispuose: “Quando tu andavi

al fuoco, non l'avei tu cosi` presto;

ma si` e piu` l'avei quando coniavi”.



E l'idropico: “Tu di' ver di questo:

ma tu non fosti si` ver testimonio

la` 've del ver fosti a Troia richesto”.



“S'io dissi falso, e tu falsasti il conio”,

disse Sinon; “e son qui per un fallo,

e tu per piu` ch'alcun altro demonio!”.



“Ricorditi, spergiuro, del cavallo”,

rispuose quel ch'avea infiata l'epa;

“e sieti reo che tutto il mondo sallo!”.



“E te sia rea la sete onde ti crepa”,

disse 'l Greco, “la lingua, e l'acqua marcia

che 'l ventre innanzi a li occhi si` t'assiepa!”.



Allora il monetier: “Cosi` si squarcia

la bocca tua per tuo mal come suole;

che' s'i' ho sete e omor mi rinfarcia,



tu hai l'arsura e 'l capo che ti duole,

e per leccar lo specchio di Narcisso,

non vorresti a 'nvitar molte parole”.



Ad ascoltarli er'io del tutto fisso,

quando 'l maestro mi disse: “Or pur mira,

che per poco che teco non mi risso!”.



Quand'io 'l senti' a me parlar con ira,

volsimi verso lui con tal vergogna,

ch'ancor per la memoria mi si gira.



Qual e` colui che suo dannaggio sogna,

che sognando desidera sognare,

si` che quel ch'e`, come non fosse, agogna,



tal mi fec'io, non possendo parlare,

che disiava scusarmi, e scusava

me tuttavia, e nol mi credea fare.



“Maggior difetto men vergogna lava”,

disse 'l maestro, “che 'l tuo non e` stato;

pero` d'ogne trestizia ti disgrava.



E fa ragion ch'io ti sia sempre allato,

se piu` avvien che fortuna t'accoglia

dove sien genti in simigliante piato:



che' voler cio` udire e` bassa voglia”.







Inferno: Canto XXXI



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Una medesma lingua pria mi morse,

si` che mi tinse l'una e l'altra guancia,

e poi la medicina mi riporse;



cosi` od'io che solea far la lancia

d'Achille e del suo padre esser cagione

prima di trista e poi di buona mancia.



Noi demmo il dosso al misero vallone

su per la ripa che 'l cinge dintorno,

attraversando sanza alcun sermone.



Quiv'era men che notte e men che giorno,

si` che 'l viso m'andava innanzi poco;

ma io senti' sonare un alto corno,



tanto ch'avrebbe ogne tuon fatto fioco,

che, contra se' la sua via seguitando,

dirizzo` li occhi miei tutti ad un loco.



Dopo la dolorosa rotta, quando

Carlo Magno perde' la santa gesta,

non sono` si` terribilmente Orlando.



Poco portai in la` volta la testa,

che me parve veder molte alte torri;

ond'io: “Maestro, di', che terra e` questa?”.



Ed elli a me: “Pero` che tu trascorri

per le tenebre troppo da la lungi,

avvien che poi nel maginare abborri.



Tu vedrai ben, se tu la` ti congiungi,

quanto 'l senso s'inganna di lontano;

pero` alquanto piu` te stesso pungi”.



Poi caramente mi prese per mano,

e disse: “Pria che noi siamo piu` avanti,

accio` che 'l fatto men ti paia strano,



sappi che non son torri, ma giganti,

e son nel pozzo intorno da la ripa

da l'umbilico in giuso tutti quanti”.



Come quando la nebbia si dissipa,

lo sguardo a poco a poco raffigura

cio` che cela 'l vapor che l'aere stipa,



cosi` forando l'aura grossa e scura,

piu` e piu` appressando ver' la sponda,

fuggiemi errore e cresciemi paura;



pero` che come su la cerchia tonda

Montereggion di torri si corona,

cosi` la proda che 'l pozzo circonda



torreggiavan di mezza la persona

li orribili giganti, cui minaccia

Giove del cielo ancora quando tuona.



E io scorgeva gia` d'alcun la faccia,

le spalle e 'l petto e del ventre gran parte,

e per le coste giu` ambo le braccia.



Natura certo, quando lascio` l'arte

di si` fatti animali, assai fe' bene

per torre tali essecutori a Marte.



E s'ella d'elefanti e di balene

non si pente, chi guarda sottilmente,

piu` giusta e piu` discreta la ne tene;



che' dove l'argomento de la mente

s'aggiugne al mal volere e a la possa,

nessun riparo vi puo` far la gente.



La faccia sua mi parea lunga e grossa

come la pina di San Pietro a Roma,

e a sua proporzione eran l'altre ossa;



si` che la ripa, ch'era perizoma

dal mezzo in giu`, ne mostrava ben tanto

di sovra, che di giugnere a la chioma



tre Frison s'averien dato mal vanto;

pero` ch'i' ne vedea trenta gran palmi

dal loco in giu` dov'omo affibbia 'l manto.



“Raphel mai` ameche zabi` almi”,

comincio` a gridar la fiera bocca,

cui non si convenia piu` dolci salmi.



E 'l duca mio ver lui: “Anima sciocca,

tienti col corno, e con quel ti disfoga

quand'ira o altra passion ti tocca!



Cercati al collo, e troverai la soga

che 'l tien legato, o anima confusa,

e vedi lui che 'l gran petto ti doga”.



Poi disse a me: “Elli stessi s'accusa;

questi e` Nembrotto per lo cui mal coto

pur un linguaggio nel mondo non s'usa.



Lascianlo stare e non parliamo a voto;

che' cosi` e` a lui ciascun linguaggio

come 'l suo ad altrui, ch'a nullo e` noto”.



Facemmo adunque piu` lungo viaggio,

volti a sinistra; e al trar d'un balestro,

trovammo l'altro assai piu` fero e maggio.



A cigner lui qual che fosse 'l maestro,

non so io dir, ma el tenea soccinto

dinanzi l'altro e dietro il braccio destro



d'una catena che 'l tenea avvinto

dal collo in giu`, si` che 'n su lo scoperto

si ravvolgea infino al giro quinto.



“Questo superbo volle esser esperto

di sua potenza contra 'l sommo Giove”,

disse 'l mio duca, “ond'elli ha cotal merto.



Fialte ha nome, e fece le gran prove

quando i giganti fer paura a' dei;

le braccia ch'el meno`, gia` mai non move”.



E io a lui: “S'esser puote, io vorrei

che de lo smisurato Briareo

esperienza avesser li occhi miei”.



Ond'ei rispuose: “Tu vedrai Anteo

presso di qui che parla ed e` disciolto,

che ne porra` nel fondo d'ogne reo.



Quel che tu vuo' veder, piu` la` e` molto,

ed e` legato e fatto come questo,

salvo che piu` feroce par nel volto”.



Non fu tremoto gia` tanto rubesto,

che scotesse una torre cosi` forte,

come Fialte a scuotersi fu presto.



Allor temett'io piu` che mai la morte,

e non v'era mestier piu` che la dotta,

s'io non avessi viste le ritorte.



Noi procedemmo piu` avante allotta,

e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,

sanza la testa, uscia fuor de la grotta.



“O tu che ne la fortunata valle

che fece Scipion di gloria reda,

quand'Anibal co' suoi diede le spalle,



recasti gia` mille leon per preda,

e che, se fossi stato a l'alta guerra

de'tuoi fratelli, ancor par che si creda



ch'avrebber vinto i figli de la terra;

mettine giu`, e non ten vegna schifo,

dove Cocito la freddura serra.



Non ci fare ire a Tizio ne' a Tifo:

questi puo` dar di quel che qui si brama;

pero` ti china, e non torcer lo grifo.



Ancor ti puo` nel mondo render fama,

ch'el vive, e lunga vita ancor aspetta

se 'nnanzi tempo grazia a se' nol chiama”.



Cosi` disse 'l maestro; e quelli in fretta

le man distese, e prese 'l duca mio,

ond'Ercule senti` gia` grande stretta.



Virgilio, quando prender si sentio,

disse a me: “Fatti qua, si` ch'io ti prenda”;

poi fece si` ch'un fascio era elli e io.



Qual pare a riguardar la Carisenda

sotto 'l chinato, quando un nuvol vada

sovr'essa si`, ched ella incontro penda;



tal parve Anteo a me che stava a bada

di vederlo chinare, e fu tal ora

ch'i' avrei voluto ir per altra strada.



Ma lievemente al fondo che divora

Lucifero con Giuda, ci sposo`;

ne' si` chinato, li` fece dimora,



e come albero in nave si levo`.







Inferno: Canto XXXII



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S'io avessi le rime aspre e chiocce,

come si converrebbe al tristo buco

sovra 'l qual pontan tutte l'altre rocce,



io premerei di mio concetto il suco

piu` pienamente; ma perch'io non l'abbo,

non sanza tema a dicer mi conduco;



che' non e` impresa da pigliare a gabbo

discriver fondo a tutto l'universo,

ne' da lingua che chiami mamma o babbo.



Ma quelle donne aiutino il mio verso

ch'aiutaro Anfione a chiuder Tebe,

si` che dal fatto il dir non sia diverso.



Oh sovra tutte mal creata plebe

che stai nel loco onde parlare e` duro,

mei foste state qui pecore o zebe!



Come noi fummo giu` nel pozzo scuro

sotto i pie` del gigante assai piu` bassi,

e io mirava ancora a l'alto muro,



dicere udi'mi: “Guarda come passi:

va si`, che tu non calchi con le piante

le teste de' fratei miseri lassi”.



Per ch'io mi volsi, e vidimi davante

e sotto i piedi un lago che per gelo

avea di vetro e non d'acqua sembiante.



Non fece al corso suo si` grosso velo

di verno la Danoia in Osterlicchi,

ne' Tanai la` sotto 'l freddo cielo,



com'era quivi; che se Tambernicchi

vi fosse su` caduto, o Pietrapana,

non avria pur da l'orlo fatto cricchi.



E come a gracidar si sta la rana

col muso fuor de l'acqua, quando sogna

di spigolar sovente la villana;



livide, insin la` dove appar vergogna

eran l'ombre dolenti ne la ghiaccia,

mettendo i denti in nota di cicogna.



Ognuna in giu` tenea volta la faccia;

da bocca il freddo, e da li occhi il cor tristo

tra lor testimonianza si procaccia.



Quand'io m'ebbi dintorno alquanto visto,

volsimi a' piedi, e vidi due si` stretti,

che 'l pel del capo avieno insieme misto.



“Ditemi, voi che si` strignete i petti”,

diss'io, “chi siete?”. E quei piegaro i colli;

e poi ch'ebber li visi a me eretti,



li occhi lor, ch'eran pria pur dentro molli,

gocciar su per le labbra, e 'l gelo strinse

le lagrime tra essi e riserrolli.



Con legno legno spranga mai non cinse

forte cosi`; ond'ei come due becchi

cozzaro insieme, tanta ira li vinse.



E un ch'avea perduti ambo li orecchi

per la freddura, pur col viso in giue,

disse: “Perche' cotanto in noi ti specchi?



Se vuoi saper chi son cotesti due,

la valle onde Bisenzo si dichina

del padre loro Alberto e di lor fue.



D'un corpo usciro; e tutta la Caina

potrai cercare, e non troverai ombra

degna piu` d'esser fitta in gelatina;



non quelli a cui fu rotto il petto e l'ombra

con esso un colpo per la man d'Artu`;

non Focaccia; non questi che m'ingombra



col capo si`, ch'i' non veggio oltre piu`,

e fu nomato Sassol Mascheroni;

se tosco se', ben sai omai chi fu.



E perche' non mi metti in piu` sermoni,

sappi ch'i' fu' il Camiscion de' Pazzi;

e aspetto Carlin che mi scagioni”.



Poscia vid'io mille visi cagnazzi

fatti per freddo; onde mi vien riprezzo,

e verra` sempre, de' gelati guazzi.



E mentre ch'andavamo inver' lo mezzo

al quale ogne gravezza si rauna,

e io tremava ne l'etterno rezzo;



se voler fu o destino o fortuna,

non so; ma, passeggiando tra le teste,

forte percossi 'l pie` nel viso ad una.



Piangendo mi sgrido`: “Perche' mi peste?

se tu non vieni a crescer la vendetta

di Montaperti, perche' mi moleste?”.



E io: “Maestro mio, or qui m'aspetta,

si ch'io esca d'un dubbio per costui;

poi mi farai, quantunque vorrai, fretta”.



Lo duca stette, e io dissi a colui

che bestemmiava duramente ancora:

“Qual se' tu che cosi` rampogni altrui?”.



“Or tu chi se' che vai per l'Antenora,

percotendo”, rispuose, “altrui le gote,

si` che, se fossi vivo, troppo fora?”.



“Vivo son io, e caro esser ti puote”,

fu mia risposta, “se dimandi fama,

ch'io metta il nome tuo tra l'altre note”.



Ed elli a me: “Del contrario ho io brama.

Levati quinci e non mi dar piu` lagna,

che' mal sai lusingar per questa lama!”.



Allor lo presi per la cuticagna,

e dissi: “El converra` che tu ti nomi,

o che capel qui su` non ti rimagna”.



Ond'elli a me: “Perche' tu mi dischiomi,

ne' ti diro` ch'io sia, ne' mosterrolti,

se mille fiate in sul capo mi tomi”.



Io avea gia` i capelli in mano avvolti,

e tratto glien'avea piu` d'una ciocca,

latrando lui con li occhi in giu` raccolti,



quando un altro grido`: “Che hai tu, Bocca?

non ti basta sonar con le mascelle,

se tu non latri? qual diavol ti tocca?”.



“Omai”, diss'io, “non vo' che piu` favelle,

malvagio traditor; ch'a la tua onta

io portero` di te vere novelle”.



“Va via”, rispuose, “e cio` che tu vuoi conta;

ma non tacer, se tu di qua entro eschi,

di quel ch'ebbe or cosi` la lingua pronta.



El piange qui l'argento de' Franceschi:

"Io vidi", potrai dir, "quel da Duera

la` dove i peccatori stanno freschi".



Se fossi domandato "Altri chi v'era?",

tu hai dallato quel di Beccheria

di cui sego` Fiorenza la gorgiera.



Gianni de' Soldanier credo che sia

piu` la` con Ganellone e Tebaldello,

ch'apri` Faenza quando si dormia”.



Noi eravam partiti gia` da ello,

ch'io vidi due ghiacciati in una buca,

si` che l'un capo a l'altro era cappello;



e come 'l pan per fame si manduca,

cosi` 'l sovran li denti a l'altro pose

la` 've 'l cervel s'aggiugne con la nuca:



non altrimenti Tideo si rose

le tempie a Menalippo per disdegno,

che quei faceva il teschio e l'altre cose.



“O tu che mostri per si` bestial segno

odio sovra colui che tu ti mangi,

dimmi 'l perche'“, diss'io, “per tal convegno,



che se tu a ragion di lui ti piangi,

sappiendo chi voi siete e la sua pecca,

nel mondo suso ancora io te ne cangi,



se quella con ch'io parlo non si secca”.







Inferno: Canto XXXIII



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La bocca sollevo` dal fiero pasto

quel peccator, forbendola a'capelli

del capo ch'elli avea di retro guasto.



Poi comincio`: “Tu vuo' ch'io rinovelli

disperato dolor che 'l cor mi preme

gia` pur pensando, pria ch'io ne favelli.



Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,

parlar e lagrimar vedrai insieme.



Io non so chi tu se' ne' per che modo

venuto se' qua giu`; ma fiorentino

mi sembri veramente quand'io t'odo.



Tu dei saper ch'i' fui conte Ugolino,

e questi e` l'arcivescovo Ruggieri:

or ti diro` perche' i son tal vicino.



Che per l'effetto de' suo' mai pensieri,

fidandomi di lui, io fossi preso

e poscia morto, dir non e` mestieri;



pero` quel che non puoi avere inteso,

cioe` come la morte mia fu cruda,

udirai, e saprai s'e' m'ha offeso.



Breve pertugio dentro da la Muda

la qual per me ha 'l titol de la fame,

e che conviene ancor ch'altrui si chiuda,



m'avea mostrato per lo suo forame

piu` lune gia`, quand'io feci 'l mal sonno

che del futuro mi squarcio` 'l velame.



Questi pareva a me maestro e donno,

cacciando il lupo e ' lupicini al monte

per che i Pisan veder Lucca non ponno.



Con cagne magre, studiose e conte

Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi

s'avea messi dinanzi da la fronte.



In picciol corso mi parieno stanchi

lo padre e ' figli, e con l'agute scane

mi parea lor veder fender li fianchi.



Quando fui desto innanzi la dimane,

pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli

ch'eran con meco, e dimandar del pane.



Ben se' crudel, se tu gia` non ti duoli

pensando cio` che 'l mio cor s'annunziava;

e se non piangi, di che pianger suoli?



Gia` eran desti, e l'ora s'appressava

che 'l cibo ne solea essere addotto,

e per suo sogno ciascun dubitava;



e io senti' chiavar l'uscio di sotto

a l'orribile torre; ond'io guardai

nel viso a' mie' figliuoi sanza far motto.



Io non piangea, si` dentro impetrai:

piangevan elli; e Anselmuccio mio

disse: "Tu guardi si`, padre! che hai?".



Percio` non lacrimai ne' rispuos'io

tutto quel giorno ne' la notte appresso,

infin che l'altro sol nel mondo uscio.



Come un poco di raggio si fu messo

nel doloroso carcere, e io scorsi

per quattro visi il mio aspetto stesso,



ambo le man per lo dolor mi morsi;

ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia

di manicar, di subito levorsi



e disser: "Padre, assai ci fia men doglia

se tu mangi di noi: tu ne vestisti

queste misere carni, e tu le spoglia".



Queta'mi allor per non farli piu` tristi;

lo di` e l'altro stemmo tutti muti;

ahi dura terra, perche' non t'apristi?



Poscia che fummo al quarto di` venuti,

Gaddo mi si gitto` disteso a' piedi,

dicendo: "Padre mio, che' non mi aiuti?".



Quivi mori`; e come tu mi vedi,

vid'io cascar li tre ad uno ad uno

tra 'l quinto di` e 'l sesto; ond'io mi diedi,



gia` cieco, a brancolar sovra ciascuno,

e due di` li chiamai, poi che fur morti.

Poscia, piu` che 'l dolor, pote' 'l digiuno”.



Quand'ebbe detto cio`, con li occhi torti

riprese 'l teschio misero co'denti,

che furo a l'osso, come d'un can, forti.



Ahi Pisa, vituperio de le genti

del bel paese la` dove 'l si` suona,

poi che i vicini a te punir son lenti,



muovasi la Capraia e la Gorgona,

e faccian siepe ad Arno in su la foce,

si` ch'elli annieghi in te ogne persona!



Che' se 'l conte Ugolino aveva voce

d'aver tradita te de le castella,

non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.



Innocenti facea l'eta` novella,

novella Tebe, Uguiccione e 'l Brigata

e li altri due che 'l canto suso appella.



Noi passammo oltre, la` 've la gelata

ruvidamente un'altra gente fascia,

non volta in giu`, ma tutta riversata.



Lo pianto stesso li` pianger non lascia,

e 'l duol che truova in su li occhi rintoppo,

si volge in entro a far crescer l'ambascia;



che' le lagrime prime fanno groppo,

e si` come visiere di cristallo,

riempion sotto 'l ciglio tutto il coppo.



E avvegna che, si` come d'un callo,

per la freddura ciascun sentimento

cessato avesse del mio viso stallo,



gia` mi parea sentire alquanto vento:

per ch'io: “Maestro mio, questo chi move?

non e` qua giu` ogne vapore spento?”.



Ond'elli a me: “Avaccio sarai dove

di cio` ti fara` l'occhio la risposta,

veggendo la cagion che 'l fiato piove”.



E un de' tristi de la fredda crosta

grido` a noi: “O anime crudeli,

tanto che data v'e` l'ultima posta,



levatemi dal viso i duri veli,

si` ch'io sfoghi 'l duol che 'l cor m'impregna,

un poco, pria che 'l pianto si raggeli”.



Per ch'io a lui: “Se vuo' ch'i' ti sovvegna,

dimmi chi se', e s'io non ti disbrigo,

al fondo de la ghiaccia ir mi convegna”.



Rispuose adunque: “I' son frate Alberigo;

i' son quel da le frutta del mal orto,

che qui riprendo dattero per figo”.



“Oh!”, diss'io lui, “or se' tu ancor morto?”.

Ed elli a me: “Come 'l mio corpo stea

nel mondo su`, nulla scienza porto.



Cotal vantaggio ha questa Tolomea,

che spesse volte l'anima ci cade

innanzi ch'Atropos mossa le dea.



E perche' tu piu` volentier mi rade

le 'nvetriate lagrime dal volto,

sappie che, tosto che l'anima trade



come fec'io, il corpo suo l'e` tolto

da un demonio, che poscia il governa

mentre che 'l tempo suo tutto sia volto.



Ella ruina in si` fatta cisterna;

e forse pare ancor lo corpo suso

de l'ombra che di qua dietro mi verna.



Tu 'l dei saper, se tu vien pur mo giuso:

elli e` ser Branca Doria, e son piu` anni

poscia passati ch'el fu si` racchiuso”.



“Io credo”, diss'io lui, “che tu m'inganni;

che' Branca Doria non mori` unquanche,

e mangia e bee e dorme e veste panni”.



“Nel fosso su`”, diss'el, “de' Malebranche,

la` dove bolle la tenace pece,

non era ancor giunto Michel Zanche,



che questi lascio` il diavolo in sua vece

nel corpo suo, ed un suo prossimano

che 'l tradimento insieme con lui fece.



Ma distendi oggimai in qua la mano;

aprimi li occhi”. E io non gliel'apersi;

e cortesia fu lui esser villano.



Ahi Genovesi, uomini diversi

d'ogne costume e pien d'ogne magagna,

perche' non siete voi del mondo spersi?



Che' col peggiore spirto di Romagna

trovai di voi un tal, che per sua opra

in anima in Cocito gia` si bagna,



e in corpo par vivo ancor di sopra.







Inferno: Canto XXXIV



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“Vexilla regis prodeunt inferni

verso di noi; pero` dinanzi mira”,

disse 'l maestro mio “se tu 'l discerni”.



Come quando una grossa nebbia spira,

o quando l'emisperio nostro annotta,

par di lungi un molin che 'l vento gira,



veder mi parve un tal dificio allotta;

poi per lo vento mi ristrinsi retro

al duca mio; che' non li` era altra grotta.



Gia` era, e con paura il metto in metro,

la` dove l'ombre tutte eran coperte,

e trasparien come festuca in vetro.



Altre sono a giacere; altre stanno erte,

quella col capo e quella con le piante;

altra, com'arco, il volto a' pie` rinverte.



Quando noi fummo fatti tanto avante,

ch'al mio maestro piacque di mostrarmi

la creatura ch'ebbe il bel sembiante,



d'innanzi mi si tolse e fe' restarmi,

“Ecco Dite”, dicendo, “ed ecco il loco

ove convien che di fortezza t'armi”.



Com'io divenni allor gelato e fioco,

nol dimandar, lettor, ch'i' non lo scrivo,

pero` ch'ogne parlar sarebbe poco.



Io non mori' e non rimasi vivo:

pensa oggimai per te, s'hai fior d'ingegno,

qual io divenni, d'uno e d'altro privo.



Lo 'mperador del doloroso regno

da mezzo 'l petto uscia fuor de la ghiaccia;

e piu` con un gigante io mi convegno,



che i giganti non fan con le sue braccia:

vedi oggimai quant'esser dee quel tutto

ch'a cosi` fatta parte si confaccia.



S'el fu si` bel com'elli e` ora brutto,

e contra 'l suo fattore alzo` le ciglia,

ben dee da lui proceder ogne lutto.



Oh quanto parve a me gran maraviglia

quand'io vidi tre facce a la sua testa!

L'una dinanzi, e quella era vermiglia;



l'altr'eran due, che s'aggiugnieno a questa

sovresso 'l mezzo di ciascuna spalla,

e se' giugnieno al loco de la cresta:



e la destra parea tra bianca e gialla;

la sinistra a vedere era tal, quali

vegnon di la` onde 'l Nilo s'avvalla.



Sotto ciascuna uscivan due grand'ali,

quanto si convenia a tanto uccello:

vele di mar non vid'io mai cotali.



Non avean penne, ma di vispistrello

era lor modo; e quelle svolazzava,

si` che tre venti si movean da ello:



quindi Cocito tutto s'aggelava.

Con sei occhi piangea, e per tre menti

gocciava 'l pianto e sanguinosa bava.



Da ogne bocca dirompea co' denti

un peccatore, a guisa di maciulla,

si` che tre ne facea cosi` dolenti.



A quel dinanzi il mordere era nulla

verso 'l graffiar, che talvolta la schiena

rimanea de la pelle tutta brulla.



“Quell'anima la` su` c'ha maggior pena”,

disse 'l maestro, “e` Giuda Scariotto,

che 'l capo ha dentro e fuor le gambe mena.



De li altri due c'hanno il capo di sotto,

quel che pende dal nero ceffo e` Bruto:

vedi come si storce, e non fa motto!;



e l'altro e` Cassio che par si` membruto.

Ma la notte risurge, e oramai

e` da partir, che' tutto avem veduto”.



Com'a lui piacque, il collo li avvinghiai;

ed el prese di tempo e loco poste,

e quando l'ali fuoro aperte assai,



appiglio` se' a le vellute coste;

di vello in vello giu` discese poscia

tra 'l folto pelo e le gelate croste.



Quando noi fummo la` dove la coscia

si volge, a punto in sul grosso de l'anche,

lo duca, con fatica e con angoscia,



volse la testa ov'elli avea le zanche,

e aggrappossi al pel com'om che sale,

si` che 'n inferno i' credea tornar anche.



“Attienti ben, che' per cotali scale”,

disse 'l maestro, ansando com'uom lasso,

“conviensi dipartir da tanto male”.



Poi usci` fuor per lo foro d'un sasso,

e puose me in su l'orlo a sedere;

appresso porse a me l'accorto passo.



Io levai li occhi e credetti vedere

Lucifero com'io l'avea lasciato,

e vidili le gambe in su` tenere;



e s'io divenni allora travagliato,

la gente grossa il pensi, che non vede

qual e` quel punto ch'io avea passato.



“Levati su`”, disse 'l maestro, “in piede:

la via e` lunga e 'l cammino e` malvagio,

e gia` il sole a mezza terza riede”.



Non era camminata di palagio

la` 'v'eravam, ma natural burella

ch'avea mal suolo e di lume disagio.



“Prima ch'io de l'abisso mi divella,

maestro mio”, diss'io quando fui dritto,

“a trarmi d'erro un poco mi favella:



ov'e` la ghiaccia? e questi com'e` fitto

si` sottosopra? e come, in si` poc'ora,

da sera a mane ha fatto il sol tragitto?”.



Ed elli a me: “Tu imagini ancora

d'esser di la` dal centro, ov'io mi presi

al pel del vermo reo che 'l mondo fora.



Di la` fosti cotanto quant'io scesi;

quand'io mi volsi, tu passasti 'l punto

al qual si traggon d'ogne parte i pesi.



E se' or sotto l'emisperio giunto

ch'e` contraposto a quel che la gran secca

coverchia, e sotto 'l cui colmo consunto



fu l'uom che nacque e visse sanza pecca:

tu hai i piedi in su picciola spera

che l'altra faccia fa de la Giudecca.



Qui e` da man, quando di la` e` sera;

e questi, che ne fe' scala col pelo,

fitto e` ancora si` come prim'era.



Da questa parte cadde giu` dal cielo;

e la terra, che pria di qua si sporse,

per paura di lui fe' del mar velo,



e venne a l'emisperio nostro; e forse

per fuggir lui lascio` qui loco voto

quella ch'appar di qua, e su` ricorse”.



Luogo e` la` giu` da Belzebu` remoto

tanto quanto la tomba si distende,

che non per vista, ma per suono e` noto



d'un ruscelletto che quivi discende

per la buca d'un sasso, ch'elli ha roso,

col corso ch'elli avvolge, e poco pende.



Lo duca e io per quel cammino ascoso

intrammo a ritornar nel chiaro mondo;

e sanza cura aver d'alcun riposo,



salimmo su`, el primo e io secondo,

tanto ch'i' vidi de le cose belle

che porta 'l ciel, per un pertugio tondo.



E quindi uscimmo a riveder le stelle.









PURGATORIO







Purgatorio: Canto I



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Per correr miglior acque alza le vele

omai la navicella del mio ingegno,

che lascia dietro a se' mar si` crudele;



e cantero` di quel secondo regno

dove l'umano spirito si purga

e di salire al ciel diventa degno.



Ma qui la morta poesi` resurga,

o sante Muse, poi che vostro sono;

e qui Caliope` alquanto surga,



seguitando il mio canto con quel suono

di cui le Piche misere sentiro

lo colpo tal, che disperar perdono.



Dolce color d'oriental zaffiro,

che s'accoglieva nel sereno aspetto

del mezzo, puro infino al primo giro,



a li occhi miei ricomincio` diletto,

tosto ch'io usci' fuor de l'aura morta

che m'avea contristati li occhi e 'l petto.



Lo bel pianeto che d'amar conforta

faceva tutto rider l'oriente,

velando i Pesci ch'erano in sua scorta.



I' mi volsi a man destra, e puosi mente

a l'altro polo, e vidi quattro stelle

non viste mai fuor ch'a la prima gente.



Goder pareva 'l ciel di lor fiammelle:

oh settentrional vedovo sito,

poi che privato se' di mirar quelle!



Com'io da loro sguardo fui partito,

un poco me volgendo a l 'altro polo,

la` onde il Carro gia` era sparito,



vidi presso di me un veglio solo,

degno di tanta reverenza in vista,

che piu` non dee a padre alcun figliuolo.



Lunga la barba e di pel bianco mista

portava, a' suoi capelli simigliante,

de' quai cadeva al petto doppia lista.



Li raggi de le quattro luci sante

fregiavan si` la sua faccia di lume,

ch'i' 'l vedea come 'l sol fosse davante.



“Chi siete voi che contro al cieco fiume

fuggita avete la pregione etterna?”,

diss'el, movendo quelle oneste piume.



“Chi v'ha guidati, o che vi fu lucerna,

uscendo fuor de la profonda notte

che sempre nera fa la valle inferna?



Son le leggi d'abisso cosi` rotte?

o e` mutato in ciel novo consiglio,

che, dannati, venite a le mie grotte?”.



Lo duca mio allor mi die` di piglio,

e con parole e con mani e con cenni

reverenti mi fe' le gambe e 'l ciglio.



Poscia rispuose lui: “Da me non venni:

donna scese del ciel, per li cui prieghi

de la mia compagnia costui sovvenni.



Ma da ch'e` tuo voler che piu` si spieghi

di nostra condizion com'ell'e` vera,

esser non puote il mio che a te si nieghi.



Questi non vide mai l'ultima sera;

ma per la sua follia le fu si` presso,

che molto poco tempo a volger era.



Si` com'io dissi, fui mandato ad esso

per lui campare; e non li` era altra via

che questa per la quale i' mi son messo.



Mostrata ho lui tutta la gente ria;

e ora intendo mostrar quelli spirti

che purgan se' sotto la tua balia.



Com'io l'ho tratto, saria lungo a dirti;

de l'alto scende virtu` che m'aiuta

conducerlo a vederti e a udirti.



Or ti piaccia gradir la sua venuta:

liberta` va cercando, ch'e` si` cara,

come sa chi per lei vita rifiuta.



Tu 'l sai, che' non ti fu per lei amara

in Utica la morte, ove lasciasti

la vesta ch'al gran di` sara` si` chiara.



Non son li editti etterni per noi guasti,

che' questi vive, e Minos me non lega;

ma son del cerchio ove son li occhi casti



di Marzia tua, che 'n vista ancor ti priega,

o santo petto, che per tua la tegni:

per lo suo amore adunque a noi ti piega.



Lasciane andar per li tuoi sette regni;

grazie riportero` di te a lei,

se d'esser mentovato la` giu` degni”.



“Marzia piacque tanto a li occhi miei

mentre ch'i' fu' di la`”, diss'elli allora,

“che quante grazie volse da me, fei.



Or che di la` dal mal fiume dimora,

piu` muover non mi puo`, per quella legge

che fatta fu quando me n'usci' fora.



Ma se donna del ciel ti muove e regge,

come tu di', non c'e` mestier lusinghe:

bastisi ben che per lei mi richegge.



Va dunque, e fa che tu costui ricinghe

d'un giunco schietto e che li lavi 'l viso,

si` ch'ogne sucidume quindi stinghe;



che' non si converria, l'occhio sorpriso

d'alcuna nebbia, andar dinanzi al primo

ministro, ch'e` di quei di paradiso.



Questa isoletta intorno ad imo ad imo,

la` giu` cola` dove la batte l'onda,

porta di giunchi sovra 'l molle limo;



null'altra pianta che facesse fronda

o indurasse, vi puote aver vita,

pero` ch'a le percosse non seconda.



Poscia non sia di qua vostra reddita;

lo sol vi mosterra`, che surge omai,

prendere il monte a piu` lieve salita”.



Cosi` spari`; e io su` mi levai

sanza parlare, e tutto mi ritrassi

al duca mio, e li occhi a lui drizzai.



El comincio`: “Figliuol, segui i miei passi:

volgianci in dietro, che' di qua dichina

questa pianura a' suoi termini bassi”.



L'alba vinceva l'ora mattutina

che fuggia innanzi, si` che di lontano

conobbi il tremolar de la marina.



Noi andavam per lo solingo piano

com'om che torna a la perduta strada,

che 'nfino ad essa li pare ire in vano.



Quando noi fummo la` 've la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,



ambo le mani in su l'erbetta sparte

soavemente 'l mio maestro pose:

ond'io, che fui accorto di sua arte,



porsi ver' lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto

quel color che l'inferno mi nascose.



Venimmo poi in sul lito diserto,

che mai non vide navicar sue acque

omo, che di tornar sia poscia esperto.



Quivi mi cinse si` com'altrui piacque:

oh maraviglia! che' qual elli scelse

l'umile pianta, cotal si rinacque



subitamente la` onde l'avelse.





Purgatorio: Canto II



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Gia` era 'l sole a l'orizzonte giunto

lo cui meridian cerchio coverchia

Ierusalem col suo piu` alto punto;



e la notte, che opposita a lui cerchia,

uscia di Gange fuor con le Bilance,

che le caggion di man quando soverchia;



si` che le bianche e le vermiglie guance,

la` dov'i' era, de la bella Aurora

per troppa etate divenivan rance.



Noi eravam lunghesso mare ancora,

come gente che pensa a suo cammino,

che va col cuore e col corpo dimora.



Ed ecco, qual, sorpreso dal mattino,

per li grossi vapor Marte rosseggia

giu` nel ponente sovra 'l suol marino,



cotal m'apparve, s'io ancor lo veggia,

un lume per lo mar venir si` ratto,

che 'l muover suo nessun volar pareggia.



Dal qual com'io un poco ebbi ritratto

l'occhio per domandar lo duca mio,

rividil piu` lucente e maggior fatto.



Poi d'ogne lato ad esso m'appario

un non sapeva che bianco, e di sotto

a poco a poco un altro a lui uscio.



Lo mio maestro ancor non facea motto,

mentre che i primi bianchi apparver ali;

allor che ben conobbe il galeotto,



grido`: “Fa, fa che le ginocchia cali.

Ecco l'angel di Dio: piega le mani;

omai vedrai di si` fatti officiali.



Vedi che sdegna li argomenti umani,

si` che remo non vuol, ne' altro velo

che l'ali sue, tra liti si` lontani.



Vedi come l'ha dritte verso 'l cielo,

trattando l'aere con l'etterne penne,

che non si mutan come mortal pelo”.



Poi, come piu` e piu` verso noi venne

l'uccel divino, piu` chiaro appariva:

per che l'occhio da presso nol sostenne,



ma chinail giuso; e quei sen venne a riva

con un vasello snelletto e leggero,

tanto che l'acqua nulla ne 'nghiottiva.



Da poppa stava il celestial nocchiero,

tal che faria beato pur descripto;

e piu` di cento spirti entro sediero.



'In exitu Israel de Aegypto'

cantavan tutti insieme ad una voce

con quanto di quel salmo e` poscia scripto.



Poi fece il segno lor di santa croce;

ond'ei si gittar tutti in su la piaggia;

ed el sen gi`, come venne, veloce.



La turba che rimase li`, selvaggia

parea del loco, rimirando intorno

come colui che nove cose assaggia.



Da tutte parti saettava il giorno

lo sol, ch'avea con le saette conte

di mezzo 'l ciel cacciato Capricorno,



quando la nova gente alzo` la fronte

ver' noi, dicendo a noi: “Se voi sapete,

mostratene la via di gire al monte”.



E Virgilio rispuose: “Voi credete

forse che siamo esperti d'esto loco;

ma noi siam peregrin come voi siete.



Dianzi venimmo, innanzi a voi un poco,

per altra via, che fu si` aspra e forte,

che lo salire omai ne parra` gioco”.



L'anime, che si fuor di me accorte,

per lo spirare, ch'i' era ancor vivo,

maravigliando diventaro smorte.



E come a messagger che porta ulivo

tragge la gente per udir novelle,

e di calcar nessun si mostra schivo,



cosi` al viso mio s'affisar quelle

anime fortunate tutte quante,

quasi obliando d'ire a farsi belle.



Io vidi una di lor trarresi avante

per abbracciarmi con si` grande affetto,

che mosse me a far lo somigliante.



Ohi ombre vane, fuor che ne l'aspetto!

tre volte dietro a lei le mani avvinsi,

e tante mi tornai con esse al petto.



Di maraviglia, credo, mi dipinsi;

per che l'ombra sorrise e si ritrasse,

e io, seguendo lei, oltre mi pinsi.



Soavemente disse ch'io posasse;

allor conobbi chi era, e pregai

che, per parlarmi, un poco s'arrestasse.



Rispuosemi: “Cosi` com'io t'amai

nel mortal corpo, cosi` t'amo sciolta:

pero` m'arresto; ma tu perche' vai?”.



“Casella mio, per tornar altra volta

la` dov'io son, fo io questo viaggio”,

diss'io; “ma a te com'e` tanta ora tolta?”.



Ed elli a me: “Nessun m'e` fatto oltraggio,

se quei che leva quando e cui li piace,

piu` volte m'ha negato esto passaggio;



che' di giusto voler lo suo si face:

veramente da tre mesi elli ha tolto

chi ha voluto intrar, con tutta pace.



Ond'io, ch'era ora a la marina volto

dove l'acqua di Tevero s'insala,

benignamente fu' da lui ricolto.



A quella foce ha elli or dritta l'ala,

pero` che sempre quivi si ricoglie

qual verso Acheronte non si cala”.



E io: “Se nuova legge non ti toglie

memoria o uso a l'amoroso canto

che mi solea quetar tutte mie doglie,



di cio` ti piaccia consolare alquanto

l'anima mia, che, con la sua persona

venendo qui, e` affannata tanto!”.



'Amor che ne la mente mi ragiona'

comincio` elli allor si` dolcemente,

che la dolcezza ancor dentro mi suona.



Lo mio maestro e io e quella gente

ch'eran con lui parevan si` contenti,

come a nessun toccasse altro la mente.



Noi eravam tutti fissi e attenti

a le sue note; ed ecco il veglio onesto

gridando: “Che e` cio`, spiriti lenti?



qual negligenza, quale stare e` questo?

Correte al monte a spogliarvi lo scoglio

ch'esser non lascia a voi Dio manifesto”.



Come quando, cogliendo biado o loglio,

li colombi adunati a la pastura,

queti, sanza mostrar l'usato orgoglio,



se cosa appare ond'elli abbian paura,

subitamente lasciano star l'esca,

perch'assaliti son da maggior cura;



cosi` vid'io quella masnada fresca

lasciar lo canto, e fuggir ver' la costa,

com'om che va, ne' sa dove riesca:



ne' la nostra partita fu men tosta.







Purgatorio: Canto III



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Avvegna che la subitana fuga

dispergesse color per la campagna,

rivolti al monte ove ragion ne fruga,



i' mi ristrinsi a la fida compagna:

e come sare' io sanza lui corso?

chi m'avria tratto su per la montagna?



El mi parea da se' stesso rimorso:

o dignitosa coscienza e netta,

come t'e` picciol fallo amaro morso!



Quando li piedi suoi lasciar la fretta,

che l'onestade ad ogn'atto dismaga,

la mente mia, che prima era ristretta,



lo 'ntento rallargo`, si` come vaga,

e diedi 'l viso mio incontr'al poggio

che 'nverso 'l ciel piu` alto si dislaga.



Lo sol, che dietro fiammeggiava roggio,

rotto m'era dinanzi a la figura,

ch'avea in me de' suoi raggi l'appoggio.



Io mi volsi dallato con paura

d'essere abbandonato, quand'io vidi

solo dinanzi a me la terra oscura;



e 'l mio conforto: “Perche' pur diffidi?”,

a dir mi comincio` tutto rivolto;

“non credi tu me teco e ch'io ti guidi?



Vespero e` gia` cola` dov'e` sepolto

lo corpo dentro al quale io facea ombra:

Napoli l'ha, e da Brandizio e` tolto.



Ora, se innanzi a me nulla s'aombra,

non ti maravigliar piu` che d'i cieli

che l'uno a l'altro raggio non ingombra.



A sofferir tormenti, caldi e geli

simili corpi la Virtu` dispone

che, come fa, non vuol ch'a noi si sveli.



Matto e` chi spera che nostra ragione

possa trascorrer la infinita via

che tiene una sustanza in tre persone.



State contenti, umana gente, al quia;

che' se potuto aveste veder tutto,

mestier non era parturir Maria;



e disiar vedeste sanza frutto

tai che sarebbe lor disio quetato,

ch'etternalmente e` dato lor per lutto:



io dico d'Aristotile e di Plato

e di molt'altri”; e qui chino` la fronte,

e piu` non disse, e rimase turbato.



Noi divenimmo intanto a pie` del monte;

quivi trovammo la roccia si` erta,

che 'ndarno vi sarien le gambe pronte.



Tra Lerice e Turbia la piu` diserta,

la piu` rotta ruina e` una scala,

verso di quella, agevole e aperta.



“Or chi sa da qual man la costa cala”,

disse 'l maestro mio fermando 'l passo,

“si` che possa salir chi va sanz'ala?”.



E mentre ch'e' tenendo 'l viso basso

essaminava del cammin la mente,

e io mirava suso intorno al sasso,



da man sinistra m'appari` una gente

d'anime, che movieno i pie` ver' noi,

e non pareva, si` venian lente.



“Leva”, diss'io, “maestro, li occhi tuoi:

ecco di qua chi ne dara` consiglio,

se tu da te medesmo aver nol puoi”.



Guardo` allora, e con libero piglio

rispuose: “Andiamo in la`, ch'ei vegnon piano;

e tu ferma la spene, dolce figlio”.



Ancora era quel popol di lontano,

i' dico dopo i nostri mille passi,

quanto un buon gittator trarria con mano,



quando si strinser tutti ai duri massi

de l'alta ripa, e stetter fermi e stretti

com'a guardar, chi va dubbiando, stassi.



“O ben finiti, o gia` spiriti eletti”,

Virgilio incomincio`, “per quella pace

ch'i' credo che per voi tutti s'aspetti,



ditene dove la montagna giace

si` che possibil sia l'andare in suso;

che' perder tempo a chi piu` sa piu` spiace”.



Come le pecorelle escon del chiuso

a una, a due, a tre, e l'altre stanno

timidette atterrando l'occhio e 'l muso;



e cio` che fa la prima, e l'altre fanno,

addossandosi a lei, s'ella s'arresta,

semplici e quete, e lo 'mperche' non sanno;



si` vid'io muovere a venir la testa

di quella mandra fortunata allotta,

pudica in faccia e ne l'andare onesta.



Come color dinanzi vider rotta

la luce in terra dal mio destro canto,

si` che l'ombra era da me a la grotta,



restaro, e trasser se' in dietro alquanto,

e tutti li altri che venieno appresso,

non sappiendo 'l perche', fenno altrettanto.



“Sanza vostra domanda io vi confesso

che questo e` corpo uman che voi vedete;

per che 'l lume del sole in terra e` fesso.



Non vi maravigliate, ma credete

che non sanza virtu` che da ciel vegna

cerchi di soverchiar questa parete”.



Cosi` 'l maestro; e quella gente degna

“Tornate”, disse, “intrate innanzi dunque”,

coi dossi de le man faccendo insegna.



E un di loro incomincio`: “Chiunque

tu se', cosi` andando, volgi 'l viso:

pon mente se di la` mi vedesti unque”.



Io mi volsi ver lui e guardail fiso:

biondo era e bello e di gentile aspetto,

ma l'un de' cigli un colpo avea diviso.



Quand'io mi fui umilmente disdetto

d'averlo visto mai, el disse: “Or vedi”;

e mostrommi una piaga a sommo 'l petto.



Poi sorridendo disse: “Io son Manfredi,

nepote di Costanza imperadrice;

ond'io ti priego che, quando tu riedi,



vadi a mia bella figlia, genitrice

de l'onor di Cicilia e d'Aragona,

e dichi 'l vero a lei, s'altro si dice.



Poscia ch'io ebbi rotta la persona

di due punte mortali, io mi rendei,

piangendo, a quei che volontier perdona.



Orribil furon li peccati miei;

ma la bonta` infinita ha si` gran braccia,

che prende cio` che si rivolge a lei.



Se 'l pastor di Cosenza, che a la caccia

di me fu messo per Clemente allora,

avesse in Dio ben letta questa faccia,



l'ossa del corpo mio sarieno ancora

in co del ponte presso a Benevento,

sotto la guardia de la grave mora.



Or le bagna la pioggia e move il vento

di fuor dal regno, quasi lungo 'l Verde,

dov'e' le trasmuto` a lume spento.



Per lor maladizion si` non si perde,

che non possa tornar, l'etterno amore,

mentre che la speranza ha fior del verde.



Vero e` che quale in contumacia more

di Santa Chiesa, ancor ch'al fin si penta,

star li convien da questa ripa in fore,



per ognun tempo ch'elli e` stato, trenta,

in sua presunzion, se tal decreto

piu` corto per buon prieghi non diventa.



Vedi oggimai se tu mi puoi far lieto,

revelando a la mia buona Costanza

come m'hai visto, e anco esto divieto;



che' qui per quei di la` molto s'avanza”.







Purgatorio: Canto IV



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Quando per dilettanze o ver per doglie,

che alcuna virtu` nostra comprenda

l'anima bene ad essa si raccoglie,



par ch'a nulla potenza piu` intenda;

e questo e` contra quello error che crede

ch'un'anima sovr'altra in noi s'accenda.



E pero`, quando s'ode cosa o vede

che tegna forte a se' l'anima volta,

vassene 'l tempo e l'uom non se n'avvede;



ch'altra potenza e` quella che l'ascolta,

e altra e` quella c'ha l'anima intera:

questa e` quasi legata, e quella e` sciolta.



Di cio` ebb'io esperienza vera,

udendo quello spirto e ammirando;

che' ben cinquanta gradi salito era



lo sole, e io non m'era accorto, quando

venimmo ove quell'anime ad una

gridaro a noi: “Qui e` vostro dimando”.



Maggiore aperta molte volte impruna

con una forcatella di sue spine

l'uom de la villa quando l'uva imbruna,



che non era la calla onde saline

lo duca mio, e io appresso, soli,

come da noi la schiera si partine.



Vassi in Sanleo e discendesi in Noli,

montasi su in Bismantova 'n Cacume

con esso i pie`; ma qui convien ch'om voli;



dico con l'ale snelle e con le piume

del gran disio, di retro a quel condotto

che speranza mi dava e facea lume.



Noi salavam per entro 'l sasso rotto,

e d'ogne lato ne stringea lo stremo,

e piedi e man volea il suol di sotto.



Poi che noi fummo in su l'orlo suppremo

de l'alta ripa, a la scoperta piaggia,

“Maestro mio”, diss'io, “che via faremo?”.



Ed elli a me: “Nessun tuo passo caggia;

pur su al monte dietro a me acquista,

fin che n'appaia alcuna scorta saggia”.



Lo sommo er'alto che vincea la vista,

e la costa superba piu` assai

che da mezzo quadrante a centro lista.



Io era lasso, quando cominciai:

“O dolce padre, volgiti, e rimira

com'io rimango sol, se non restai”.



“Figliuol mio”, disse, “infin quivi ti tira”,

additandomi un balzo poco in sue

che da quel lato il poggio tutto gira.



Si` mi spronaron le parole sue,

ch'i' mi sforzai carpando appresso lui,

tanto che 'l cinghio sotto i pie` mi fue.



A seder ci ponemmo ivi ambedui

volti a levante ond'eravam saliti,

che suole a riguardar giovare altrui.



Li occhi prima drizzai ai bassi liti;

poscia li alzai al sole, e ammirava

che da sinistra n'eravam feriti.



Ben s'avvide il poeta ch'io stava

stupido tutto al carro de la luce,

ove tra noi e Aquilone intrava.



Ond'elli a me: “Se Castore e Poluce

fossero in compagnia di quello specchio

che su` e giu` del suo lume conduce,



tu vedresti il Zodiaco rubecchio

ancora a l'Orse piu` stretto rotare,

se non uscisse fuor del cammin vecchio.



Come cio` sia, se 'l vuoi poter pensare,

dentro raccolto, imagina Sion

con questo monte in su la terra stare



si`, ch'amendue hanno un solo orizzon

e diversi emisperi; onde la strada

che mal non seppe carreggiar Feton,



vedrai come a costui convien che vada

da l'un, quando a colui da l'altro fianco,

se lo 'ntelletto tuo ben chiaro bada”.



“Certo, maestro mio,” diss'io, “unquanco

non vid'io chiaro si` com'io discerno

la` dove mio ingegno parea manco,



che 'l mezzo cerchio del moto superno,

che si chiama Equatore in alcun'arte,

e che sempre riman tra 'l sole e 'l verno,



per la ragion che di', quinci si parte

verso settentrion, quanto li Ebrei

vedevan lui verso la calda parte.



Ma se a te piace, volontier saprei

quanto avemo ad andar; che' 'l poggio sale

piu` che salir non posson li occhi miei”.



Ed elli a me: “Questa montagna e` tale,

che sempre al cominciar di sotto e` grave;

e quant'om piu` va su`, e men fa male.



Pero`, quand'ella ti parra` soave

tanto, che su` andar ti fia leggero

com'a seconda giu` andar per nave,



allor sarai al fin d'esto sentiero;

quivi di riposar l'affanno aspetta.

Piu` non rispondo, e questo so per vero”.



E com'elli ebbe sua parola detta,

una voce di presso sono`: “Forse

che di sedere in pria avrai distretta!”.



Al suon di lei ciascun di noi si torse,

e vedemmo a mancina un gran petrone,

del qual ne' io ne' ei prima s'accorse.



La` ci traemmo; e ivi eran persone

che si stavano a l'ombra dietro al sasso

come l'uom per negghienza a star si pone.



E un di lor, che mi sembiava lasso,

sedeva e abbracciava le ginocchia,

tenendo 'l viso giu` tra esse basso.



“O dolce segnor mio”, diss'io, “adocchia

colui che mostra se' piu` negligente

che se pigrizia fosse sua serocchia”.



Allor si volse a noi e puose mente,

movendo 'l viso pur su per la coscia,

e disse: “Or va tu su`, che se' valente!”.



Conobbi allor chi era, e quella angoscia

che m'avacciava un poco ancor la lena,

non m'impedi` l'andare a lui; e poscia



ch'a lui fu' giunto, alzo` la testa a pena,

dicendo: “Hai ben veduto come 'l sole

da l'omero sinistro il carro mena?”.



Li atti suoi pigri e le corte parole

mosser le labbra mie un poco a riso;

poi cominciai: “Belacqua, a me non dole



di te omai; ma dimmi: perche' assiso

quiritto se'? attendi tu iscorta,

o pur lo modo usato t'ha' ripriso?”.



Ed elli: “O frate, andar in su` che porta?

che' non mi lascerebbe ire a' martiri

l'angel di Dio che siede in su la porta.



Prima convien che tanto il ciel m'aggiri

di fuor da essa, quanto fece in vita,

perch'io 'ndugiai al fine i buon sospiri,



se orazione in prima non m'aita

che surga su` di cuor che in grazia viva;

l'altra che val, che 'n ciel non e` udita?”.



E gia` il poeta innanzi mi saliva,

e dicea: “Vienne omai; vedi ch'e` tocco

meridian dal sole e a la riva



cuopre la notte gia` col pie` Morrocco”.







Purgatorio: Canto V



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Io era gia` da quell'ombre partito,

e seguitava l'orme del mio duca,

quando di retro a me, drizzando 'l dito,



una grido`: “Ve' che non par che luca

lo raggio da sinistra a quel di sotto,

e come vivo par che si conduca!”.



Li occhi rivolsi al suon di questo motto,

e vidile guardar per maraviglia

pur me, pur me, e 'l lume ch'era rotto.



“Perche' l'animo tuo tanto s'impiglia”,

disse 'l maestro, “che l'andare allenti?

che ti fa cio` che quivi si pispiglia?



Vien dietro a me, e lascia dir le genti:

sta come torre ferma, che non crolla

gia` mai la cima per soffiar di venti;



che' sempre l'omo in cui pensier rampolla

sovra pensier, da se' dilunga il segno,

perche' la foga l'un de l'altro insolla”.



Che potea io ridir, se non “Io vegno”?

Dissilo, alquanto del color consperso

che fa l'uom di perdon talvolta degno.



E 'ntanto per la costa di traverso

venivan genti innanzi a noi un poco,

cantando 'Miserere' a verso a verso.



Quando s'accorser ch'i' non dava loco

per lo mio corpo al trapassar d'i raggi,

mutar lor canto in un “oh!” lungo e roco;



e due di loro, in forma di messaggi,

corsero incontr'a noi e dimandarne:

“Di vostra condizion fatene saggi”.



E 'l mio maestro: “Voi potete andarne

e ritrarre a color che vi mandaro

che 'l corpo di costui e` vera carne.



Se per veder la sua ombra restaro,

com'io avviso, assai e` lor risposto:

faccianli onore, ed essere puo` lor caro”.



Vapori accesi non vid'io si` tosto

di prima notte mai fender sereno,

ne', sol calando, nuvole d'agosto,



che color non tornasser suso in meno;

e, giunti la`, con li altri a noi dier volta

come schiera che scorre sanza freno.



“Questa gente che preme a noi e` molta,

e vegnonti a pregar”, disse 'l poeta:

“pero` pur va, e in andando ascolta”.



“O anima che vai per esser lieta

con quelle membra con le quai nascesti”,

venian gridando, “un poco il passo queta.



Guarda s'alcun di noi unqua vedesti,

si` che di lui di la` novella porti:

deh, perche' vai? deh, perche' non t'arresti?



Noi fummo tutti gia` per forza morti,

e peccatori infino a l'ultima ora;

quivi lume del ciel ne fece accorti,



si` che, pentendo e perdonando, fora

di vita uscimmo a Dio pacificati,

che del disio di se' veder n'accora”.



E io: “Perche' ne' vostri visi guati,

non riconosco alcun; ma s'a voi piace

cosa ch'io possa, spiriti ben nati,



voi dite, e io faro` per quella pace

che, dietro a' piedi di si` fatta guida

di mondo in mondo cercar mi si face”.



E uno incomincio`: “Ciascun si fida

del beneficio tuo sanza giurarlo,

pur che 'l voler nonpossa non ricida.



Ond'io, che solo innanzi a li altri parlo,

ti priego, se mai vedi quel paese

che siede tra Romagna e quel di Carlo,



che tu mi sie di tuoi prieghi cortese

in Fano, si` che ben per me s'adori

pur ch'i' possa purgar le gravi offese.



Quindi fu' io; ma li profondi fori

ond'usci` 'l sangue in sul quale io sedea,

fatti mi fuoro in grembo a li Antenori,



la` dov'io piu` sicuro esser credea:

quel da Esti il fe' far, che m'avea in ira

assai piu` la` che dritto non volea.



Ma s'io fosse fuggito inver' la Mira,

quando fu' sovragiunto ad Oriaco,

ancor sarei di la` dove si spira.



Corsi al palude, e le cannucce e 'l braco

m'impigliar si` ch'i' caddi; e li` vid'io

de le mie vene farsi in terra laco”.



Poi disse un altro: “Deh, se quel disio

si compia che ti tragge a l'alto monte,

con buona pietate aiuta il mio!



Io fui di Montefeltro, io son Bonconte;

Giovanna o altri non ha di me cura;

per ch'io vo tra costor con bassa fronte”.



E io a lui: “Qual forza o qual ventura

ti travio` si` fuor di Campaldino,

che non si seppe mai tua sepultura?”.



“Oh!”, rispuos'elli, “a pie` del Casentino

traversa un'acqua c'ha nome l'Archiano,

che sovra l'Ermo nasce in Apennino.



La` 've 'l vocabol suo diventa vano,

arriva' io forato ne la gola,

fuggendo a piede e sanguinando il piano.



Quivi perdei la vista e la parola

nel nome di Maria fini', e quivi

caddi, e rimase la mia carne sola.



Io diro` vero e tu 'l ridi` tra ' vivi:

l'angel di Dio mi prese, e quel d'inferno

gridava: "O tu del ciel, perche' mi privi?



Tu te ne porti di costui l'etterno

per una lagrimetta che 'l mi toglie;

ma io faro` de l'altro altro governo!".



Ben sai come ne l'aere si raccoglie

quell'umido vapor che in acqua riede,

tosto che sale dove 'l freddo il coglie.



Giunse quel mal voler che pur mal chiede

con lo 'ntelletto, e mosse il fummo e 'l vento

per la virtu` che sua natura diede.



Indi la valle, come 'l di` fu spento,

da Pratomagno al gran giogo coperse

di nebbia; e 'l ciel di sopra fece intento,



si` che 'l pregno aere in acqua si converse;

la pioggia cadde e a' fossati venne

di lei cio` che la terra non sofferse;



e come ai rivi grandi si convenne,

ver' lo fiume real tanto veloce

si ruino`, che nulla la ritenne.



Lo corpo mio gelato in su la foce

trovo` l'Archian rubesto; e quel sospinse

ne l'Arno, e sciolse al mio petto la croce



ch'i' fe' di me quando 'l dolor mi vinse;

voltommi per le ripe e per lo fondo,

poi di sua preda mi coperse e cinse”.



“Deh, quando tu sarai tornato al mondo,

e riposato de la lunga via”,

seguito` 'l terzo spirito al secondo,



“ricorditi di me, che son la Pia:

Siena mi fe', disfecemi Maremma:

salsi colui che 'nnanellata pria



disposando m'avea con la sua gemma”.







Purgatorio: Canto VI



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Quando si parte il gioco de la zara,

colui che perde si riman dolente,

repetendo le volte, e tristo impara;



con l'altro se ne va tutta la gente;

qual va dinanzi, e qual di dietro il prende,

e qual dallato li si reca a mente;



el non s'arresta, e questo e quello intende;

a cui porge la man, piu` non fa pressa;

e cosi` da la calca si difende.



Tal era io in quella turba spessa,

volgendo a loro, e qua e la`, la faccia,

e promettendo mi sciogliea da essa.



Quiv'era l'Aretin che da le braccia

fiere di Ghin di Tacco ebbe la morte,

e l'altro ch'annego` correndo in caccia.



Quivi pregava con le mani sporte

Federigo Novello, e quel da Pisa

che fe' parer lo buon Marzucco forte.



Vidi conte Orso e l'anima divisa

dal corpo suo per astio e per inveggia,

com'e' dicea, non per colpa commisa;



Pier da la Broccia dico; e qui proveggia,

mentr'e` di qua, la donna di Brabante,

si` che pero` non sia di peggior greggia.



Come libero fui da tutte quante

quell'ombre che pregar pur ch'altri prieghi,

si` che s'avacci lor divenir sante,



io cominciai: “El par che tu mi nieghi,

o luce mia, espresso in alcun testo

che decreto del cielo orazion pieghi;



e questa gente prega pur di questo:

sarebbe dunque loro speme vana,

o non m'e` 'l detto tuo ben manifesto?”.



Ed elli a me: “La mia scrittura e` piana;

e la speranza di costor non falla,

se ben si guarda con la mente sana;



che' cima di giudicio non s'avvalla

perche' foco d'amor compia in un punto

cio` che de' sodisfar chi qui s'astalla;



e la` dov'io fermai cotesto punto,

non s'ammendava, per pregar, difetto,

perche' 'l priego da Dio era disgiunto.



Veramente a cosi` alto sospetto

non ti fermar, se quella nol ti dice

che lume fia tra 'l vero e lo 'ntelletto.



Non so se 'ntendi: io dico di Beatrice;

tu la vedrai di sopra, in su la vetta

di questo monte, ridere e felice”.



E io: “Segnore, andiamo a maggior fretta,

che' gia` non m'affatico come dianzi,

e vedi omai che 'l poggio l'ombra getta”.



“Noi anderem con questo giorno innanzi”,

rispuose, “quanto piu` potremo omai;

ma 'l fatto e` d'altra forma che non stanzi.



Prima che sie la` su`, tornar vedrai

colui che gia` si cuopre de la costa,

si` che ' suoi raggi tu romper non fai.



Ma vedi la` un'anima che, posta

sola soletta, inverso noi riguarda:

quella ne 'nsegnera` la via piu` tosta”.



Venimmo a lei: o anima lombarda,

come ti stavi altera e disdegnosa

e nel mover de li occhi onesta e tarda!



Ella non ci dicea alcuna cosa,

ma lasciavane gir, solo sguardando

a guisa di leon quando si posa.



Pur Virgilio si trasse a lei, pregando

che ne mostrasse la miglior salita;

e quella non rispuose al suo dimando,



ma di nostro paese e de la vita

ci 'nchiese; e 'l dolce duca incominciava

“Mantua...”, e l'ombra, tutta in se' romita,



surse ver' lui del loco ove pria stava,

dicendo: “O Mantoano, io son Sordello

de la tua terra!”; e l'un l'altro abbracciava.



Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!



Quell'anima gentil fu cosi` presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;



e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

di quei ch'un muro e una fossa serra.



Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s'alcuna parte in te di pace gode.



Che val perche' ti racconciasse il freno

Iustiniano, se la sella e` vota?

Sanz'esso fora la vergogna meno.



Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi cio` che Dio ti nota,



guarda come esta fiera e` fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.



O Alberto tedesco ch'abbandoni

costei ch'e` fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,



giusto giudicio da le stelle caggia

sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!



Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costa` distretti,

che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.



Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color gia` tristi, e questi con sospetti!



Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com'e` oscura!



Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e di` e notte chiama:

“Cesare mio, perche' non m'accompagne?”.



Vieni a veder la gente quanto s'ama!

e se nulla di noi pieta` ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.



E se licito m'e`, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?



O e` preparazion che ne l'abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de l'accorger nostro scisso?



Che' le citta` d'Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.



Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

merce' del popol tuo che si argomenta.



Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l'arco;

ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.



Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: “I' mi sobbarco!”.



Or ti fa lieta, che' tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.



Atene e Lacedemona, che fenno

l'antiche leggi e furon si` civili,

fecero al viver bene un picciol cenno



verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch'a mezzo novembre

non giugne quel che tu d'ottobre fili.



Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato e rinovate membre!



E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non puo` trovar posa in su le piume,



ma con dar volta suo dolore scherma.







Purgatorio: Canto VII



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Poscia che l'accoglienze oneste e liete

furo iterate tre e quattro volte,

Sordel si trasse, e disse: “Voi, chi siete?”.



“Anzi che a questo monte fosser volte

l'anime degne di salire a Dio,

fur l'ossa mie per Ottavian sepolte.



Io son Virgilio; e per null'altro rio

lo ciel perdei che per non aver fe'“.

Cosi` rispuose allora il duca mio.



Qual e` colui che cosa innanzi se'

subita vede ond'e' si maraviglia,

che crede e non, dicendo “Ella e`... non e`...”,



tal parve quelli; e poi chino` le ciglia,

e umilmente ritorno` ver' lui,

e abbracciol la` 've 'l minor s'appiglia.



“O gloria di Latin”, disse, “per cui

mostro` cio` che potea la lingua nostra,

o pregio etterno del loco ond'io fui,



qual merito o qual grazia mi ti mostra?

S'io son d'udir le tue parole degno,

dimmi se vien d'inferno, e di qual chiostra”.



“Per tutt'i cerchi del dolente regno”,

rispuose lui, “son io di qua venuto;

virtu` del ciel mi mosse, e con lei vegno.



Non per far, ma per non fare ho perduto

a veder l'alto Sol che tu disiri

e che fu tardi per me conosciuto.



Luogo e` la` giu` non tristo di martiri,

ma di tenebre solo, ove i lamenti

non suonan come guai, ma son sospiri.



Quivi sto io coi pargoli innocenti

dai denti morsi de la morte avante

che fosser da l'umana colpa essenti;



quivi sto io con quei che le tre sante

virtu` non si vestiro, e sanza vizio

conobber l'altre e seguir tutte quante.



Ma se tu sai e puoi, alcuno indizio

da` noi per che venir possiam piu` tosto

la` dove purgatorio ha dritto inizio”.



Rispuose: “Loco certo non c'e` posto;

licito m'e` andar suso e intorno;

per quanto ir posso, a guida mi t'accosto.



Ma vedi gia` come dichina il giorno,

e andar su` di notte non si puote;

pero` e` buon pensar di bel soggiorno.



Anime sono a destra qua remote:

se mi consenti, io ti merro` ad esse,

e non sanza diletto ti fier note”.



“Com'e` cio`?”, fu risposto. “Chi volesse

salir di notte, fora elli impedito

d'altrui, o non sarria che' non potesse?”.



E 'l buon Sordello in terra frego` 'l dito,

dicendo: “Vedi? sola questa riga

non varcheresti dopo 'l sol partito:



non pero` ch'altra cosa desse briga,

che la notturna tenebra, ad ir suso;

quella col nonpoder la voglia intriga.



Ben si poria con lei tornare in giuso

e passeggiar la costa intorno errando,

mentre che l'orizzonte il di` tien chiuso”.



Allora il mio segnor, quasi ammirando,

“Menane”, disse, “dunque la` 've dici

ch'aver si puo` diletto dimorando”.



Poco allungati c'eravam di lici,

quand'io m'accorsi che 'l monte era scemo,

a guisa che i vallon li sceman quici.



“Cola`”, disse quell'ombra, “n'anderemo

dove la costa face di se' grembo;

e la` il novo giorno attenderemo”.



Tra erto e piano era un sentiero schembo,

che ne condusse in fianco de la lacca,

la` dove piu` ch'a mezzo muore il lembo.



Oro e argento fine, cocco e biacca,

indaco, legno lucido e sereno,

fresco smeraldo in l'ora che si fiacca,



da l'erba e da li fior, dentr'a quel seno

posti, ciascun saria di color vinto,

come dal suo maggiore e` vinto il meno.



Non avea pur natura ivi dipinto,

ma di soavita` di mille odori

vi facea uno incognito e indistinto.



'Salve, Regina' in sul verde e 'n su' fiori

quindi seder cantando anime vidi,

che per la valle non parean di fuori.



“Prima che 'l poco sole omai s'annidi”,

comincio` 'l Mantoan che ci avea volti,

“tra color non vogliate ch'io vi guidi.



Di questo balzo meglio li atti e ' volti

conoscerete voi di tutti quanti,

che ne la lama giu` tra essi accolti.



Colui che piu` siede alto e fa sembianti

d'aver negletto cio` che far dovea,

e che non move bocca a li altrui canti,



Rodolfo imperador fu, che potea

sanar le piaghe c'hanno Italia morta,

si` che tardi per altri si ricrea.



L'altro che ne la vista lui conforta,

resse la terra dove l'acqua nasce

che Molta in Albia, e Albia in mar ne porta:



Ottacchero ebbe nome, e ne le fasce

fu meglio assai che Vincislao suo figlio

barbuto, cui lussuria e ozio pasce.



E quel nasetto che stretto a consiglio

par con colui c'ha si` benigno aspetto,

mori` fuggendo e disfiorando il giglio:



guardate la` come si batte il petto!

L'altro vedete c'ha fatto a la guancia

de la sua palma, sospirando, letto.



Padre e suocero son del mal di Francia:

sanno la vita sua viziata e lorda,

e quindi viene il duol che si` li lancia.



Quel che par si` membruto e che s'accorda,

cantando, con colui dal maschio naso,

d'ogne valor porto` cinta la corda;



e se re dopo lui fosse rimaso

lo giovanetto che retro a lui siede,

ben andava il valor di vaso in vaso,



che non si puote dir de l'altre rede;

Iacomo e Federigo hanno i reami;

del retaggio miglior nessun possiede.



Rade volte risurge per li rami

l'umana probitate; e questo vole

quei che la da`, perche' da lui si chiami.



Anche al nasuto vanno mie parole

non men ch'a l'altro, Pier, che con lui canta,

onde Puglia e Proenza gia` si dole.



Tant'e` del seme suo minor la pianta,

quanto piu` che Beatrice e Margherita,

Costanza di marito ancor si vanta.



Vedete il re de la semplice vita

seder la` solo, Arrigo d'Inghilterra:

questi ha ne' rami suoi migliore uscita.



Quel che piu` basso tra costor s'atterra,

guardando in suso, e` Guiglielmo marchese,

per cui e Alessandria e la sua guerra



fa pianger Monferrato e Canavese”.







Purgatorio: Canto VIII



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Era gia` l'ora che volge il disio

ai navicanti e 'ntenerisce il core

lo di` c'han detto ai dolci amici addio;



e che lo novo peregrin d'amore

punge, se ode squilla di lontano

che paia il giorno pianger che si more;



quand'io incominciai a render vano

l'udire e a mirare una de l'alme

surta, che l'ascoltar chiedea con mano.



Ella giunse e levo` ambo le palme,

ficcando li occhi verso l'oriente,

come dicesse a Dio: 'D'altro non calme'.



'Te lucis ante' si` devotamente

le uscio di bocca e con si` dolci note,

che fece me a me uscir di mente;



e l'altre poi dolcemente e devote

seguitar lei per tutto l'inno intero,

avendo li occhi a le superne rote.



Aguzza qui, lettor, ben li occhi al vero,

che' 'l velo e` ora ben tanto sottile,

certo che 'l trapassar dentro e` leggero.



Io vidi quello essercito gentile

tacito poscia riguardare in sue

quasi aspettando, palido e umile;



e vidi uscir de l'alto e scender giue

due angeli con due spade affocate,

tronche e private de le punte sue.



Verdi come fogliette pur mo nate

erano in veste, che da verdi penne

percosse traean dietro e ventilate.



L'un poco sovra noi a star si venne,

e l'altro scese in l'opposita sponda,

si` che la gente in mezzo si contenne.



Ben discernea in lor la testa bionda;

ma ne la faccia l'occhio si smarria,

come virtu` ch'a troppo si confonda.



“Ambo vegnon del grembo di Maria”,

disse Sordello, “a guardia de la valle,

per lo serpente che verra` vie via”.



Ond'io, che non sapeva per qual calle,

mi volsi intorno, e stretto m'accostai,

tutto gelato, a le fidate spalle.



E Sordello anco: “Or avvalliamo omai

tra le grandi ombre, e parleremo ad esse;

grazioso fia lor vedervi assai”.



Solo tre passi credo ch'i' scendesse,

e fui di sotto, e vidi un che mirava

pur me, come conoscer mi volesse.



Temp'era gia` che l'aere s'annerava,

ma non si` che tra li occhi suoi e ' miei

non dichiarisse cio` che pria serrava.



Ver' me si fece, e io ver' lui mi fei:

giudice Nin gentil, quanto mi piacque

quando ti vidi non esser tra ' rei!



Nullo bel salutar tra noi si tacque;

poi dimando`: “Quant'e` che tu venisti

a pie` del monte per le lontane acque?”.



“Oh!”, diss'io lui, “per entro i luoghi tristi

venni stamane, e sono in prima vita,

ancor che l'altra, si` andando, acquisti”.



E come fu la mia risposta udita,

Sordello ed elli in dietro si raccolse

come gente di subito smarrita.



L'uno a Virgilio e l'altro a un si volse

che sedea li`, gridando: “Su`, Currado!

vieni a veder che Dio per grazia volse”.



Poi, volto a me: “Per quel singular grado

che tu dei a colui che si` nasconde

lo suo primo perche', che non li` e` guado,



quando sarai di la` da le larghe onde,

di` a Giovanna mia che per me chiami

la` dove a li 'nnocenti si risponde.



Non credo che la sua madre piu` m'ami,

poscia che trasmuto` le bianche bende,

le quai convien che, misera!, ancor brami.



Per lei assai di lieve si comprende

quanto in femmina foco d'amor dura,

se l'occhio o 'l tatto spesso non l'accende.



Non le fara` si` bella sepultura

la vipera che Melanesi accampa,

com'avria fatto il gallo di Gallura”.



Cosi` dicea, segnato de la stampa,

nel suo aspetto, di quel dritto zelo

che misuratamente in core avvampa.



Li occhi miei ghiotti andavan pur al cielo,

pur la` dove le stelle son piu` tarde,

si` come rota piu` presso a lo stelo.



E 'l duca mio: “Figliuol, che la` su` guarde?”.

E io a lui: “A quelle tre facelle

di che 'l polo di qua tutto quanto arde”.



Ond'elli a me: “Le quattro chiare stelle

che vedevi staman, son di la` basse,

e queste son salite ov'eran quelle”.



Com'ei parlava, e Sordello a se' il trasse

dicendo: “Vedi la` 'l nostro avversaro”;

e drizzo` il dito perche' 'n la` guardasse.



Da quella parte onde non ha riparo

la picciola vallea, era una biscia,

forse qual diede ad Eva il cibo amaro.



Tra l'erba e ' fior venia la mala striscia,

volgendo ad ora ad or la testa, e 'l dosso

leccando come bestia che si liscia.



Io non vidi, e pero` dicer non posso,

come mosser li astor celestiali;

ma vidi bene e l'uno e l'altro mosso.



Sentendo fender l'aere a le verdi ali,

fuggi` 'l serpente, e li angeli dier volta,

suso a le poste rivolando iguali.



L'ombra che s'era al giudice raccolta

quando chiamo`, per tutto quello assalto

punto non fu da me guardare sciolta.



“Se la lucerna che ti mena in alto

truovi nel tuo arbitrio tanta cera

quant'e` mestiere infino al sommo smalto”,



comincio` ella, “se novella vera

di Val di Magra o di parte vicina

sai, dillo a me, che gia` grande la` era.



Fui chiamato Currado Malaspina;

non son l'antico, ma di lui discesi;

a' miei portai l'amor che qui raffina”.



“Oh!”, diss'io lui, “per li vostri paesi

gia` mai non fui; ma dove si dimora

per tutta Europa ch'ei non sien palesi?



La fama che la vostra casa onora,

grida i segnori e grida la contrada,

si` che ne sa chi non vi fu ancora;



e io vi giuro, s'io di sopra vada,

che vostra gente onrata non si sfregia

del pregio de la borsa e de la spada.



Uso e natura si` la privilegia,

che, perche' il capo reo il mondo torca,

sola va dritta e 'l mal cammin dispregia”.



Ed elli: “Or va; che 'l sol non si ricorca

sette volte nel letto che 'l Montone

con tutti e quattro i pie` cuopre e inforca,



che cotesta cortese oppinione

ti fia chiavata in mezzo de la testa

con maggior chiovi che d'altrui sermone,



se corso di giudicio non s'arresta”.







Purgatorio: Canto IX



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La concubina di Titone antico

gia` s'imbiancava al balco d'oriente,

fuor de le braccia del suo dolce amico;



di gemme la sua fronte era lucente,

poste in figura del freddo animale

che con la coda percuote la gente;



e la notte, de' passi con che sale,

fatti avea due nel loco ov'eravamo,

e 'l terzo gia` chinava in giuso l'ale;



quand'io, che meco avea di quel d'Adamo,

vinto dal sonno, in su l'erba inchinai

la` 've gia` tutti e cinque sedavamo.



Ne l'ora che comincia i tristi lai

la rondinella presso a la mattina,

forse a memoria de' suo' primi guai,



e che la mente nostra, peregrina

piu` da la carne e men da' pensier presa,

a le sue vision quasi e` divina,



in sogno mi parea veder sospesa

un'aguglia nel ciel con penne d'oro,

con l'ali aperte e a calare intesa;



ed esser mi parea la` dove fuoro

abbandonati i suoi da Ganimede,

quando fu ratto al sommo consistoro.



Fra me pensava: 'Forse questa fiede

pur qui per uso, e forse d'altro loco

disdegna di portarne suso in piede'.



Poi mi parea che, poi rotata un poco,

terribil come folgor discendesse,

e me rapisse suso infino al foco.



Ivi parea che ella e io ardesse;

e si` lo 'ncendio imaginato cosse,

che convenne che 'l sonno si rompesse.



Non altrimenti Achille si riscosse,

li occhi svegliati rivolgendo in giro

e non sappiendo la` dove si fosse,



quando la madre da Chiron a Schiro

trafuggo` lui dormendo in le sue braccia,

la` onde poi li Greci il dipartiro;



che mi scoss'io, si` come da la faccia

mi fuggi` 'l sonno, e diventa' ismorto,

come fa l'uom che, spaventato, agghiaccia.



Dallato m'era solo il mio conforto,

e 'l sole er'alto gia` piu` che due ore,

e 'l viso m'era a la marina torto.



“Non aver tema”, disse il mio segnore;

“fatti sicur, che' noi semo a buon punto;

non stringer, ma rallarga ogne vigore.



Tu se' omai al purgatorio giunto:

vedi la` il balzo che 'l chiude dintorno;

vedi l'entrata la` 've par digiunto.



Dianzi, ne l'alba che procede al giorno,

quando l'anima tua dentro dormia,

sovra li fiori ond'e` la` giu` addorno



venne una donna, e disse: "I' son Lucia;

lasciatemi pigliar costui che dorme;

si` l'agevolero` per la sua via".



Sordel rimase e l'altre genti forme;

ella ti tolse, e come 'l di` fu chiaro,

sen venne suso; e io per le sue orme.



Qui ti poso`, ma pria mi dimostraro

li occhi suoi belli quella intrata aperta;

poi ella e 'l sonno ad una se n'andaro”.



A guisa d'uom che 'n dubbio si raccerta

e che muta in conforto sua paura,

poi che la verita` li e` discoperta,



mi cambia' io; e come sanza cura

vide me 'l duca mio, su per lo balzo

si mosse, e io di rietro inver' l'altura.



Lettor, tu vedi ben com'io innalzo

la mia matera, e pero` con piu` arte

non ti maravigliar s'io la rincalzo.



Noi ci appressammo, ed eravamo in parte,

che la` dove pareami prima rotto,

pur come un fesso che muro diparte,



vidi una porta, e tre gradi di sotto

per gire ad essa, di color diversi,

e un portier ch'ancor non facea motto.



E come l'occhio piu` e piu` v'apersi,

vidil seder sovra 'l grado sovrano,

tal ne la faccia ch'io non lo soffersi;



e una spada nuda avea in mano,

che reflettea i raggi si` ver' noi,

ch'io drizzava spesso il viso in vano.



“Dite costinci: che volete voi?”,

comincio` elli a dire, “ov'e` la scorta?

Guardate che 'l venir su` non vi noi”.



“Donna del ciel, di queste cose accorta”,

rispuose 'l mio maestro a lui, “pur dianzi

ne disse: "Andate la`: quivi e` la porta"“.



“Ed ella i passi vostri in bene avanzi”,

ricomincio` il cortese portinaio:

“Venite dunque a' nostri gradi innanzi”.



La` ne venimmo; e lo scaglion primaio

bianco marmo era si` pulito e terso,

ch'io mi specchiai in esso qual io paio.



Era il secondo tinto piu` che perso,

d'una petrina ruvida e arsiccia,

crepata per lo lungo e per traverso.



Lo terzo, che di sopra s'ammassiccia,

porfido mi parea, si` fiammeggiante,

come sangue che fuor di vena spiccia.



Sovra questo tenea ambo le piante

l'angel di Dio, sedendo in su la soglia,

che mi sembiava pietra di diamante.



Per li tre gradi su` di buona voglia

mi trasse il duca mio, dicendo: “Chiedi

umilemente che 'l serrame scioglia”.



Divoto mi gittai a' santi piedi;

misericordia chiesi e ch'el m'aprisse,

ma tre volte nel petto pria mi diedi.



Sette P ne la fronte mi descrisse

col punton de la spada, e “Fa che lavi,

quando se' dentro, queste piaghe”, disse.



Cenere, o terra che secca si cavi,

d'un color fora col suo vestimento;

e di sotto da quel trasse due chiavi.



L'una era d'oro e l'altra era d'argento;

pria con la bianca e poscia con la gialla

fece a la porta si`, ch'i' fu' contento.



“Quandunque l'una d'este chiavi falla,

che non si volga dritta per la toppa”,

diss'elli a noi, “non s'apre questa calla.



Piu` cara e` l'una; ma l'altra vuol troppa

d'arte e d'ingegno avanti che diserri,

perch'ella e` quella che 'l nodo digroppa.



Da Pier le tegno; e dissemi ch'i' erri

anzi ad aprir ch'a tenerla serrata,

pur che la gente a' piedi mi s'atterri”.



Poi pinse l'uscio a la porta sacrata,

dicendo: “Intrate; ma facciovi accorti

che di fuor torna chi 'n dietro si guata”.



E quando fuor ne' cardini distorti

li spigoli di quella regge sacra,

che di metallo son sonanti e forti,



non rugghio` si` ne' si mostro` si` acra

Tarpea, come tolto le fu il buono

Metello, per che poi rimase macra.



Io mi rivolsi attento al primo tuono,

e 'Te Deum laudamus' mi parea

udire in voce mista al dolce suono.



Tale imagine a punto mi rendea

cio` ch'io udiva, qual prender si suole

quando a cantar con organi si stea;



ch'or si` or no s'intendon le parole.







Purgatorio: Canto X



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Poi fummo dentro al soglio de la porta

che 'l mal amor de l'anime disusa,

perche' fa parer dritta la via torta,



sonando la senti' esser richiusa;

e s'io avesse li occhi volti ad essa,

qual fora stata al fallo degna scusa?



Noi salavam per una pietra fessa,

che si moveva e d'una e d'altra parte,

si` come l'onda che fugge e s'appressa.



“Qui si conviene usare un poco d'arte”,

comincio` 'l duca mio, “in accostarsi

or quinci, or quindi al lato che si parte”.



E questo fece i nostri passi scarsi,

tanto che pria lo scemo de la luna

rigiunse al letto suo per ricorcarsi,



che noi fossimo fuor di quella cruna;

ma quando fummo liberi e aperti

su` dove il monte in dietro si rauna,



io stancato e amendue incerti

di nostra via, restammo in su un piano

solingo piu` che strade per diserti.



Da la sua sponda, ove confina il vano,

al pie` de l'alta ripa che pur sale,

misurrebbe in tre volte un corpo umano;



e quanto l'occhio mio potea trar d'ale,

or dal sinistro e or dal destro fianco,

questa cornice mi parea cotale.



La` su` non eran mossi i pie` nostri anco,

quand'io conobbi quella ripa intorno

che dritto di salita aveva manco,



esser di marmo candido e addorno

d'intagli si`, che non pur Policleto,

ma la natura li` avrebbe scorno.



L'angel che venne in terra col decreto

de la molt'anni lagrimata pace,

ch'aperse il ciel del suo lungo divieto,



dinanzi a noi pareva si` verace

quivi intagliato in un atto soave,

che non sembiava imagine che tace.



Giurato si saria ch'el dicesse 'Ave!';

perche' iv'era imaginata quella

ch'ad aprir l'alto amor volse la chiave;



e avea in atto impressa esta favella

'Ecce ancilla Dei', propriamente

come figura in cera si suggella.



“Non tener pur ad un loco la mente”,

disse 'l dolce maestro, che m'avea

da quella parte onde 'l cuore ha la gente.



Per ch'i' mi mossi col viso, e vedea

di retro da Maria, da quella costa

onde m'era colui che mi movea,



un'altra storia ne la roccia imposta;

per ch'io varcai Virgilio, e fe'mi presso,

accio` che fosse a li occhi miei disposta.



Era intagliato li` nel marmo stesso

lo carro e ' buoi, traendo l'arca santa,

per che si teme officio non commesso.



Dinanzi parea gente; e tutta quanta,

partita in sette cori, a' due mie' sensi

faceva dir l'un “No”, l'altro “Si`, canta”.



Similemente al fummo de li 'ncensi

che v'era imaginato, li occhi e 'l naso

e al si` e al no discordi fensi.



Li` precedeva al benedetto vaso,

trescando alzato, l'umile salmista,

e piu` e men che re era in quel caso.



Di contra, effigiata ad una vista

d'un gran palazzo, Micol ammirava

si` come donna dispettosa e trista.



I' mossi i pie` del loco dov'io stava,

per avvisar da presso un'altra istoria,

che di dietro a Micol mi biancheggiava.



Quiv'era storiata l'alta gloria

del roman principato, il cui valore

mosse Gregorio a la sua gran vittoria;



i' dico di Traiano imperadore;

e una vedovella li era al freno,

di lagrime atteggiata e di dolore.



Intorno a lui parea calcato e pieno

di cavalieri, e l'aguglie ne l'oro

sovr'essi in vista al vento si movieno.



La miserella intra tutti costoro

pareva dir: “Segnor, fammi vendetta

di mio figliuol ch'e` morto, ond'io m'accoro”;



ed elli a lei rispondere: “Or aspetta

tanto ch'i' torni”; e quella: “Segnor mio”,

come persona in cui dolor s'affretta,



“se tu non torni?”; ed ei: “Chi fia dov'io,

la ti fara`”; ed ella: “L'altrui bene

a te che fia, se 'l tuo metti in oblio?”;



ond'elli: “Or ti conforta; ch'ei convene

ch'i' solva il mio dovere anzi ch'i' mova:

giustizia vuole e pieta` mi ritene”.



Colui che mai non vide cosa nova

produsse esto visibile parlare,

novello a noi perche' qui non si trova.



Mentr'io mi dilettava di guardare

l'imagini di tante umilitadi,

e per lo fabbro loro a veder care,



“Ecco di qua, ma fanno i passi radi”,

mormorava il poeta, “molte genti:

questi ne 'nvieranno a li alti gradi”.



Li occhi miei ch'a mirare eran contenti

per veder novitadi ond'e' son vaghi,

volgendosi ver' lui non furon lenti.



Non vo' pero`, lettor, che tu ti smaghi

di buon proponimento per udire

come Dio vuol che 'l debito si paghi.



Non attender la forma del martire:

pensa la succession; pensa ch'al peggio,

oltre la gran sentenza non puo` ire.



Io cominciai: “Maestro, quel ch'io veggio

muovere a noi, non mi sembian persone,

e non so che, si` nel veder vaneggio”.



Ed elli a me: “La grave condizione

di lor tormento a terra li rannicchia,

si` che ' miei occhi pria n'ebber tencione.



Ma guarda fiso la`, e disviticchia

col viso quel che vien sotto a quei sassi:

gia` scorger puoi come ciascun si picchia”.



O superbi cristian, miseri lassi,

che, de la vista de la mente infermi,

fidanza avete ne' retrosi passi,



non v'accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l'angelica farfalla,

che vola a la giustizia sanza schermi?



Di che l'animo vostro in alto galla,

poi siete quasi antomata in difetto,

si` come vermo in cui formazion falla?



Come per sostentar solaio o tetto,

per mensola talvolta una figura

si vede giugner le ginocchia al petto,



la qual fa del non ver vera rancura

nascere 'n chi la vede; cosi` fatti

vid'io color, quando puosi ben cura.



Vero e` che piu` e meno eran contratti

secondo ch'avien piu` e meno a dosso;

e qual piu` pazienza avea ne li atti,



piangendo parea dicer: 'Piu` non posso'.







Purgatorio: Canto XI



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“O Padre nostro, che ne' cieli stai,

non circunscritto, ma per piu` amore

ch'ai primi effetti di la` su` tu hai,



laudato sia 'l tuo nome e 'l tuo valore

da ogni creatura, com'e` degno

di render grazie al tuo dolce vapore.



Vegna ver' noi la pace del tuo regno,

che' noi ad essa non potem da noi,

s'ella non vien, con tutto nostro ingegno.



Come del suo voler li angeli tuoi

fan sacrificio a te, cantando osanna,

cosi` facciano li uomini de' suoi.



Da` oggi a noi la cotidiana manna,

sanza la qual per questo aspro diserto

a retro va chi piu` di gir s'affanna.



E come noi lo mal ch'avem sofferto

perdoniamo a ciascuno, e tu perdona

benigno, e non guardar lo nostro merto.



Nostra virtu` che di legger s'adona,

non spermentar con l'antico avversaro,

ma libera da lui che si` la sprona.



Quest'ultima preghiera, segnor caro,

gia` non si fa per noi, che' non bisogna,

ma per color che dietro a noi restaro”.



Cosi` a se' e noi buona ramogna

quell'ombre orando, andavan sotto 'l pondo,

simile a quel che tal volta si sogna,



disparmente angosciate tutte a tondo

e lasse su per la prima cornice,

purgando la caligine del mondo.



Se di la` sempre ben per noi si dice,

di qua che dire e far per lor si puote

da quei ch'hanno al voler buona radice?



Ben si de' loro atar lavar le note

che portar quinci, si` che, mondi e lievi,

possano uscire a le stellate ruote.



“Deh, se giustizia e pieta` vi disgrievi

tosto, si` che possiate muover l'ala,

che secondo il disio vostro vi lievi,



mostrate da qual mano inver' la scala

si va piu` corto; e se c'e` piu` d'un varco,

quel ne 'nsegnate che men erto cala;



che' questi che vien meco, per lo 'ncarco

de la carne d'Adamo onde si veste,

al montar su`, contra sua voglia, e` parco”.



Le lor parole, che rendero a queste

che dette avea colui cu' io seguiva,

non fur da cui venisser manifeste;



ma fu detto: “A man destra per la riva

con noi venite, e troverete il passo

possibile a salir persona viva.



E s'io non fossi impedito dal sasso

che la cervice mia superba doma,

onde portar convienmi il viso basso,



cotesti, ch'ancor vive e non si noma,

guardere' io, per veder s'i' 'l conosco,

e per farlo pietoso a questa soma.



Io fui latino e nato d'un gran Tosco:

Guiglielmo Aldobrandesco fu mio padre;

non so se 'l nome suo gia` mai fu vosco.



L'antico sangue e l'opere leggiadre

d'i miei maggior mi fer si` arrogante,

che, non pensando a la comune madre,



ogn'uomo ebbi in despetto tanto avante,

ch'io ne mori', come i Sanesi sanno

e sallo in Campagnatico ogne fante.



Io sono Omberto; e non pur a me danno

superbia fa, che' tutti miei consorti

ha ella tratti seco nel malanno.



E qui convien ch'io questo peso porti

per lei, tanto che a Dio si sodisfaccia,

poi ch'io nol fe' tra ' vivi, qui tra ' morti”.



Ascoltando chinai in giu` la faccia;

e un di lor, non questi che parlava,

si torse sotto il peso che li 'mpaccia,



e videmi e conobbemi e chiamava,

tenendo li occhi con fatica fisi

a me che tutto chin con loro andava.



“Oh!”, diss'io lui, “non se' tu Oderisi,

l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte

ch'alluminar chiamata e` in Parisi?”.



“Frate”, diss'elli, “piu` ridon le carte

che pennelleggia Franco Bolognese;

l'onore e` tutto or suo, e mio in parte.



Ben non sare' io stato si` cortese

mentre ch'io vissi, per lo gran disio

de l'eccellenza ove mio core intese.



Di tal superbia qui si paga il fio;

e ancor non sarei qui, se non fosse

che, possendo peccar, mi volsi a Dio.



Oh vana gloria de l'umane posse!

com'poco verde in su la cima dura,

se non e` giunta da l'etati grosse!



Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

si` che la fama di colui e` scura:



cosi` ha tolto l'uno a l'altro Guido

la gloria de la lingua; e forse e` nato

chi l'uno e l'altro caccera` del nido.



Non e` il mondan romore altro ch'un fiato

di vento, ch'or vien quinci e or vien quindi,

e muta nome perche' muta lato.



Che voce avrai tu piu`, se vecchia scindi

da te la carne, che se fossi morto

anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',



pria che passin mill'anni? ch'e` piu` corto

spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia

al cerchio che piu` tardi in cielo e` torto.



Colui che del cammin si` poco piglia

dinanzi a me, Toscana sono` tutta;

e ora a pena in Siena sen pispiglia,



ond'era sire quando fu distrutta

la rabbia fiorentina, che superba

fu a quel tempo si` com'ora e` putta.



La vostra nominanza e` color d'erba,

che viene e va, e quei la discolora

per cui ella esce de la terra acerba”.



E io a lui: “Tuo vero dir m'incora

bona umilta`, e gran tumor m'appiani;

ma chi e` quei di cui tu parlavi ora?”.



“Quelli e`”, rispuose, “Provenzan Salvani;

ed e` qui perche' fu presuntuoso

a recar Siena tutta a le sue mani.



Ito e` cosi` e va, sanza riposo,

poi che mori`; cotal moneta rende

a sodisfar chi e` di la` troppo oso”.



E io: “Se quello spirito ch'attende,

pria che si penta, l'orlo de la vita,

qua giu` dimora e qua su` non ascende,



se buona orazion lui non aita,

prima che passi tempo quanto visse,

come fu la venuta lui largita?”.



“Quando vivea piu` glorioso”, disse,

“liberamente nel Campo di Siena,

ogne vergogna diposta, s'affisse;



e li`, per trar l'amico suo di pena

ch'e' sostenea ne la prigion di Carlo,

si condusse a tremar per ogne vena.



Piu` non diro`, e scuro so che parlo;

ma poco tempo andra`, che ' tuoi vicini

faranno si` che tu potrai chiosarlo.



Quest'opera li tolse quei confini”.







Purgatorio: Canto XII



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Di pari, come buoi che vanno a giogo,

m'andava io con quell'anima carca,

fin che 'l sofferse il dolce pedagogo.



Ma quando disse: “Lascia lui e varca;

che' qui e` buono con l'ali e coi remi,

quantunque puo`, ciascun pinger sua barca”;



dritto si` come andar vuolsi rife'mi

con la persona, avvegna che i pensieri

mi rimanessero e chinati e scemi.



Io m'era mosso, e seguia volontieri

del mio maestro i passi, e amendue

gia` mostravam com'eravam leggeri;



ed el mi disse: “Volgi li occhi in giue:

buon ti sara`, per tranquillar la via,

veder lo letto de le piante tue”.



Come, perche' di lor memoria sia,

sovra i sepolti le tombe terragne

portan segnato quel ch'elli eran pria,



onde li` molte volte si ripiagne

per la puntura de la rimembranza,

che solo a' pii da` de le calcagne;



si` vid'io li`, ma di miglior sembianza

secondo l'artificio, figurato

quanto per via di fuor del monte avanza.



Vedea colui che fu nobil creato

piu` ch'altra creatura, giu` dal cielo

folgoreggiando scender, da l'un lato.



Vedea Briareo, fitto dal telo

celestial giacer, da l'altra parte,

grave a la terra per lo mortal gelo.



Vedea Timbreo, vedea Pallade e Marte,

armati ancora, intorno al padre loro,

mirar le membra d'i Giganti sparte.



Vedea Nembrot a pie` del gran lavoro

quasi smarrito, e riguardar le genti

che 'n Sennaar con lui superbi fuoro.



O Niobe`, con che occhi dolenti

vedea io te segnata in su la strada,

tra sette e sette tuoi figliuoli spenti!



O Saul, come in su la propria spada

quivi parevi morto in Gelboe`,

che poi non senti` pioggia ne' rugiada!



O folle Aragne, si` vedea io te

gia` mezza ragna, trista in su li stracci

de l'opera che mal per te si fe'.



O Roboam, gia` non par che minacci

quivi 'l tuo segno; ma pien di spavento

nel porta un carro, sanza ch'altri il cacci.



Mostrava ancor lo duro pavimento

come Almeon a sua madre fe' caro

parer lo sventurato addornamento.



Mostrava come i figli si gittaro

sovra Sennacherib dentro dal tempio,

e come, morto lui, quivi il lasciaro.



Mostrava la ruina e 'l crudo scempio

che fe' Tamiri, quando disse a Ciro:

“Sangue sitisti, e io di sangue t'empio”.



Mostrava come in rotta si fuggiro

li Assiri, poi che fu morto Oloferne,

e anche le reliquie del martiro.



Vedeva Troia in cenere e in caverne;

o Ilion, come te basso e vile

mostrava il segno che li` si discerne!



Qual di pennel fu maestro o di stile

che ritraesse l'ombre e ' tratti ch'ivi

mirar farieno uno ingegno sottile?



Morti li morti e i vivi parean vivi:

non vide mei di me chi vide il vero,

quant'io calcai, fin che chinato givi.



Or superbite, e via col viso altero,

figliuoli d'Eva, e non chinate il volto

si` che veggiate il vostro mal sentero!



Piu` era gia` per noi del monte volto

e del cammin del sole assai piu` speso

che non stimava l'animo non sciolto,



quando colui che sempre innanzi atteso

andava, comincio`: “Drizza la testa;

non e` piu` tempo di gir si` sospeso.



Vedi cola` un angel che s'appresta

per venir verso noi; vedi che torna

dal servigio del di` l'ancella sesta.



Di reverenza il viso e li atti addorna,

si` che i diletti lo 'nviarci in suso;

pensa che questo di` mai non raggiorna!”.



Io era ben del suo ammonir uso

pur di non perder tempo, si` che 'n quella

materia non potea parlarmi chiuso.



A noi venia la creatura bella,

biancovestito e ne la faccia quale

par tremolando mattutina stella.



Le braccia aperse, e indi aperse l'ale;

disse: “Venite: qui son presso i gradi,

e agevolemente omai si sale.



A questo invito vegnon molto radi:

o gente umana, per volar su` nata,

perche' a poco vento cosi` cadi?”.



Menocci ove la roccia era tagliata;

quivi mi batte' l'ali per la fronte;

poi mi promise sicura l'andata.



Come a man destra, per salire al monte

dove siede la chiesa che soggioga

la ben guidata sopra Rubaconte,



si rompe del montar l'ardita foga

per le scalee che si fero ad etade

ch'era sicuro il quaderno e la doga;



cosi` s'allenta la ripa che cade

quivi ben ratta da l'altro girone;

ma quinci e quindi l'alta pietra rade.



Noi volgendo ivi le nostre persone,

'Beati pauperes spiritu!' voci

cantaron si`, che nol diria sermone.



Ahi quanto son diverse quelle foci

da l'infernali! che' quivi per canti

s'entra, e la` giu` per lamenti feroci.



Gia` montavam su per li scaglion santi,

ed esser mi parea troppo piu` lieve

che per lo pian non mi parea davanti.



Ond'io: “Maestro, di`, qual cosa greve

levata s'e` da me, che nulla quasi

per me fatica, andando, si riceve?”.



Rispuose: “Quando i P che son rimasi

ancor nel volto tuo presso che stinti,

saranno, com'e` l'un, del tutto rasi,



fier li tuoi pie` dal buon voler si` vinti,

che non pur non fatica sentiranno,

ma fia diletto loro esser su` pinti”.



Allor fec'io come color che vanno

con cosa in capo non da lor saputa,

se non che ' cenni altrui sospecciar fanno;



per che la mano ad accertar s'aiuta,

e cerca e truova e quello officio adempie

che non si puo` fornir per la veduta;



e con le dita de la destra scempie

trovai pur sei le lettere che 'ncise

quel da le chiavi a me sovra le tempie:



a che guardando, il mio duca sorrise.







Purgatorio: Canto XIII



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Noi eravamo al sommo de la scala,

dove secondamente si risega

lo monte che salendo altrui dismala.



Ivi cosi` una cornice lega

dintorno il poggio, come la primaia;

se non che l'arco suo piu` tosto piega.



Ombra non li` e` ne' segno che si paia:

parsi la ripa e parsi la via schietta

col livido color de la petraia.



“Se qui per dimandar gente s'aspetta”,

ragionava il poeta, “io temo forse

che troppo avra` d'indugio nostra eletta”.



Poi fisamente al sole li occhi porse;

fece del destro lato a muover centro,

e la sinistra parte di se' torse.



“O dolce lume a cui fidanza i' entro

per lo novo cammin, tu ne conduci”,

dicea, “come condur si vuol quinc'entro.



Tu scaldi il mondo, tu sovr'esso luci;

s'altra ragione in contrario non ponta,

esser dien sempre li tuoi raggi duci”.



Quanto di qua per un migliaio si conta,

tanto di la` eravam noi gia` iti,

con poco tempo, per la voglia pronta;



e verso noi volar furon sentiti,

non pero` visti, spiriti parlando

a la mensa d'amor cortesi inviti.



La prima voce che passo` volando

'Vinum non habent' altamente disse,

e dietro a noi l'ando` reiterando.



E prima che del tutto non si udisse

per allungarsi, un'altra 'I' sono Oreste'

passo` gridando, e anco non s'affisse.



“Oh!”, diss'io, “padre, che voci son queste?”.

E com'io domandai, ecco la terza

dicendo: 'Amate da cui male aveste'.





E 'l buon maestro: “Questo cinghio sferza

la colpa de la invidia, e pero` sono

tratte d'amor le corde de la ferza.



Lo fren vuol esser del contrario suono;

credo che l'udirai, per mio avviso,

prima che giunghi al passo del perdono.



Ma ficca li occhi per l'aere ben fiso,

e vedrai gente innanzi a noi sedersi,

e ciascun e` lungo la grotta assiso”.



Allora piu` che prima li occhi apersi;

guarda'mi innanzi, e vidi ombre con manti

al color de la pietra non diversi.



E poi che fummo un poco piu` avanti,

udia gridar: 'Maria, ora per noi':

gridar 'Michele' e 'Pietro', e 'Tutti santi'.



Non credo che per terra vada ancoi

omo si` duro, che non fosse punto

per compassion di quel ch'i' vidi poi;



che', quando fui si` presso di lor giunto,

che li atti loro a me venivan certi,

per li occhi fui di grave dolor munto.



Di vil ciliccio mi parean coperti,

e l'un sofferia l'altro con la spalla,

e tutti da la ripa eran sofferti.



Cosi` li ciechi a cui la roba falla

stanno a' perdoni a chieder lor bisogna,

e l'uno il capo sopra l'altro avvalla,



perche' 'n altrui pieta` tosto si pogna,

non pur per lo sonar de le parole,

ma per la vista che non meno agogna.



E come a li orbi non approda il sole,

cosi` a l'ombre quivi, ond'io parlo ora,

luce del ciel di se' largir non vole;



che' a tutti un fil di ferro i cigli fora

e cusce si`, come a sparvier selvaggio

si fa pero` che queto non dimora.



A me pareva, andando, fare oltraggio,

veggendo altrui, non essendo veduto:

per ch'io mi volsi al mio consiglio saggio.



Ben sapev'ei che volea dir lo muto;

e pero` non attese mia dimanda,

ma disse: “Parla, e sie breve e arguto”.



Virgilio mi venia da quella banda

de la cornice onde cader si puote,

perche' da nulla sponda s'inghirlanda;



da l'altra parte m'eran le divote

ombre, che per l'orribile costura

premevan si`, che bagnavan le gote.



Volsimi a loro e “O gente sicura”,

incominciai, “di veder l'alto lume

che 'l disio vostro solo ha in sua cura,



se tosto grazia resolva le schiume

di vostra coscienza si` che chiaro

per essa scenda de la mente il fiume,



ditemi, che' mi fia grazioso e caro,

s'anima e` qui tra voi che sia latina;

e forse lei sara` buon s'i' l'apparo”.



“O frate mio, ciascuna e` cittadina

d'una vera citta`; ma tu vuo' dire

che vivesse in Italia peregrina”.



Questo mi parve per risposta udire

piu` innanzi alquanto che la` dov'io stava,

ond'io mi feci ancor piu` la` sentire.



Tra l'altre vidi un'ombra ch'aspettava

in vista; e se volesse alcun dir 'Come?',

lo mento a guisa d'orbo in su` levava.



“Spirto”, diss'io, “che per salir ti dome,

se tu se' quelli che mi rispondesti,

fammiti conto o per luogo o per nome”.



“Io fui sanese”, rispuose, “e con questi

altri rimendo qui la vita ria,

lagrimando a colui che se' ne presti.



Savia non fui, avvegna che Sapia

fossi chiamata, e fui de li altrui danni

piu` lieta assai che di ventura mia.



E perche' tu non creda ch'io t'inganni,

odi s'i' fui, com'io ti dico, folle,

gia` discendendo l'arco d'i miei anni.



Eran li cittadin miei presso a Colle

in campo giunti co' loro avversari,

e io pregava Iddio di quel ch'e' volle.



Rotti fuor quivi e volti ne li amari

passi di fuga; e veggendo la caccia,

letizia presi a tutte altre dispari,



tanto ch'io volsi in su` l'ardita faccia,

gridando a Dio: "Omai piu` non ti temo!",

come fe' 'l merlo per poca bonaccia.



Pace volli con Dio in su lo stremo

de la mia vita; e ancor non sarebbe

lo mio dover per penitenza scemo,



se cio` non fosse, ch'a memoria m'ebbe

Pier Pettinaio in sue sante orazioni,

a cui di me per caritate increbbe.



Ma tu chi se', che nostre condizioni

vai dimandando, e porti li occhi sciolti,

si` com'io credo, e spirando ragioni?”.



“Li occhi”, diss'io, “mi fieno ancor qui tolti,

ma picciol tempo, che' poca e` l'offesa

fatta per esser con invidia volti.



Troppa e` piu` la paura ond'e` sospesa

l'anima mia del tormento di sotto,

che gia` lo 'ncarco di la` giu` mi pesa”.



Ed ella a me: “Chi t'ha dunque condotto

qua su` tra noi, se giu` ritornar credi?”.

E io: “Costui ch'e` meco e non fa motto.



E vivo sono; e pero` mi richiedi,

spirito eletto, se tu vuo' ch'i' mova

di la` per te ancor li mortai piedi”.



“Oh, questa e` a udir si` cosa nuova”,

rispuose, “che gran segno e` che Dio t'ami;

pero` col priego tuo talor mi giova.



E cheggioti, per quel che tu piu` brami,

se mai calchi la terra di Toscana,

che a' miei propinqui tu ben mi rinfami.



Tu li vedrai tra quella gente vana

che spera in Talamone, e perderagli

piu` di speranza ch'a trovar la Diana;



ma piu` vi perderanno li ammiragli”.







Purgatorio: Canto XIV



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“Chi e` costui che 'l nostro monte cerchia

prima che morte li abbia dato il volo,

e apre li occhi a sua voglia e coverchia?”.



“Non so chi sia, ma so ch'e' non e` solo:

domandal tu che piu` li t'avvicini,

e dolcemente, si` che parli, acco'lo”.



Cosi` due spirti, l'uno a l'altro chini,

ragionavan di me ivi a man dritta;

poi fer li visi, per dirmi, supini;



e disse l'uno: “O anima che fitta

nel corpo ancora inver' lo ciel ten vai,

per carita` ne consola e ne ditta



onde vieni e chi se'; che' tu ne fai

tanto maravigliar de la tua grazia,

quanto vuol cosa che non fu piu` mai”.



E io: “Per mezza Toscana si spazia

un fiumicel che nasce in Falterona,

e cento miglia di corso nol sazia.



Di sovr'esso rech'io questa persona:

dirvi ch'i' sia, saria parlare indarno,

che' 'l nome mio ancor molto non suona”.



“Se ben lo 'ntendimento tuo accarno

con lo 'ntelletto”, allora mi rispuose

quei che diceva pria, “tu parli d'Arno”.



E l'altro disse lui: “Perche' nascose

questi il vocabol di quella riviera,

pur com'om fa de l'orribili cose?”.



E l'ombra che di cio` domandata era,

si sdebito` cosi`: “Non so; ma degno

ben e` che 'l nome di tal valle pera;



che' dal principio suo, ov'e` si` pregno

l'alpestro monte ond'e` tronco Peloro,

che 'n pochi luoghi passa oltra quel segno,



infin la` 've si rende per ristoro

di quel che 'l ciel de la marina asciuga,

ond'hanno i fiumi cio` che va con loro,



vertu` cosi` per nimica si fuga

da tutti come biscia, o per sventura

del luogo, o per mal uso che li fruga:



ond'hanno si` mutata lor natura

li abitator de la misera valle,

che par che Circe li avesse in pastura.



Tra brutti porci, piu` degni di galle

che d'altro cibo fatto in uman uso,

dirizza prima il suo povero calle.



Botoli trova poi, venendo giuso,

ringhiosi piu` che non chiede lor possa,

e da lor disdegnosa torce il muso.



Vassi caggendo; e quant'ella piu` 'ngrossa,

tanto piu` trova di can farsi lupi

la maladetta e sventurata fossa.



Discesa poi per piu` pelaghi cupi,

trova le volpi si` piene di froda,

che non temono ingegno che le occupi.



Ne' lascero` di dir perch'altri m'oda;

e buon sara` costui, s'ancor s'ammenta

di cio` che vero spirto mi disnoda.



Io veggio tuo nepote che diventa

cacciator di quei lupi in su la riva

del fiero fiume, e tutti li sgomenta.



Vende la carne loro essendo viva;

poscia li ancide come antica belva;

molti di vita e se' di pregio priva.



Sanguinoso esce de la trista selva;

lasciala tal, che di qui a mille anni

ne lo stato primaio non si rinselva”.



Com'a l'annunzio di dogliosi danni

si turba il viso di colui ch'ascolta,

da qual che parte il periglio l'assanni,



cosi` vid'io l'altr'anima, che volta

stava a udir, turbarsi e farsi trista,

poi ch'ebbe la parola a se' raccolta.



Lo dir de l'una e de l'altra la vista

mi fer voglioso di saper lor nomi,

e dimanda ne fei con prieghi mista;



per che lo spirto che di pria parlomi

ricomincio`: “Tu vuo' ch'io mi deduca

nel fare a te cio` che tu far non vuo'mi.



Ma da che Dio in te vuol che traluca

tanto sua grazia, non ti saro` scarso;

pero` sappi ch'io fui Guido del Duca.



Fu il sangue mio d'invidia si` riarso,

che se veduto avesse uom farsi lieto,

visto m'avresti di livore sparso.



Di mia semente cotal paglia mieto;

o gente umana, perche' poni 'l core

la` 'v'e` mestier di consorte divieto?



Questi e` Rinier; questi e` 'l pregio e l'onore

de la casa da Calboli, ove nullo

fatto s'e` reda poi del suo valore.



E non pur lo suo sangue e` fatto brullo,

tra 'l Po e 'l monte e la marina e 'l Reno,

del ben richesto al vero e al trastullo;



che' dentro a questi termini e` ripieno

di venenosi sterpi, si` che tardi

per coltivare omai verrebber meno.



Ov'e` 'l buon Lizio e Arrigo Mainardi?

Pier Traversaro e Guido di Carpigna?

Oh Romagnuoli tornati in bastardi!



Quando in Bologna un Fabbro si ralligna?

quando in Faenza un Bernardin di Fosco,

verga gentil di picciola gramigna?



Non ti maravigliar s'io piango, Tosco,

quando rimembro con Guido da Prata,

Ugolin d'Azzo che vivette nosco,



Federigo Tignoso e sua brigata,

la casa Traversara e li Anastagi

(e l'una gente e l'altra e` diretata),



le donne e ' cavalier, li affanni e li agi

che ne 'nvogliava amore e cortesia

la` dove i cuor son fatti si` malvagi.



O Bretinoro, che' non fuggi via,

poi che gita se n'e` la tua famiglia

e molta gente per non esser ria?



Ben fa Bagnacaval, che non rifiglia;

e mal fa Castrocaro, e peggio Conio,

che di figliar tai conti piu` s'impiglia.



Ben faranno i Pagan, da che 'l demonio

lor sen gira`; ma non pero` che puro

gia` mai rimagna d'essi testimonio.



O Ugolin de' Fantolin, sicuro

e` il nome tuo, da che piu` non s'aspetta

chi far lo possa, tralignando, scuro.



Ma va via, Tosco, omai; ch'or mi diletta

troppo di pianger piu` che di parlare,

si` m'ha nostra ragion la mente stretta”.



Noi sapavam che quell'anime care

ci sentivano andar; pero`, tacendo,

facean noi del cammin confidare.



Poi fummo fatti soli procedendo,

folgore parve quando l'aere fende,

voce che giunse di contra dicendo:



'Anciderammi qualunque m'apprende';

e fuggi` come tuon che si dilegua,

se subito la nuvola scoscende.



Come da lei l'udir nostro ebbe triegua,

ed ecco l'altra con si` gran fracasso,

che somiglio` tonar che tosto segua:



“Io sono Aglauro che divenni sasso”;

e allor, per ristrignermi al poeta,

in destro feci e non innanzi il passo.



Gia` era l'aura d'ogne parte queta;

ed el mi disse: “Quel fu 'l duro camo

che dovria l'uom tener dentro a sua meta.



Ma voi prendete l'esca, si` che l'amo

de l'antico avversaro a se' vi tira;

e pero` poco val freno o richiamo.



Chiamavi 'l cielo e 'ntorno vi si gira,

mostrandovi le sue bellezze etterne,

e l'occhio vostro pur a terra mira;



onde vi batte chi tutto discerne”.







Purgatorio: Canto XV



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Quanto tra l'ultimar de l'ora terza

e 'l principio del di` par de la spera

che sempre a guisa di fanciullo scherza,



tanto pareva gia` inver' la sera

essere al sol del suo corso rimaso;

vespero la`, e qui mezza notte era.



E i raggi ne ferien per mezzo 'l naso,

perche' per noi girato era si` 'l monte,

che gia` dritti andavamo inver' l'occaso,



quand'io senti' a me gravar la fronte

a lo splendore assai piu` che di prima,

e stupor m'eran le cose non conte;



ond'io levai le mani inver' la cima

de le mie ciglia, e fecimi 'l solecchio,

che del soverchio visibile lima.



Come quando da l'acqua o da lo specchio

salta lo raggio a l'opposita parte,

salendo su per lo modo parecchio



a quel che scende, e tanto si diparte

dal cader de la pietra in igual tratta,

si` come mostra esperienza e arte;



cosi` mi parve da luce rifratta

quivi dinanzi a me esser percosso;

per che a fuggir la mia vista fu ratta.



“Che e` quel, dolce padre, a che non posso

schermar lo viso tanto che mi vaglia”,

diss'io, “e pare inver' noi esser mosso?”.



“Non ti maravigliar s'ancor t'abbaglia

la famiglia del cielo”, a me rispuose:

“messo e` che viene ad invitar ch'om saglia.



Tosto sara` ch'a veder queste cose

non ti fia grave, ma fieti diletto

quanto natura a sentir ti dispuose”.



Poi giunti fummo a l'angel benedetto,

con lieta voce disse: “Intrate quinci

ad un scaleo vie men che li altri eretto”.



Noi montavam, gia` partiti di linci,

e 'Beati misericordes!' fue

cantato retro, e 'Godi tu che vinci!'.



Lo mio maestro e io soli amendue

suso andavamo; e io pensai, andando,

prode acquistar ne le parole sue;



e dirizza'mi a lui si` dimandando:

“Che volse dir lo spirto di Romagna,

e 'divieto' e 'consorte' menzionando?”.



Per ch'elli a me: “Di sua maggior magagna

conosce il danno; e pero` non s'ammiri

se ne riprende perche' men si piagna.



Perche' s'appuntano i vostri disiri

dove per compagnia parte si scema,

invidia move il mantaco a' sospiri.



Ma se l'amor de la spera supprema

torcesse in suso il disiderio vostro,

non vi sarebbe al petto quella tema;



che', per quanti si dice piu` li` 'nostro',

tanto possiede piu` di ben ciascuno,

e piu` di caritate arde in quel chiostro”.



“Io son d'esser contento piu` digiuno”,

diss'io, “che se mi fosse pria taciuto,

e piu` di dubbio ne la mente aduno.



Com'esser puote ch'un ben, distributo

in piu` posseditor, faccia piu` ricchi

di se', che se da pochi e` posseduto?”.



Ed elli a me: “Pero` che tu rificchi

la mente pur a le cose terrene,

di vera luce tenebre dispicchi.



Quello infinito e ineffabil bene

che la` su` e`, cosi` corre ad amore

com'a lucido corpo raggio vene.



Tanto si da` quanto trova d'ardore;

si` che, quantunque carita` si stende,

cresce sovr'essa l'etterno valore.



E quanta gente piu` la` su` s'intende,

piu` v'e` da bene amare, e piu` vi s'ama,

e come specchio l'uno a l'altro rende.



E se la mia ragion non ti disfama,

vedrai Beatrice, ed ella pienamente

ti torra` questa e ciascun'altra brama.



Procaccia pur che tosto sieno spente,

come son gia` le due, le cinque piaghe,

che si richiudon per esser dolente”.



Com'io voleva dicer 'Tu m'appaghe',

vidimi giunto in su l'altro girone,

si` che tacer mi fer le luci vaghe.



Ivi mi parve in una visione

estatica di subito esser tratto,

e vedere in un tempio piu` persone;



e una donna, in su l'entrar, con atto

dolce di madre dicer: “Figliuol mio

perche' hai tu cosi` verso noi fatto?



Ecco, dolenti, lo tuo padre e io

ti cercavamo”. E come qui si tacque,

cio` che pareva prima, dispario.



Indi m'apparve un'altra con quell'acque

giu` per le gote che 'l dolor distilla

quando di gran dispetto in altrui nacque,



e dir: “Se tu se' sire de la villa

del cui nome ne' dei fu tanta lite,

e onde ogni scienza disfavilla,



vendica te di quelle braccia ardite

ch'abbracciar nostra figlia, o Pisistrato”.

E 'l segnor mi parea, benigno e mite,



risponder lei con viso temperato:

“Che farem noi a chi mal ne disira,

se quei che ci ama e` per noi condannato?”,



Poi vidi genti accese in foco d'ira

con pietre un giovinetto ancider, forte

gridando a se' pur: “Martira, martira!”.



E lui vedea chinarsi, per la morte

che l'aggravava gia`, inver' la terra,

ma de li occhi facea sempre al ciel porte,



orando a l'alto Sire, in tanta guerra,

che perdonasse a' suoi persecutori,

con quello aspetto che pieta` diserra.



Quando l'anima mia torno` di fori

a le cose che son fuor di lei vere,

io riconobbi i miei non falsi errori.



Lo duca mio, che mi potea vedere

far si` com'om che dal sonno si slega,

disse: “Che hai che non ti puoi tenere,



ma se' venuto piu` che mezza lega

velando li occhi e con le gambe avvolte,

a guisa di cui vino o sonno piega?”.



“O dolce padre mio, se tu m'ascolte,

io ti diro`”, diss'io, “cio` che m'apparve

quando le gambe mi furon si` tolte”.



Ed ei: “Se tu avessi cento larve

sovra la faccia, non mi sarian chiuse

le tue cogitazion, quantunque parve.



Cio` che vedesti fu perche' non scuse

d'aprir lo core a l'acque de la pace

che da l'etterno fonte son diffuse.



Non dimandai "Che hai?" per quel che face

chi guarda pur con l'occhio che non vede,

quando disanimato il corpo giace;



ma dimandai per darti forza al piede:

cosi` frugar conviensi i pigri, lenti

ad usar lor vigilia quando riede”.



Noi andavam per lo vespero, attenti

oltre quanto potean li occhi allungarsi

contra i raggi serotini e lucenti.



Ed ecco a poco a poco un fummo farsi

verso di noi come la notte oscuro;

ne' da quello era loco da cansarsi.



Questo ne tolse li occhi e l'aere puro.







Purgatorio: Canto XVI



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Buio d'inferno e di notte privata

d'ogne pianeto, sotto pover cielo,

quant'esser puo` di nuvol tenebrata,



non fece al viso mio si` grosso velo

come quel fummo ch'ivi ci coperse,

ne' a sentir di cosi` aspro pelo,



che l'occhio stare aperto non sofferse;

onde la scorta mia saputa e fida

mi s'accosto` e l'omero m'offerse.



Si` come cieco va dietro a sua guida

per non smarrirsi e per non dar di cozzo

in cosa che 'l molesti, o forse ancida,



m'andava io per l'aere amaro e sozzo,

ascoltando il mio duca che diceva

pur: “Guarda che da me tu non sia mozzo”.



Io sentia voci, e ciascuna pareva

pregar per pace e per misericordia

l'Agnel di Dio che le peccata leva.



Pur 'Agnus Dei' eran le loro essordia;

una parola in tutte era e un modo,

si` che parea tra esse ogne concordia.



“Quei sono spirti, maestro, ch'i' odo?”,

diss'io. Ed elli a me: “Tu vero apprendi,

e d'iracundia van solvendo il nodo”.



“Or tu chi se' che 'l nostro fummo fendi,

e di noi parli pur come se tue

partissi ancor lo tempo per calendi?”.



Cosi` per una voce detto fue;

onde 'l maestro mio disse: “Rispondi,

e domanda se quinci si va sue”.



E io: “O creatura che ti mondi

per tornar bella a colui che ti fece,

maraviglia udirai, se mi secondi”.



“Io ti seguitero` quanto mi lece”,

rispuose; “e se veder fummo non lascia,

l'udir ci terra` giunti in quella vece”.



Allora incominciai: “Con quella fascia

che la morte dissolve men vo suso,

e venni qui per l'infernale ambascia.



E se Dio m'ha in sua grazia rinchiuso,

tanto che vuol ch'i' veggia la sua corte

per modo tutto fuor del moderno uso,



non mi celar chi fosti anzi la morte,

ma dilmi, e dimmi s'i' vo bene al varco;

e tue parole fier le nostre scorte”.



“Lombardo fui, e fu' chiamato Marco;

del mondo seppi, e quel valore amai

al quale ha or ciascun disteso l'arco.



Per montar su` dirittamente vai”.

Cosi` rispuose, e soggiunse: “I' ti prego

che per me prieghi quando su` sarai”.



E io a lui: “Per fede mi ti lego

di far cio` che mi chiedi; ma io scoppio

dentro ad un dubbio, s'io non me ne spiego.



Prima era scempio, e ora e` fatto doppio

ne la sentenza tua, che mi fa certo

qui, e altrove, quello ov'io l'accoppio.



Lo mondo e` ben cosi` tutto diserto

d'ogne virtute, come tu mi sone,

e di malizia gravido e coverto;



ma priego che m'addite la cagione,

si` ch'i' la veggia e ch'i' la mostri altrui;

che' nel cielo uno, e un qua giu` la pone”.



Alto sospir, che duolo strinse in “uhi!”,

mise fuor prima; e poi comincio`: “Frate,

lo mondo e` cieco, e tu vien ben da lui.



Voi che vivete ogne cagion recate

pur suso al cielo, pur come se tutto

movesse seco di necessitate.



Se cosi` fosse, in voi fora distrutto

libero arbitrio, e non fora giustizia

per ben letizia, e per male aver lutto.



Lo cielo i vostri movimenti inizia;

non dico tutti, ma, posto ch'i' 'l dica,

lume v'e` dato a bene e a malizia,



e libero voler; che, se fatica

ne le prime battaglie col ciel dura,

poi vince tutto, se ben si notrica.



A maggior forza e a miglior natura

liberi soggiacete; e quella cria

la mente in voi, che 'l ciel non ha in sua cura.



Pero`, se 'l mondo presente disvia,

in voi e` la cagione, in voi si cheggia;

e io te ne saro` or vera spia.



Esce di mano a lui che la vagheggia

prima che sia, a guisa di fanciulla

che piangendo e ridendo pargoleggia,



l'anima semplicetta che sa nulla,

salvo che, mossa da lieto fattore,

volontier torna a cio` che la trastulla.



Di picciol bene in pria sente sapore;

quivi s'inganna, e dietro ad esso corre,

se guida o fren non torce suo amore.



Onde convenne legge per fren porre;

convenne rege aver che discernesse

de la vera cittade almen la torre.



Le leggi son, ma chi pon mano ad esse?

Nullo, pero` che 'l pastor che procede,

rugumar puo`, ma non ha l'unghie fesse;



per che la gente, che sua guida vede

pur a quel ben fedire ond'ella e` ghiotta,

di quel si pasce, e piu` oltre non chiede.



Ben puoi veder che la mala condotta

e` la cagion che 'l mondo ha fatto reo,

e non natura che 'n voi sia corrotta.



Soleva Roma, che 'l buon mondo feo,

due soli aver, che l'una e l'altra strada

facean vedere, e del mondo e di Deo.



L'un l'altro ha spento; ed e` giunta la spada

col pasturale, e l'un con l'altro insieme

per viva forza mal convien che vada;



pero` che, giunti, l'un l'altro non teme:

se non mi credi, pon mente a la spiga,

ch'ogn'erba si conosce per lo seme.



In sul paese ch'Adice e Po riga,

solea valore e cortesia trovarsi,

prima che Federigo avesse briga;



or puo` sicuramente indi passarsi

per qualunque lasciasse, per vergogna

di ragionar coi buoni o d'appressarsi.



Ben v'en tre vecchi ancora in cui rampogna

l'antica eta` la nova, e par lor tardo

che Dio a miglior vita li ripogna:



Currado da Palazzo e 'l buon Gherardo

e Guido da Castel, che mei si noma

francescamente, il semplice Lombardo.



Di` oggimai che la Chiesa di Roma,

per confondere in se' due reggimenti,

cade nel fango e se' brutta e la soma”.



“O Marco mio”, diss'io, “bene argomenti;

e or discerno perche' dal retaggio

li figli di Levi` furono essenti.



Ma qual Gherardo e` quel che tu per saggio

di' ch'e` rimaso de la gente spenta,

in rimprovero del secol selvaggio?”.



“O tuo parlar m'inganna, o el mi tenta”,

rispuose a me; “che', parlandomi tosco,

par che del buon Gherardo nulla senta.



Per altro sopranome io nol conosco,

s'io nol togliessi da sua figlia Gaia.

Dio sia con voi, che' piu` non vegno vosco.



Vedi l'albor che per lo fummo raia

gia` biancheggiare, e me convien partirmi

(l'angelo e` ivi) prima ch'io li paia”.



Cosi` torno`, e piu` non volle udirmi.







Purgatorio: Canto XVII



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Ricorditi, lettor, se mai ne l'alpe

ti colse nebbia per la qual vedessi

non altrimenti che per pelle talpe,



come, quando i vapori umidi e spessi

a diradar cominciansi, la spera

del sol debilemente entra per essi;



e fia la tua imagine leggera

in giugnere a veder com'io rividi

lo sole in pria, che gia` nel corcar era.



Si`, pareggiando i miei co' passi fidi

del mio maestro, usci' fuor di tal nube

ai raggi morti gia` ne' bassi lidi.



O imaginativa che ne rube

talvolta si` di fuor, ch'om non s'accorge

perche' dintorno suonin mille tube,



chi move te, se 'l senso non ti porge?

Moveti lume che nel ciel s'informa,

per se' o per voler che giu` lo scorge.



De l'empiezza di lei che muto` forma

ne l'uccel ch'a cantar piu` si diletta,

ne l'imagine mia apparve l'orma;



e qui fu la mia mente si` ristretta

dentro da se', che di fuor non venia

cosa che fosse allor da lei ricetta.



Poi piovve dentro a l'alta fantasia

un crucifisso dispettoso e fero

ne la sua vista, e cotal si moria;



intorno ad esso era il grande Assuero,

Ester sua sposa e 'l giusto Mardoceo,

che fu al dire e al far cosi` intero.



E come questa imagine rompeo

se' per se' stessa, a guisa d'una bulla

cui manca l'acqua sotto qual si feo,



surse in mia visione una fanciulla

piangendo forte, e dicea: “O regina,

perche' per ira hai voluto esser nulla?



Ancisa t'hai per non perder Lavina;

or m'hai perduta! Io son essa che lutto,

madre, a la tua pria ch'a l'altrui ruina”.



Come si frange il sonno ove di butto

nova luce percuote il viso chiuso,

che fratto guizza pria che muoia tutto;



cosi` l'imaginar mio cadde giuso

tosto che lume il volto mi percosse,

maggior assai che quel ch'e` in nostro uso.



I' mi volgea per veder ov'io fosse,

quando una voce disse “Qui si monta”,

che da ogne altro intento mi rimosse;



e fece la mia voglia tanto pronta

di riguardar chi era che parlava,

che mai non posa, se non si raffronta.



Ma come al sol che nostra vista grava

e per soverchio sua figura vela,

cosi` la mia virtu` quivi mancava.



“Questo e` divino spirito, che ne la

via da ir su` ne drizza sanza prego,

e col suo lume se' medesmo cela.



Si` fa con noi, come l'uom si fa sego;

che' quale aspetta prego e l'uopo vede,

malignamente gia` si mette al nego.



Or accordiamo a tanto invito il piede;

procacciam di salir pria che s'abbui,

che' poi non si poria, se 'l di` non riede”.



Cosi` disse il mio duca, e io con lui

volgemmo i nostri passi ad una scala;

e tosto ch'io al primo grado fui,



senti'mi presso quasi un muover d'ala

e ventarmi nel viso e dir: 'Beati

pacifici, che son sanz'ira mala!'.



Gia` eran sovra noi tanto levati

li ultimi raggi che la notte segue,

che le stelle apparivan da piu` lati.



'O virtu` mia, perche' si` ti dilegue?',

fra me stesso dicea, che' mi sentiva

la possa de le gambe posta in triegue.



Noi eravam dove piu` non saliva

la scala su`, ed eravamo affissi,

pur come nave ch'a la piaggia arriva.



E io attesi un poco, s'io udissi

alcuna cosa nel novo girone;

poi mi volsi al maestro mio, e dissi:



“Dolce mio padre, di`, quale offensione

si purga qui nel giro dove semo?

Se i pie` si stanno, non stea tuo sermone”.



Ed elli a me: “L'amor del bene, scemo

del suo dover, quiritta si ristora;

qui si ribatte il mal tardato remo.



Ma perche' piu` aperto intendi ancora,

volgi la mente a me, e prenderai

alcun buon frutto di nostra dimora”.



“Ne' creator ne' creatura mai”,

comincio` el, “figliuol, fu sanza amore,

o naturale o d'animo; e tu 'l sai.



Lo naturale e` sempre sanza errore,

ma l'altro puote errar per malo obietto

o per troppo o per poco di vigore.



Mentre ch'elli e` nel primo ben diretto,

e ne' secondi se' stesso misura,

esser non puo` cagion di mal diletto;



ma quando al mal si torce, o con piu` cura

o con men che non dee corre nel bene,

contra 'l fattore adovra sua fattura.



Quinci comprender puoi ch'esser convene

amor sementa in voi d'ogne virtute

e d'ogne operazion che merta pene.



Or, perche' mai non puo` da la salute

amor del suo subietto volger viso,

da l'odio proprio son le cose tute;



e perche' intender non si puo` diviso,

e per se' stante, alcuno esser dal primo,

da quello odiare ogne effetto e` deciso.



Resta, se dividendo bene stimo,

che 'l mal che s'ama e` del prossimo; ed esso

amor nasce in tre modi in vostro limo.



E' chi, per esser suo vicin soppresso,

spera eccellenza, e sol per questo brama

ch'el sia di sua grandezza in basso messo;



e` chi podere, grazia, onore e fama

teme di perder perch'altri sormonti,

onde s'attrista si` che 'l contrario ama;



ed e` chi per ingiuria par ch'aonti,

si` che si fa de la vendetta ghiotto,

e tal convien che 'l male altrui impronti.



Questo triforme amor qua giu` di sotto

si piange; or vo' che tu de l'altro intende,

che corre al ben con ordine corrotto.



Ciascun confusamente un bene apprende

nel qual si queti l'animo, e disira;

per che di giugner lui ciascun contende.



Se lento amore a lui veder vi tira

o a lui acquistar, questa cornice,

dopo giusto penter, ve ne martira.



Altro ben e` che non fa l'uom felice;

non e` felicita`, non e` la buona

essenza, d'ogne ben frutto e radice.



L'amor ch'ad esso troppo s'abbandona,

di sovr'a noi si piange per tre cerchi;

ma come tripartito si ragiona,



tacciolo, accio` che tu per te ne cerchi”.







Purgatorio: Canto XVIII



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Posto avea fine al suo ragionamento

l'alto dottore, e attento guardava

ne la mia vista s'io parea contento;



e io, cui nova sete ancor frugava,

di fuor tacea, e dentro dicea: 'Forse

lo troppo dimandar ch'io fo li grava'.



Ma quel padre verace, che s'accorse

del timido voler che non s'apriva,

parlando, di parlare ardir mi porse.



Ond'io: “Maestro, il mio veder s'avviva

si` nel tuo lume, ch'io discerno chiaro

quanto la tua ragion parta o descriva.



Pero` ti prego, dolce padre caro,

che mi dimostri amore, a cui reduci

ogne buono operare e 'l suo contraro”.



“Drizza”, disse, “ver' me l'agute luci

de lo 'ntelletto, e fieti manifesto

l'error de' ciechi che si fanno duci.



L'animo, ch'e` creato ad amar presto,

ad ogne cosa e` mobile che piace,

tosto che dal piacere in atto e` desto.



Vostra apprensiva da esser verace

tragge intenzione, e dentro a voi la spiega,

si` che l'animo ad essa volger face;



e se, rivolto, inver' di lei si piega,

quel piegare e` amor, quell'e` natura

che per piacer di novo in voi si lega.



Poi, come 'l foco movesi in altura

per la sua forma ch'e` nata a salire

la` dove piu` in sua matera dura,



cosi` l'animo preso entra in disire,

ch'e` moto spiritale, e mai non posa

fin che la cosa amata il fa gioire.



Or ti puote apparer quant'e` nascosa

la veritate a la gente ch'avvera

ciascun amore in se' laudabil cosa;



pero` che forse appar la sua matera

sempre esser buona, ma non ciascun segno

e` buono, ancor che buona sia la cera”.



“Le tue parole e 'l mio seguace ingegno”,

rispuos'io lui, “m'hanno amor discoverto,

ma cio` m'ha fatto di dubbiar piu` pregno;



che', s'amore e` di fuori a noi offerto,

e l'anima non va con altro piede,

se dritta o torta va, non e` suo merto”.



Ed elli a me: “Quanto ragion qui vede,

dir ti poss'io; da indi in la` t'aspetta

pur a Beatrice, ch'e` opra di fede.



Ogne forma sustanzial, che setta

e` da matera ed e` con lei unita,

specifica vertute ha in se' colletta,



la qual sanza operar non e` sentita,

ne' si dimostra mai che per effetto,

come per verdi fronde in pianta vita.



Pero`, la` onde vegna lo 'ntelletto

de le prime notizie, omo non sape,

e de' primi appetibili l'affetto,



che sono in voi si` come studio in ape

di far lo mele; e questa prima voglia

merto di lode o di biasmo non cape.



Or perche' a questa ogn'altra si raccoglia,

innata v'e` la virtu` che consiglia,

e de l'assenso de' tener la soglia.



Quest'e` 'l principio la` onde si piglia

ragion di meritare in voi, secondo

che buoni e rei amori accoglie e viglia.



Color che ragionando andaro al fondo,

s'accorser d'esta innata libertate;

pero` moralita` lasciaro al mondo.



Onde, poniam che di necessitate

surga ogne amor che dentro a voi s'accende,

di ritenerlo e` in voi la podestate.



La nobile virtu` Beatrice intende

per lo libero arbitrio, e pero` guarda

che l'abbi a mente, s'a parlar ten prende”.



La luna, quasi a mezza notte tarda,

facea le stelle a noi parer piu` rade,

fatta com'un secchion che tuttor arda;



e correa contro 'l ciel per quelle strade

che 'l sole infiamma allor che quel da Roma

tra Sardi e ' Corsi il vede quando cade.



E quell'ombra gentil per cui si noma

Pietola piu` che villa mantoana,

del mio carcar diposta avea la soma;



per ch'io, che la ragione aperta e piana

sovra le mie quistioni avea ricolta,

stava com'om che sonnolento vana.



Ma questa sonnolenza mi fu tolta

subitamente da gente che dopo

le nostre spalle a noi era gia` volta.



E quale Ismeno gia` vide e Asopo

lungo di se` di notte furia e calca,

pur che i Teban di Bacco avesser uopo,



cotal per quel giron suo passo falca,

per quel ch'io vidi di color, venendo,

cui buon volere e giusto amor cavalca.



Tosto fur sovr'a noi, perche' correndo

si movea tutta quella turba magna;

e due dinanzi gridavan piangendo:



“Maria corse con fretta a la montagna;

e Cesare, per soggiogare Ilerda,

punse Marsilia e poi corse in Ispagna”.



“Ratto, ratto, che 'l tempo non si perda

per poco amor”, gridavan li altri appresso,

“che studio di ben far grazia rinverda”.



“O gente in cui fervore aguto adesso

ricompie forse negligenza e indugio

da voi per tepidezza in ben far messo,



questi che vive, e certo i' non vi bugio,

vuole andar su`, pur che 'l sol ne riluca;

pero` ne dite ond'e` presso il pertugio”.



Parole furon queste del mio duca;

e un di quelli spirti disse: “Vieni

di retro a noi, e troverai la buca.



Noi siam di voglia a muoverci si` pieni,

che restar non potem; pero` perdona,

se villania nostra giustizia tieni.



Io fui abate in San Zeno a Verona

sotto lo 'mperio del buon Barbarossa,

di cui dolente ancor Milan ragiona.



E tale ha gia` l'un pie` dentro la fossa,

che tosto piangera` quel monastero,

e tristo fia d'avere avuta possa;



perche' suo figlio, mal del corpo intero,

e de la mente peggio, e che mal nacque,

ha posto in loco di suo pastor vero”.



Io non so se piu` disse o s'ei si tacque,

tant'era gia` di la` da noi trascorso;

ma questo intesi, e ritener mi piacque.



E quei che m'era ad ogne uopo soccorso

disse: “Volgiti qua: vedine due

venir dando a l'accidia di morso”.



Di retro a tutti dicean: “Prima fue

morta la gente a cui il mar s'aperse,

che vedesse Iordan le rede sue.



E quella che l'affanno non sofferse

fino a la fine col figlio d'Anchise,

se' stessa a vita sanza gloria offerse”.



Poi quando fuor da noi tanto divise

quell'ombre, che veder piu` non potiersi,

novo pensiero dentro a me si mise,



del qual piu` altri nacquero e diversi;

e tanto d'uno in altro vaneggiai,

che li occhi per vaghezza ricopersi,



e 'l pensamento in sogno trasmutai.







Purgatorio: Canto XIX



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Ne l'ora che non puo` 'l calor diurno

intepidar piu` 'l freddo de la luna,

vinto da terra, e talor da Saturno



- quando i geomanti lor Maggior Fortuna

veggiono in oriiente, innanzi a l'alba,

surger per via che poco le sta bruna -,



mi venne in sogno una femmina balba,

ne li occhi guercia, e sovra i pie` distorta,

con le man monche, e di colore scialba.



Io la mirava; e come 'l sol conforta

le fredde membra che la notte aggrava,

cosi` lo sguardo mio le facea scorta



la lingua, e poscia tutta la drizzava

in poco d'ora, e lo smarrito volto,

com' amor vuol, cosi` le colorava.



Poi ch'ell' avea 'l parlar cosi` disciolto,

cominciava a cantar si`, che con pena

da lei avrei mio intento rivolto.



“Io son”, cantava, “io son dolce serena,

che' marinari in mezzo mar dismago;

tanto son di piacere a sentir piena!



Io volsi Ulisse del suo cammin vago

al canto mio; e qual meco s'ausa,

rado sen parte; si` tutto l'appago!”.



Ancor non era sua bocca richiusa,

quand' una donna apparve santa e presta

lunghesso me per far colei confusa.



“O Virgilio, Virgilio, chi e` questa?”,

fieramente dicea; ed el venia

con li occhi fitti pur in quella onesta.



L'altra prendea, e dinanzi l'apria

fendendo i drappi, e mostravami 'l ventre;

quel mi sveglio` col puzzo che n'uscia.



Io mossi li occhi, e 'l buon maestro: “Almen tre

voci t'ho messe!”, dicea, “Surgi e vieni;

troviam l'aperta per la qual tu entre”.



Su` mi levai, e tutti eran gia` pieni

de l'alto di` i giron del sacro monte,

e andavam col sol novo a le reni.



Seguendo lui, portava la mia fronte

come colui che l'ha di pensier carca,

che fa di se' un mezzo arco di ponte;



quand' io udi' “Venite; qui si varca”

parlare in modo soave e benigno,

qual non si sente in questa mortal marca.



Con l'ali aperte, che parean di cigno,

volseci in su` colui che si` parlonne

tra due pareti del duro macigno.



Mosse le penne poi e ventilonne,

'Qui lugent' affermando esser beati,

ch'avran di consolar l'anime donne.



“Che hai che pur inver' la terra guati?”,

la guida mia incomincio` a dirmi,

poco amendue da l'angel sormontati.



E io: “Con tanta sospeccion fa irmi

novella visiion ch'a se' mi piega,

si` ch'io non posso dal pensar partirmi”.



“Vedesti”, disse, “quell'antica strega

che sola sovr' a noi omai si piagne;

vedesti come l'uom da lei si slega.



Bastiti, e batti a terra le calcagne;

li occhi rivolgi al logoro che gira

lo rege etterno con le rote magne”.



Quale 'l falcon, che prima a' pie' si mira,

indi si volge al grido e si protende

per lo disio del pasto che la` il tira,



tal mi fec' io; e tal, quanto si fende

la roccia per dar via a chi va suso,

n'andai infin dove 'l cerchiar si prende.



Com'io nel quinto giro fui dischiuso,

vidi gente per esso che piangea,

giacendo a terra tutta volta in giuso.



'Adhaesit pavimento anima mea'

sentia dir lor con si` alti sospiri,

che la parola a pena s'intendea.



“O eletti di Dio, li cui soffriri

e giustizia e speranza fa men duri,

drizzate noi verso li alti saliri”.



“Se voi venite dal giacer sicuri,

e volete trovar la via piu` tosto,

le vostre destre sien sempre di fori”.



Cosi` prego` 'l poeta, e si` risposto

poco dinanzi a noi ne fu; per ch'io

nel parlare avvisai l'altro nascosto,



e volsi li occhi a li occhi al segnor mio:

ond' elli m'assenti` con lieto cenno

cio` che chiedea la vista del disio.



Poi ch'io potei di me fare a mio senno,

trassimi sovra quella creatura

le cui parole pria notar mi fenno,



dicendo: “Spirto in cui pianger matura

quel sanza 'l quale a Dio tornar non possi,

sosta un poco per me tua maggior cura.



Chi fosti e perche' volti avete i dossi

al su`, mi di`, e se vuo' ch'io t'impetri

cosa di la` ond' io vivendo mossi”.



Ed elli a me: “Perche' i nostri diretri

rivolga il cielo a se', saprai; ma prima

scias quod ego fui successor Petri.



Intra Siiestri e Chiaveri s'adima

una fiumana bella, e del suo nome

lo titol del mio sangue fa sua cima.



Un mese e` poco piu` prova' io come

pesa il gran manto a chi dal fango il guarda,

che piuma sembran tutte l'altre some.



La mia conversiione, ome`!, fu tarda;

ma, come fatto fui roman pastore,

cosi` scopersi la vita bugiarda.



Vidi che li` non s'acquetava il core,

ne' piu` salir potiesi in quella vita;

er che di questa in me s'accese amore.



Fino a quel punto misera e partita

da Dio anima fui, del tutto avara;

or, come vedi, qui ne son punita.



Quel ch'avarizia fa, qui si dichiara

in purgazion de l'anime converse;

e nulla pena il monte ha piu` amara.



Si` come l'occhio nostro non s'aderse

in alto, fisso a le cose terrene,

cosi` giustizia qui a terra il merse.



Come avarizia spense a ciascun bene

lo nostro amore, onde operar perdesi,

cosi` giustizia qui stretti ne tene,



ne' piedi e ne le man legati e presi;

e quanto fia piacer del giusto Sire,

tanto staremo immobili e distesi”.



Io m'era inginocchiato e volea dire;

ma com' io cominciai ed el s'accorse,

solo ascoltando, del mio reverire,



“Qual cagion”, disse, “in giu` cosi` ti torse?”.

E io a lui: “Per vostra dignitate

mia cosciienza dritto mi rimorse”.



“Drizza le gambe, levati su`, frate!”,

rispuose; “non errar: conservo sono

teco e con li altri ad una podestate.



Se mai quel santo evangelico suono

che dice 'Neque nubent' intendesti,

ben puoi veder perch'io cosi` ragiono.



Vattene omai: non vo' che piu` t'arresti;

che' la tua stanza mio pianger disagia,

col qual maturo cio` che tu dicesti.



Nepote ho io di la` c'ha nome Alagia,

buona da se', pur che la nostra casa

non faccia lei per essempro malvagia;



e questa sola di la` m'e` rimasa”.







Purgatorio: Canto XX



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Contra miglior voler voler mal pugna;

onde contra 'l piacer mio, per piacerli,

trassi de l'acqua non sazia la spugna.



Mossimi; e 'l duca mio si mosse per li

luoghi spediti pur lungo la roccia,

come si va per muro stretto a' merli;



che' la gente che fonde a goccia a goccia

per li occhi il mal che tutto 'l mondo occupa,

da l'altra parte in fuor troppo s'approccia.



Maladetta sie tu, antica lupa,

che piu` che tutte l'altre bestie hai preda

per la tua fame sanza fine cupa!



O ciel, nel cui girar par che si creda

le condizion di qua giu` trasmutarsi,

quando verra` per cui questa disceda?



Noi andavam con passi lenti e scarsi,

e io attento a l'ombre, ch'i' sentia

pietosamente piangere e lagnarsi;



e per ventura udi' “Dolce Maria!”

dinanzi a noi chiamar cosi` nel pianto

come fa donna che in parturir sia;



e seguitar: “Povera fosti tanto,

quanto veder si puo` per quello ospizio

dove sponesti il tuo portato santo”.



Seguentemente intesi: “O buon Fabrizio,

con poverta` volesti anzi virtute

che gran ricchezza posseder con vizio”.



Queste parole m'eran si` piaciute,

ch'io mi trassi oltre per aver contezza

di quello spirto onde parean venute.



Esso parlava ancor de la larghezza

che fece Niccolo` a le pulcelle,

per condurre ad onor lor giovinezza.



“O anima che tanto ben favelle,

dimmi chi fosti”, dissi, “e perche' sola

tu queste degne lode rinovelle.



Non fia sanza merce' la tua parola,

s'io ritorno a compier lo cammin corto

di quella vita ch'al termine vola”.



Ed elli: “Io ti diro`, non per conforto

ch'io attenda di la`, ma perche' tanta

grazia in te luce prima che sie morto.



Io fui radice de la mala pianta

che la terra cristiana tutta aduggia,

si` che buon frutto rado se ne schianta.



Ma se Doagio, Lilla, Guanto e Bruggia

potesser, tosto ne saria vendetta;

e io la cheggio a lui che tutto giuggia.



Chiamato fui di la` Ugo Ciappetta;

di me son nati i Filippi e i Luigi

per cui novellamente e` Francia retta.



Figliuol fu' io d'un beccaio di Parigi:

quando li regi antichi venner meno

tutti, fuor ch'un renduto in panni bigi,



trova'mi stretto ne le mani il freno

del governo del regno, e tanta possa

di nuovo acquisto, e si` d'amici pieno,



ch'a la corona vedova promossa

la testa di mio figlio fu, dal quale

cominciar di costor le sacrate ossa.



Mentre che la gran dota provenzale

al sangue mio non tolse la vergogna,

poco valea, ma pur non facea male.



Li` comincio` con forza e con menzogna

la sua rapina; e poscia, per ammenda,

Ponti` e Normandia prese e Guascogna.



Carlo venne in Italia e, per ammenda,

vittima fe' di Curradino; e poi

ripinse al ciel Tommaso, per ammenda.



Tempo vegg'io, non molto dopo ancoi,

che tragge un altro Carlo fuor di Francia,

per far conoscer meglio e se' e ' suoi.



Sanz'arme n'esce e solo con la lancia

con la qual giostro` Giuda, e quella ponta

si` ch'a Fiorenza fa scoppiar la pancia.



Quindi non terra, ma peccato e onta

guadagnera`, per se' tanto piu` grave,

quanto piu` lieve simil danno conta.



L'altro, che gia` usci` preso di nave,

veggio vender sua figlia e patteggiarne

come fanno i corsar de l'altre schiave.



O avarizia, che puoi tu piu` farne,

poscia c'ha' il mio sangue a te si` tratto,

che non si cura de la propria carne?



Perche' men paia il mal futuro e 'l fatto,

veggio in Alagna intrar lo fiordaliso,

e nel vicario suo Cristo esser catto.



Veggiolo un'altra volta esser deriso;

veggio rinovellar l'aceto e 'l fiele,

e tra vivi ladroni esser anciso.



Veggio il novo Pilato si` crudele,

che cio` nol sazia, ma sanza decreto

portar nel Tempio le cupide vele.



O Segnor mio, quando saro` io lieto

a veder la vendetta che, nascosa,

fa dolce l'ira tua nel tuo secreto?



Cio` ch'io dicea di quell'unica sposa

de lo Spirito Santo e che ti fece

verso me volger per alcuna chiosa,



tanto e` risposto a tutte nostre prece

quanto 'l di` dura; ma com'el s'annotta,

contrario suon prendemo in quella vece.



Noi repetiam Pigmalion allotta,

cui traditore e ladro e paricida

fece la voglia sua de l'oro ghiotta;



e la miseria de l'avaro Mida,

che segui` a la sua dimanda gorda,

per la qual sempre convien che si rida.



Del folle Acan ciascun poi si ricorda,

come furo` le spoglie, si` che l'ira

di Iosue` qui par ch'ancor lo morda.



Indi accusiam col marito Saffira;

lodiam i calci ch'ebbe Eliodoro;

e in infamia tutto 'l monte gira



Polinestor ch'ancise Polidoro;

ultimamente ci si grida: "Crasso,

dilci, che 'l sai: di che sapore e` l'oro?".



Talor parla l'uno alto e l'altro basso,

secondo l'affezion ch'ad ir ci sprona

ora a maggiore e ora a minor passo:



pero` al ben che 'l di` ci si ragiona,

dianzi non era io sol; ma qui da presso

non alzava la voce altra persona”.



Noi eravam partiti gia` da esso,

e brigavam di soverchiar la strada

tanto quanto al poder n'era permesso,



quand'io senti', come cosa che cada,

tremar lo monte; onde mi prese un gelo

qual prender suol colui ch'a morte vada.



Certo non si scoteo si` forte Delo,

pria che Latona in lei facesse 'l nido

a parturir li due occhi del cielo.



Poi comincio` da tutte parti un grido

tal, che 'l maestro inverso me si feo,

dicendo: “Non dubbiar, mentr'io ti guido”.



'Gloria in excelsis' tutti 'Deo'

dicean, per quel ch'io da' vicin compresi,

onde intender lo grido si poteo.



No' istavamo immobili e sospesi

come i pastor che prima udir quel canto,

fin che 'l tremar cesso` ed el compiesi.



Poi ripigliammo nostro cammin santo,

guardando l'ombre che giacean per terra,

tornate gia` in su l'usato pianto.



Nulla ignoranza mai con tanta guerra

mi fe' desideroso di sapere,

se la memoria mia in cio` non erra,



quanta pareami allor, pensando, avere;

ne' per la fretta dimandare er'oso,

ne' per me li` potea cosa vedere:



cosi` m'andava timido e pensoso.







Purgatorio: Canto XXI



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a sete natural che mai non sazia

se non con l'acqua onde la femminetta

samaritana domando` la grazia,



mi travagliava, e pungeami la fretta

per la 'mpacciata via dietro al mio duca,

e condoleami a la giusta vendetta.



Ed ecco, si` come ne scrive Luca

che Cristo apparve a' due ch'erano in via,

gia` surto fuor de la sepulcral buca,



ci apparve un'ombra, e dietro a noi venia,

dal pie` guardando la turba che giace;

ne' ci addemmo di lei, si` parlo` pria,



dicendo; “O frati miei, Dio vi dea pace”.

Noi ci volgemmo subiti, e Virgilio

rendeli 'l cenno ch'a cio` si conface.



Poi comincio`: “Nel beato concilio

ti ponga in pace la verace corte

che me rilega ne l'etterno essilio”.



“Come!”, diss'elli, e parte andavam forte:

“se voi siete ombre che Dio su` non degni,

chi v'ha per la sua scala tanto scorte?”.



E 'l dottor mio: “Se tu riguardi a' segni

che questi porta e che l'angel profila,

ben vedrai che coi buon convien ch'e' regni.



Ma perche' lei che di` e notte fila

non li avea tratta ancora la conocchia

che Cloto impone a ciascuno e compila,



l'anima sua, ch'e` tua e mia serocchia,

venendo su`, non potea venir sola,

pero` ch'al nostro modo non adocchia.



Ond'io fui tratto fuor de l'ampia gola

d'inferno per mostrarli, e mosterrolli

oltre, quanto 'l potra` menar mia scola.



Ma dimmi, se tu sai, perche' tai crolli

die` dianzi 'l monte, e perche' tutto ad una

parve gridare infino a' suoi pie` molli”.



Si` mi die`, dimandando, per la cruna

del mio disio, che pur con la speranza

si fece la mia sete men digiuna.



Quei comincio`: “Cosa non e` che sanza

ordine senta la religione

de la montagna, o che sia fuor d'usanza.



Libero e` qui da ogne alterazione:

di quel che 'l ciel da se' in se' riceve

esser ci puote, e non d'altro, cagione.



Per che non pioggia, non grando, non neve,

non rugiada, non brina piu` su` cade

che la scaletta di tre gradi breve;



nuvole spesse non paion ne' rade,

ne' coruscar, ne' figlia di Taumante,

che di la` cangia sovente contrade;



secco vapor non surge piu` avante

ch'al sommo d'i tre gradi ch'io parlai,

dov'ha 'l vicario di Pietro le piante.



Trema forse piu` giu` poco o assai;

ma per vento che 'n terra si nasconda,

non so come, qua su` non tremo` mai.



Tremaci quando alcuna anima monda

sentesi, si` che surga o che si mova

per salir su`; e tal grido seconda.



De la mondizia sol voler fa prova,

che, tutto libero a mutar convento,

l'alma sorprende, e di voler le giova.



Prima vuol ben, ma non lascia il talento

che divina giustizia, contra voglia,

come fu al peccar, pone al tormento.



E io, che son giaciuto a questa doglia

cinquecent'anni e piu`, pur mo sentii

libera volonta` di miglior soglia:



pero` sentisti il tremoto e li pii

spiriti per lo monte render lode

a quel Segnor, che tosto su` li 'nvii”.



Cosi` ne disse; e pero` ch'el si gode

tanto del ber quant'e` grande la sete.

non saprei dir quant'el mi fece prode.



E 'l savio duca: “Omai veggio la rete

che qui v'impiglia e come si scalappia,

perche' ci trema e di che congaudete.



Ora chi fosti, piacciati ch'io sappia,

e perche' tanti secoli giaciuto

qui se', ne le parole tue mi cappia”.



“Nel tempo che 'l buon Tito, con l'aiuto

del sommo rege, vendico` le fora

ond'usci` 'l sangue per Giuda venduto,



col nome che piu` dura e piu` onora

era io di la`”, rispuose quello spirto,

“famoso assai, ma non con fede ancora.



Tanto fu dolce mio vocale spirto,

che, tolosano, a se' mi trasse Roma,

dove mertai le tempie ornar di mirto.



Stazio la gente ancor di la` mi noma:

cantai di Tebe, e poi del grande Achille;

ma caddi in via con la seconda soma.



Al mio ardor fuor seme le faville,

che mi scaldar, de la divina fiamma

onde sono allumati piu` di mille;



de l'Eneida dico, la qual mamma

fummi e fummi nutrice poetando:

sanz'essa non fermai peso di dramma.



E per esser vivuto di la` quando

visse Virgilio, assentirei un sole

piu` che non deggio al mio uscir di bando”.



Volser Virgilio a me queste parole

con viso che, tacendo, disse 'Taci';

ma non puo` tutto la virtu` che vuole;



che' riso e pianto son tanto seguaci

a la passion di che ciascun si spicca,

che men seguon voler ne' piu` veraci.



Io pur sorrisi come l'uom ch'ammicca;

per che l'ombra si tacque, e riguardommi

ne li occhi ove 'l sembiante piu` si ficca;



e “Se tanto labore in bene assommi”,

disse, “perche' la tua faccia testeso

un lampeggiar di riso dimostrommi?”.



Or son io d'una parte e d'altra preso:

l'una mi fa tacer, l'altra scongiura

ch'io dica; ond'io sospiro, e sono inteso



dal mio maestro, e “Non aver paura”,

mi dice, “di parlar; ma parla e digli

quel ch'e' dimanda con cotanta cura”.



Ond'io: “Forse che tu ti maravigli,

antico spirto, del rider ch'io fei;

ma piu` d'ammirazion vo' che ti pigli.



Questi che guida in alto li occhi miei,

e` quel Virgilio dal qual tu togliesti

forza a cantar de li uomini e d'i dei.



Se cagion altra al mio rider credesti,

lasciala per non vera, ed esser credi

quelle parole che di lui dicesti”.



Gia` s'inchinava ad abbracciar li piedi

al mio dottor, ma el li disse: “Frate,

non far, che' tu se' ombra e ombra vedi”.



Ed ei surgendo: “Or puoi la quantitate

comprender de l'amor ch'a te mi scalda,

quand'io dismento nostra vanitate,



trattando l'ombre come cosa salda”.







Purgatorio: Canto XXII



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Gia` era l'angel dietro a noi rimaso,

l'angel che n'avea volti al sesto giro,

avendomi dal viso un colpo raso;



e quei c'hanno a giustizia lor disiro

detto n'avea beati, e le sue voci

con 'sitiunt', sanz'altro, cio` forniro.



E io piu` lieve che per l'altre foci

m'andava, si` che sanz'alcun labore

seguiva in su` li spiriti veloci;



quando Virgilio incomincio`: “Amore,

acceso di virtu`, sempre altro accese,

pur che la fiamma sua paresse fore;



onde da l'ora che tra noi discese

nel limbo de lo 'nferno Giovenale,

che la tua affezion mi fe' palese,



mia benvoglienza inverso te fu quale

piu` strinse mai di non vista persona,

si` ch'or mi parran corte queste scale.



Ma dimmi, e come amico mi perdona

se troppa sicurta` m'allarga il freno,

e come amico omai meco ragiona:



come pote' trovar dentro al tuo seno

loco avarizia, tra cotanto senno

di quanto per tua cura fosti pieno?”.



Queste parole Stazio mover fenno

un poco a riso pria; poscia rispuose:

“Ogne tuo dir d'amor m'e` caro cenno.



Veramente piu` volte appaion cose

che danno a dubitar falsa matera

per le vere ragion che son nascose.



La tua dimanda tuo creder m'avvera

esser ch'i' fossi avaro in l'altra vita,

forse per quella cerchia dov'io era.



Or sappi ch'avarizia fu partita

troppo da me, e questa dismisura

migliaia di lunari hanno punita.



E se non fosse ch'io drizzai mia cura,

quand'io intesi la` dove tu chiame,

crucciato quasi a l'umana natura:



'Per che non reggi tu, o sacra fame

de l'oro, l'appetito de' mortali?',

voltando sentirei le giostre grame.



Allor m'accorsi che troppo aprir l'ali

potean le mani a spendere, e pente'mi

cosi` di quel come de li altri mali.



Quanti risurgeran coi crini scemi

per ignoranza, che di questa pecca

toglie 'l penter vivendo e ne li stremi!



E sappie che la colpa che rimbecca

per dritta opposizione alcun peccato,

con esso insieme qui suo verde secca;



pero`, s'io son tra quella gente stato

che piange l'avarizia, per purgarmi,

per lo contrario suo m'e` incontrato”.



“Or quando tu cantasti le crude armi

de la doppia trestizia di Giocasta”,

disse 'l cantor de' buccolici carmi,



“per quello che Clio` teco li` tasta,

non par che ti facesse ancor fedele

la fede, sanza qual ben far non basta.



Se cosi` e`, qual sole o quai candele

ti stenebraron si`, che tu drizzasti

poscia di retro al pescator le vele?”.



Ed elli a lui: “Tu prima m'inviasti

verso Parnaso a ber ne le sue grotte,

e prima appresso Dio m'alluminasti.



Facesti come quei che va di notte,

che porta il lume dietro e se' non giova,

ma dopo se' fa le persone dotte,



quando dicesti: 'Secol si rinova;

torna giustizia e primo tempo umano,

e progenie scende da ciel nova'.



Per te poeta fui, per te cristiano:

ma perche' veggi mei cio` ch'io disegno,

a colorare stendero` la mano:



Gia` era 'l mondo tutto quanto pregno

de la vera credenza, seminata

per li messaggi de l'etterno regno;



e la parola tua sopra toccata

si consonava a' nuovi predicanti;

ond'io a visitarli presi usata.



Vennermi poi parendo tanto santi,

che, quando Domizian li perseguette,

sanza mio lagrimar non fur lor pianti;



e mentre che di la` per me si stette,

io li sovvenni, e i lor dritti costumi

fer dispregiare a me tutte altre sette.



E pria ch'io conducessi i Greci a' fiumi

di Tebe poetando, ebb'io battesmo;

ma per paura chiuso cristian fu'mi,



lungamente mostrando paganesmo;

e questa tepidezza il quarto cerchio

cerchiar mi fe' piu` che 'l quarto centesmo.



Tu dunque, che levato hai il coperchio

che m'ascondeva quanto bene io dico,

mentre che del salire avem soverchio,



dimmi dov'e` Terrenzio nostro antico,

Cecilio e Plauto e Varro, se lo sai:

dimmi se son dannati, e in qual vico”.



“Costoro e Persio e io e altri assai”,

rispuose il duca mio, “siam con quel Greco

che le Muse lattar piu` ch'altri mai,



nel primo cinghio del carcere cieco:

spesse fiate ragioniam del monte

che sempre ha le nutrice nostre seco.



Euripide v'e` nosco e Antifonte,

Simonide, Agatone e altri piue

Greci che gia` di lauro ornar la fronte.



Quivi si veggion de le genti tue

Antigone, Deifile e Argia,

e Ismene si` trista come fue.



Vedeisi quella che mostro` Langia;

evvi la figlia di Tiresia, e Teti

e con le suore sue Deidamia”.



Tacevansi ambedue gia` li poeti,

di novo attenti a riguardar dintorno,

liberi da saliri e da pareti;



e gia` le quattro ancelle eran del giorno

rimase a dietro, e la quinta era al temo,

drizzando pur in su` l'ardente corno,



quando il mio duca: “Io credo ch'a lo stremo

le destre spalle volger ne convegna,

girando il monte come far solemo”.



Cosi` l'usanza fu li` nostra insegna,

e prendemmo la via con men sospetto

per l'assentir di quell'anima degna.



Elli givan dinanzi, e io soletto

di retro, e ascoltava i lor sermoni,

ch'a poetar mi davano intelletto.



Ma tosto ruppe le dolci ragioni

un alber che trovammo in mezza strada,

con pomi a odorar soavi e buoni;



e come abete in alto si digrada

di ramo in ramo, cosi` quello in giuso,

cred'io, perche' persona su` non vada.



Dal lato onde 'l cammin nostro era chiuso,

cadea de l'alta roccia un liquor chiaro

e si spandeva per le foglie suso.



Li due poeti a l'alber s'appressaro;

e una voce per entro le fronde

grido`: “Di questo cibo avrete caro”.



Poi disse: “Piu` pensava Maria onde

fosser le nozze orrevoli e intere,

ch'a la sua bocca, ch'or per voi risponde.



E le Romane antiche, per lor bere,

contente furon d'acqua; e Daniello

dispregio` cibo e acquisto` savere.



Lo secol primo, quant'oro fu bello,

fe' savorose con fame le ghiande,

e nettare con sete ogne ruscello.



Mele e locuste furon le vivande

che nodriro il Batista nel diserto;

per ch'elli e` glorioso e tanto grande



quanto per lo Vangelio v'e` aperto”.







Purgatorio: Canto XXIII



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Mentre che li occhi per la fronda verde

ficcava io si` come far suole

chi dietro a li uccellin sua vita perde,



lo piu` che padre mi dicea: “Figliuole,

vienne oramai, che' 'l tempo che n'e` imposto

piu` utilmente compartir si vuole”.



Io volsi 'l viso, e 'l passo non men tosto,

appresso i savi, che parlavan sie,

che l'andar mi facean di nullo costo.



Ed ecco piangere e cantar s'udie

'Labia mea, Domine' per modo

tal, che diletto e doglia parturie.



“O dolce padre, che e` quel ch'i' odo?”,

comincia' io; ed elli: “Ombre che vanno

forse di lor dover solvendo il nodo”.



Si` come i peregrin pensosi fanno,

giugnendo per cammin gente non nota,

che si volgono ad essa e non restanno,



cosi` di retro a noi, piu` tosto mota,

venendo e trapassando ci ammirava

d'anime turba tacita e devota.



Ne li occhi era ciascuna oscura e cava,

palida ne la faccia, e tanto scema,

che da l'ossa la pelle s'informava.



Non credo che cosi` a buccia strema

Erisittone fosse fatto secco,

per digiunar, quando piu` n'ebbe tema.



Io dicea fra me stesso pensando: 'Ecco

la gente che perde' Ierusalemme,

quando Maria nel figlio die` di becco!'



Parean l'occhiaie anella sanza gemme:

chi nel viso de li uomini legge 'omo'

ben avria quivi conosciuta l'emme.



Chi crederebbe che l'odor d'un pomo

si` governasse, generando brama,

e quel d'un'acqua, non sappiendo como?



Gia` era in ammirar che si` li affama,

per la cagione ancor non manifesta

di lor magrezza e di lor trista squama,



ed ecco del profondo de la testa

volse a me li occhi un'ombra e guardo` fiso;

poi grido` forte: “Qual grazia m'e` questa?”.



Mai non l'avrei riconosciuto al viso;

ma ne la voce sua mi fu palese

cio` che l'aspetto in se' avea conquiso.



Questa favilla tutta mi raccese

mia conoscenza a la cangiata labbia,

e ravvisai la faccia di Forese.



“Deh, non contendere a l'asciutta scabbia

che mi scolora”, pregava, “la pelle,

ne' a difetto di carne ch'io abbia;



ma dimmi il ver di te, di' chi son quelle

due anime che la` ti fanno scorta;

non rimaner che tu non mi favelle!”.



“La faccia tua, ch'io lagrimai gia` morta,

mi da` di pianger mo non minor doglia”,

rispuos'io lui, “veggendola si` torta.



Pero` mi di`, per Dio, che si` vi sfoglia;

non mi far dir mentr'io mi maraviglio,

che' mal puo` dir chi e` pien d'altra voglia”.



Ed elli a me: “De l'etterno consiglio

cade vertu` ne l'acqua e ne la pianta

rimasa dietro ond'io si` m'assottiglio.



Tutta esta gente che piangendo canta

per seguitar la gola oltra misura,

in fame e 'n sete qui si rifa` santa.



Di bere e di mangiar n'accende cura

l'odor ch'esce del pomo e de lo sprazzo

che si distende su per sua verdura.



E non pur una volta, questo spazzo

girando, si rinfresca nostra pena:

io dico pena, e dovria dir sollazzo,



che' quella voglia a li alberi ci mena

che meno` Cristo lieto a dire 'Eli`',

quando ne libero` con la sua vena”.



E io a lui: “Forese, da quel di`

nel qual mutasti mondo a miglior vita,

cinq'anni non son volti infino a qui.



Se prima fu la possa in te finita

di peccar piu`, che sovvenisse l'ora

del buon dolor ch'a Dio ne rimarita,



come se' tu qua su` venuto ancora?

Io ti credea trovar la` giu` di sotto

dove tempo per tempo si ristora”.



Ond'elli a me: “Si` tosto m'ha condotto

a ber lo dolce assenzo d'i martiri

la Nella mia con suo pianger dirotto.



Con suoi prieghi devoti e con sospiri

tratto m'ha de la costa ove s'aspetta,

e liberato m'ha de li altri giri.



Tanto e` a Dio piu` cara e piu` diletta

la vedovella mia, che molto amai,

quanto in bene operare e` piu` soletta;



che' la Barbagia di Sardigna assai

ne le femmine sue piu` e` pudica

che la Barbagia dov'io la lasciai.



O dolce frate, che vuo' tu ch'io dica?

Tempo futuro m'e` gia` nel cospetto,

cui non sara` quest'ora molto antica,



nel qual sara` in pergamo interdetto

a le sfacciate donne fiorentine

l'andar mostrando con le poppe il petto.



Quai barbare fuor mai, quai saracine,

cui bisognasse, per farle ir coperte,

o spiritali o altre discipline?



Ma se le svergognate fosser certe

di quel che 'l ciel veloce loro ammanna,

gia` per urlare avrian le bocche aperte;



che' se l'antiveder qui non m'inganna,

prima fien triste che le guance impeli

colui che mo si consola con nanna.



Deh, frate, or fa che piu` non mi ti celi!

vedi che non pur io, ma questa gente

tutta rimira la` dove 'l sol veli”.



Per ch'io a lui: “Se tu riduci a mente

qual fosti meco, e qual io teco fui,

ancor fia grave il memorar presente.



Di quella vita mi volse costui

che mi va innanzi, l'altr'ier, quando tonda

vi si mostro` la suora di colui”,



e 'l sol mostrai; “costui per la profonda

notte menato m'ha d'i veri morti

con questa vera carne che 'l seconda.



Indi m'han tratto su` li suoi conforti,

salendo e rigirando la montagna

che drizza voi che 'l mondo fece torti.



Tanto dice di farmi sua compagna,

che io saro` la` dove fia Beatrice;

quivi convien che sanza lui rimagna.



Virgilio e` questi che cosi` mi dice”,

e addita'lo; “e quest'altro e` quell'ombra

per cui scosse dianzi ogne pendice



lo vostro regno, che da se' lo sgombra”.







Purgatorio: Canto XXIV



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Ne' 'l dir l'andar, ne' l'andar lui piu` lento

facea, ma ragionando andavam forte,

si` come nave pinta da buon vento;



e l'ombre, che parean cose rimorte,

per le fosse de li occhi ammirazione

traean di me, di mio vivere accorte.



E io, continuando al mio sermone,

dissi: “Ella sen va su` forse piu` tarda

che non farebbe, per altrui cagione.



Ma dimmi, se tu sai, dov'e` Piccarda;

dimmi s'io veggio da notar persona

tra questa gente che si` mi riguarda”.



“La mia sorella, che tra bella e buona

non so qual fosse piu`, triunfa lieta

ne l'alto Olimpo gia` di sua corona”.



Si` disse prima; e poi: “Qui non si vieta

di nominar ciascun, da ch'e` si` munta

nostra sembianza via per la dieta.



Questi”, e mostro` col dito, “e` Bonagiunta,

Bonagiunta da Lucca; e quella faccia

di la` da lui piu` che l'altre trapunta



ebbe la Santa Chiesa in le sue braccia:

dal Torso fu, e purga per digiuno

l'anguille di Bolsena e la vernaccia”.



Molti altri mi nomo` ad uno ad uno;

e del nomar parean tutti contenti,

si` ch'io pero` non vidi un atto bruno.



Vidi per fame a voto usar li denti

Ubaldin da la Pila e Bonifazio

che pasturo` col rocco molte genti.



Vidi messer Marchese, ch'ebbe spazio

gia` di bere a Forli` con men secchezza,

e si` fu tal, che non si senti` sazio.



Ma come fa chi guarda e poi s'apprezza

piu` d'un che d'altro, fei a quel da Lucca,

che piu` parea di me aver contezza.



El mormorava; e non so che “Gentucca”

sentiv'io la`, ov'el sentia la piaga

de la giustizia che si` li pilucca.



“O anima”, diss'io, “che par si` vaga

di parlar meco, fa si` ch'io t'intenda,

e te e me col tuo parlare appaga”.



“Femmina e` nata, e non porta ancor benda”,

comincio` el, “che ti fara` piacere

la mia citta`, come ch'om la riprenda.



Tu te n'andrai con questo antivedere:

se nel mio mormorar prendesti errore,

dichiareranti ancor le cose vere.



Ma di` s'i' veggio qui colui che fore

trasse le nove rime, cominciando

'Donne ch'avete intelletto d'amore'“.



E io a lui: “I' mi son un che, quando

Amor mi spira, noto, e a quel modo

ch'e' ditta dentro vo significando”.



“O frate, issa vegg'io”, diss'elli, “il nodo

che 'l Notaro e Guittone e me ritenne

di qua dal dolce stil novo ch'i' odo!



Io veggio ben come le vostre penne

di retro al dittator sen vanno strette,

che de le nostre certo non avvenne;



e qual piu` a gradire oltre si mette,

non vede piu` da l'uno a l'altro stilo”;

e, quasi contentato, si tacette.



Come li augei che vernan lungo 'l Nilo,

alcuna volta in aere fanno schiera,

poi volan piu` a fretta e vanno in filo,



cosi` tutta la gente che li` era,

volgendo 'l viso, raffretto` suo passo,

e per magrezza e per voler leggera.



E come l'uom che di trottare e` lasso,

lascia andar li compagni, e si` passeggia

fin che si sfoghi l'affollar del casso,



si` lascio` trapassar la santa greggia

Forese, e dietro meco sen veniva,

dicendo: “Quando fia ch'io ti riveggia?”.



“Non so”, rispuos'io lui, “quant'io mi viva;

ma gia` non fia il tornar mio tantosto,

ch'io non sia col voler prima a la riva;



pero` che 'l loco u' fui a viver posto,

di giorno in giorno piu` di ben si spolpa,

e a trista ruina par disposto”.



“Or va”, diss'el; “che quei che piu` n'ha colpa,

vegg'io a coda d'una bestia tratto

inver' la valle ove mai non si scolpa.



La bestia ad ogne passo va piu` ratto,

crescendo sempre, fin ch'ella il percuote,

e lascia il corpo vilmente disfatto.



Non hanno molto a volger quelle ruote”,

e drizzo` li ochi al ciel, “che ti fia chiaro

cio` che 'l mio dir piu` dichiarar non puote.



Tu ti rimani omai; che' 'l tempo e` caro

in questo regno, si` ch'io perdo troppo

venendo teco si` a paro a paro”.



Qual esce alcuna volta di gualoppo

lo cavalier di schiera che cavalchi,

e va per farsi onor del primo intoppo,



tal si parti` da noi con maggior valchi;

e io rimasi in via con esso i due

che fuor del mondo si` gran marescalchi.



E quando innanzi a noi intrato fue,

che li occhi miei si fero a lui seguaci,

come la mente a le parole sue,



parvermi i rami gravidi e vivaci

d'un altro pomo, e non molto lontani

per esser pur allora volto in laci.



Vidi gente sott'esso alzar le mani

e gridar non so che verso le fronde,

quasi bramosi fantolini e vani,



che pregano, e 'l pregato non risponde,

ma, per fare esser ben la voglia acuta,

tien alto lor disio e nol nasconde.



Poi si parti` si` come ricreduta;

e noi venimmo al grande arbore adesso,

che tanti prieghi e lagrime rifiuta.



“Trapassate oltre sanza farvi presso:

legno e` piu` su` che fu morso da Eva,

e questa pianta si levo` da esso”.



Si` tra le frasche non so chi diceva;

per che Virgilio e Stazio e io, ristretti,

oltre andavam dal lato che si leva.



“Ricordivi”, dicea, “d'i maladetti

nei nuvoli formati, che, satolli,

Teseo combatter co' doppi petti;



e de li Ebrei ch'al ber si mostrar molli,

per che no i volle Gedeon compagni,

quando inver' Madian discese i colli”.



Si` accostati a l'un d'i due vivagni

passammo, udendo colpe de la gola

seguite gia` da miseri guadagni.



Poi, rallargati per la strada sola,

ben mille passi e piu` ci portar oltre,

contemplando ciascun sanza parola.



“Che andate pensando si` voi sol tre?”.

subita voce disse; ond'io mi scossi

come fan bestie spaventate e poltre.



Drizzai la testa per veder chi fossi;

e gia` mai non si videro in fornace

vetri o metalli si` lucenti e rossi,



com'io vidi un che dicea: “S'a voi piace

montare in su`, qui si convien dar volta;

quinci si va chi vuole andar per pace”.



L'aspetto suo m'avea la vista tolta;

per ch'io mi volsi dietro a' miei dottori,

com'om che va secondo ch'elli ascolta.



E quale, annunziatrice de li albori,

l'aura di maggio movesi e olezza,

tutta impregnata da l'erba e da' fiori;



tal mi senti' un vento dar per mezza

la fronte, e ben senti' mover la piuma,

che fe' sentir d'ambrosia l'orezza.



E senti' dir: “Beati cui alluma

tanto di grazia, che l'amor del gusto

nel petto lor troppo disir non fuma,



esuriendo sempre quanto e` giusto!”.







Purgatorio: Canto XXV



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Ora era onde 'l salir non volea storpio;

che' 'l sole avea il cerchio di merigge

lasciato al Tauro e la notte a lo Scorpio:



per che, come fa l'uom che non s'affigge

ma vassi a la via sua, che che li appaia,

se di bisogno stimolo il trafigge,



cosi` intrammo noi per la callaia,

uno innanzi altro prendendo la scala

che per artezza i salitor dispaia.



E quale il cicognin che leva l'ala

per voglia di volare, e non s'attenta

d'abbandonar lo nido, e giu` la cala;



tal era io con voglia accesa e spenta

di dimandar, venendo infino a l'atto

che fa colui ch'a dicer s'argomenta.



Non lascio`, per l'andar che fosse ratto,

lo dolce padre mio, ma disse: “Scocca

l'arco del dir, che 'nfino al ferro hai tratto”.



Allor sicuramente apri' la bocca

e cominciai: “Come si puo` far magro

la` dove l'uopo di nodrir non tocca?”.



“Se t'ammentassi come Meleagro

si consumo` al consumar d'un stizzo,

non fora”, disse, “a te questo si` agro;



e se pensassi come, al vostro guizzo,

guizza dentro a lo specchio vostra image,

cio` che par duro ti parrebbe vizzo.



Ma perche' dentro a tuo voler t'adage,

ecco qui Stazio; e io lui chiamo e prego

che sia or sanator de le tue piage”.



“Se la veduta etterna li dislego”,

rispuose Stazio, “la` dove tu sie,

discolpi me non potert'io far nego”.



Poi comincio`: “Se le parole mie,

figlio, la mente tua guarda e riceve,

lume ti fiero al come che tu die.



Sangue perfetto, che poi non si beve

da l'assetate vene, e si rimane

quasi alimento che di mensa leve,



prende nel core a tutte membra umane

virtute informativa, come quello

ch'a farsi quelle per le vene vane.



Ancor digesto, scende ov'e` piu` bello

tacer che dire; e quindi poscia geme

sovr'altrui sangue in natural vasello.



Ivi s'accoglie l'uno e l'altro insieme,

l'un disposto a patire, e l'altro a fare

per lo perfetto loco onde si preme;



e, giunto lui, comincia ad operare

coagulando prima, e poi avviva

cio` che per sua matera fe' constare.



Anima fatta la virtute attiva

qual d'una pianta, in tanto differente,

che questa e` in via e quella e` gia` a riva,



tanto ovra poi, che gia` si move e sente,

come spungo marino; e indi imprende

ad organar le posse ond'e` semente.



Or si spiega, figliuolo, or si distende

la virtu` ch'e` dal cor del generante,

dove natura a tutte membra intende.



Ma come d'animal divegna fante,

non vedi tu ancor: quest'e` tal punto,

che piu` savio di te fe' gia` errante,



si` che per sua dottrina fe' disgiunto

da l'anima il possibile intelletto,

perche' da lui non vide organo assunto.



Apri a la verita` che viene il petto;

e sappi che, si` tosto come al feto

l'articular del cerebro e` perfetto,



lo motor primo a lui si volge lieto

sovra tant'arte di natura, e spira

spirito novo, di vertu` repleto,



che cio` che trova attivo quivi, tira

in sua sustanzia, e fassi un'alma sola,

che vive e sente e se' in se' rigira.



E perche' meno ammiri la parola,

guarda il calor del sole che si fa vino,

giunto a l'omor che de la vite cola.



Quando Lachesis non ha piu` del lino,

solvesi da la carne, e in virtute

ne porta seco e l'umano e 'l divino:



l'altre potenze tutte quante mute;

memoria, intelligenza e volontade

in atto molto piu` che prima agute.



Sanza restarsi per se' stessa cade

mirabilmente a l'una de le rive;

quivi conosce prima le sue strade.



Tosto che loco li` la circunscrive,

la virtu` formativa raggia intorno

cosi` e quanto ne le membra vive.



E come l'aere, quand'e` ben piorno,

per l'altrui raggio che 'n se' si reflette,

di diversi color diventa addorno;



cosi` l'aere vicin quivi si mette

in quella forma ch'e` in lui suggella

virtualmente l'alma che ristette;



e simigliante poi a la fiammella

che segue il foco la` 'vunque si muta,

segue lo spirto sua forma novella.



Pero` che quindi ha poscia sua paruta,

e` chiamata ombra; e quindi organa poi

ciascun sentire infino a la veduta.



Quindi parliamo e quindi ridiam noi;

quindi facciam le lagrime e ' sospiri

che per lo monte aver sentiti puoi.



Secondo che ci affiggono i disiri

e li altri affetti, l'ombra si figura;

e quest'e` la cagion di che tu miri”.



E gia` venuto a l'ultima tortura

s'era per noi, e volto a la man destra,

ed eravamo attenti ad altra cura.



Quivi la ripa fiamma in fuor balestra,

e la cornice spira fiato in suso

che la reflette e via da lei sequestra;



ond'ir ne convenia dal lato schiuso

ad uno ad uno; e io temea 'l foco

quinci, e quindi temeva cader giuso.



Lo duca mio dicea: “Per questo loco

si vuol tenere a li occhi stretto il freno,

pero` ch'errar potrebbesi per poco”.



'Summae Deus clementiae' nel seno

al grande ardore allora udi' cantando,

che di volger mi fe' caler non meno;



e vidi spirti per la fiamma andando;

per ch'io guardava a loro e a' miei passi

compartendo la vista a quando a quando.



Appresso il fine ch'a quell'inno fassi,

gridavano alto: 'Virum non cognosco';

indi ricominciavan l'inno bassi.



Finitolo, anco gridavano: “Al bosco

si tenne Diana, ed Elice caccionne

che di Venere avea sentito il tosco”.



Indi al cantar tornavano; indi donne

gridavano e mariti che fuor casti

come virtute e matrimonio imponne.



E questo modo credo che lor basti

per tutto il tempo che 'l foco li abbruscia:

con tal cura conviene e con tai pasti



che la piaga da sezzo si ricuscia.







Purgatorio: Canto XXVI



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Mentre che si` per l'orlo, uno innanzi altro,

ce n'andavamo, e spesso il buon maestro

diceami: “Guarda: giovi ch'io ti scaltro”;



feriami il sole in su l'omero destro,

che gia`, raggiando, tutto l'occidente

mutava in bianco aspetto di cilestro;



e io facea con l'ombra piu` rovente

parer la fiamma; e pur a tanto indizio

vidi molt'ombre, andando, poner mente.



Questa fu la cagion che diede inizio

loro a parlar di me; e cominciarsi

a dir: “Colui non par corpo fittizio”;



poi verso me, quanto potean farsi,

certi si fero, sempre con riguardo

di non uscir dove non fosser arsi.



“O tu che vai, non per esser piu` tardo,

ma forse reverente, a li altri dopo,

rispondi a me che 'n sete e 'n foco ardo.



Ne' solo a me la tua risposta e` uopo;

che' tutti questi n'hanno maggior sete

che d'acqua fredda Indo o Etiopo.



Dinne com'e` che fai di te parete

al sol, pur come tu non fossi ancora

di morte intrato dentro da la rete”.



Si` mi parlava un d'essi; e io mi fora

gia` manifesto, s'io non fossi atteso

ad altra novita` ch'apparve allora;



che' per lo mezzo del cammino acceso

venne gente col viso incontro a questa,

la qual mi fece a rimirar sospeso.



Li` veggio d'ogne parte farsi presta

ciascun'ombra e basciarsi una con una

sanza restar, contente a brieve festa;



cosi` per entro loro schiera bruna

s'ammusa l'una con l'altra formica,

forse a spiar lor via e lor fortuna.



Tosto che parton l'accoglienza amica,

prima che 'l primo passo li` trascorra,

sopragridar ciascuna s'affatica:



la nova gente: “Soddoma e Gomorra”;

e l'altra: “Ne la vacca entra Pasife,

perche' 'l torello a sua lussuria corra”.



Poi, come grue ch'a le montagne Rife

volasser parte, e parte inver' l'arene,

queste del gel, quelle del sole schife,



l'una gente sen va, l'altra sen vene;

e tornan, lagrimando, a' primi canti

e al gridar che piu` lor si convene;



e raccostansi a me, come davanti,

essi medesmi che m'avean pregato,

attenti ad ascoltar ne' lor sembianti.



Io, che due volte avea visto lor grato,

incominciai: “O anime sicure

d'aver, quando che sia, di pace stato,



non son rimase acerbe ne' mature

le membra mie di la`, ma son qui meco

col sangue suo e con le sue giunture.



Quinci su` vo per non esser piu` cieco;

donna e` di sopra che m'acquista grazia,

per che 'l mortal per vostro mondo reco.



Ma se la vostra maggior voglia sazia

tosto divegna, si` che 'l ciel v'alberghi

ch'e` pien d'amore e piu` ampio si spazia,



ditemi, accio` ch'ancor carte ne verghi,

chi siete voi, e chi e` quella turba

che se ne va di retro a' vostri terghi”.



Non altrimenti stupido si turba

lo montanaro, e rimirando ammuta,

quando rozzo e salvatico s'inurba,



che ciascun'ombra fece in sua paruta;

ma poi che furon di stupore scarche,

lo qual ne li alti cuor tosto s'attuta,



“Beato te, che de le nostre marche”,

ricomincio` colei che pria m'inchiese,

“per morir meglio, esperienza imbarche!



La gente che non vien con noi, offese

di cio` per che gia` Cesar, triunfando,

"Regina" contra se' chiamar s'intese:



pero` si parton 'Soddoma' gridando,

rimproverando a se', com'hai udito,

e aiutan l'arsura vergognando.



Nostro peccato fu ermafrodito;

ma perche' non servammo umana legge,

seguendo come bestie l'appetito,



in obbrobrio di noi, per noi si legge,

quando partinci, il nome di colei

che s'imbestio` ne le 'mbestiate schegge.



Or sai nostri atti e di che fummo rei:

se forse a nome vuo' saper chi semo,

tempo non e` di dire, e non saprei.



Farotti ben di me volere scemo:

son Guido Guinizzelli; e gia` mi purgo

per ben dolermi prima ch'a lo stremo”.



Quali ne la tristizia di Ligurgo

si fer due figli a riveder la madre,

tal mi fec'io, ma non a tanto insurgo,



quand'io odo nomar se' stesso il padre

mio e de li altri miei miglior che mai

rime d'amore usar dolci e leggiadre;



e sanza udire e dir pensoso andai

lunga fiata rimirando lui,

ne', per lo foco, in la` piu` m'appressai.



Poi che di riguardar pasciuto fui,

tutto m'offersi pronto al suo servigio

con l'affermar che fa credere altrui.



Ed elli a me: “Tu lasci tal vestigio,

per quel ch'i' odo, in me, e tanto chiaro,

che Lete' nol puo` torre ne' far bigio.



Ma se le tue parole or ver giuraro,

dimmi che e` cagion per che dimostri

nel dire e nel guardar d'avermi caro”.



E io a lui: “Li dolci detti vostri,

che, quanto durera` l'uso moderno,

faranno cari ancora i loro incostri”.



“O frate”, disse, “questi ch'io ti cerno

col dito”, e addito` un spirto innanzi,

“fu miglior fabbro del parlar materno.



Versi d'amore e prose di romanzi

soverchio` tutti; e lascia dir li stolti

che quel di Lemosi` credon ch'avanzi.



A voce piu` ch'al ver drizzan li volti,

e cosi` ferman sua oppinione

prima ch'arte o ragion per lor s'ascolti.



Cosi` fer molti antichi di Guittone,

di grido in grido pur lui dando pregio,

fin che l'ha vinto il ver con piu` persone.



Or se tu hai si` ampio privilegio,

che licito ti sia l'andare al chiostro

nel quale e` Cristo abate del collegio,



falli per me un dir d'un paternostro,

quanto bisogna a noi di questo mondo,

dove poter peccar non e` piu` nostro”.



Poi, forse per dar luogo altrui secondo

che presso avea, disparve per lo foco,

come per l'acqua il pesce andando al fondo.



Io mi fei al mostrato innanzi un poco,

e dissi ch'al suo nome il mio disire

apparecchiava grazioso loco.



El comincio` liberamente a dire:

“Tan m'abellis vostre cortes deman,

qu'ieu no me puesc ni voill a vos cobrire.



Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan;

consiros vei la passada folor,

e vei jausen lo joi qu'esper, denan.



Ara vos prec, per aquella valor

que vos guida al som de l'escalina,

sovenha vos a temps de ma dolor!”.



Poi s'ascose nel foco che li affina.







Purgatorio: Canto XXVII



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Si` come quando i primi raggi vibra

la` dove il suo fattor lo sangue sparse,

cadendo Ibero sotto l'alta Libra,



e l'onde in Gange da nona riarse,

si` stava il sole; onde 'l giorno sen giva,

come l'angel di Dio lieto ci apparse.



Fuor de la fiamma stava in su la riva,

e cantava 'Beati mundo corde!'.

in voce assai piu` che la nostra viva.



Poscia “Piu` non si va, se pria non morde,

anime sante, il foco: intrate in esso,

e al cantar di la` non siate sorde”,



ci disse come noi li fummo presso;

per ch'io divenni tal, quando lo 'ntesi,

qual e` colui che ne la fossa e` messo.



In su le man commesse mi protesi,

guardando il foco e imaginando forte

umani corpi gia` veduti accesi.



Volsersi verso me le buone scorte;

e Virgilio mi disse: “Figliuol mio,

qui puo` esser tormento, ma non morte.



Ricorditi, ricorditi! E se io

sovresso Gerion ti guidai salvo,

che faro` ora presso piu` a Dio?



Credi per certo che se dentro a l'alvo

di questa fiamma stessi ben mille anni,

non ti potrebbe far d'un capel calvo.



E se tu forse credi ch'io t'inganni,

fatti ver lei, e fatti far credenza

con le tue mani al lembo d'i tuoi panni.



Pon giu` omai, pon giu` ogni temenza;

volgiti in qua e vieni: entra sicuro!”.

E io pur fermo e contra coscienza.



Quando mi vide star pur fermo e duro,

turbato un poco disse: “Or vedi, figlio:

tra Beatrice e te e` questo muro”.



Come al nome di Tisbe aperse il ciglio

Piramo in su la morte, e riguardolla,

allor che 'l gelso divento` vermiglio;



cosi`, la mia durezza fatta solla,

mi volsi al savio duca, udendo il nome

che ne la mente sempre mi rampolla.



Ond'ei crollo` la fronte e disse: “Come!

volenci star di qua?”; indi sorrise

come al fanciul si fa ch'e` vinto al pome.



Poi dentro al foco innanzi mi si mise,

pregando Stazio che venisse retro,

che pria per lunga strada ci divise.



Si` com'fui dentro, in un bogliente vetro

gittato mi sarei per rinfrescarmi,

tant'era ivi lo 'ncendio sanza metro.



Lo dolce padre mio, per confortarmi,

pur di Beatrice ragionando andava,

dicendo: “Li occhi suoi gia` veder parmi”.



Guidavaci una voce che cantava

di la`; e noi, attenti pur a lei,

venimmo fuor la` ove si montava.



'Venite, benedicti Patris mei',

sono` dentro a un lume che li` era,

tal che mi vinse e guardar nol potei.



“Lo sol sen va”, soggiunse, “e vien la sera;

non v'arrestate, ma studiate il passo,

mentre che l'occidente non si annera”.



Dritta salia la via per entro 'l sasso

verso tal parte ch'io toglieva i raggi

dinanzi a me del sol ch'era gia` basso.



E di pochi scaglion levammo i saggi,

che 'l sol corcar, per l'ombra che si spense,

sentimmo dietro e io e li miei saggi.



E pria che 'n tutte le sue parti immense

fosse orizzonte fatto d'uno aspetto,

e notte avesse tutte sue dispense,



ciascun di noi d'un grado fece letto;

che' la natura del monte ci affranse

la possa del salir piu` e 'l diletto.



Quali si stanno ruminando manse

le capre, state rapide e proterve

sovra le cime avante che sien pranse,



tacite a l'ombra, mentre che 'l sol ferve,

guardate dal pastor, che 'n su la verga

poggiato s'e` e lor di posa serve;



e quale il mandrian che fori alberga,

lungo il pecuglio suo queto pernotta,

guardando perche' fiera non lo sperga;



tali eravamo tutti e tre allotta,

io come capra, ed ei come pastori,

fasciati quinci e quindi d'alta grotta.



Poco parer potea li` del di fori;

ma, per quel poco, vedea io le stelle

di lor solere e piu` chiare e maggiori.



Si` ruminando e si` mirando in quelle,

mi prese il sonno; il sonno che sovente,

anzi che 'l fatto sia, sa le novelle.



Ne l'ora, credo, che de l'oriente,

prima raggio` nel monte Citerea,

che di foco d'amor par sempre ardente,



giovane e bella in sogno mi parea

donna vedere andar per una landa

cogliendo fiori; e cantando dicea:



“Sappia qualunque il mio nome dimanda

ch'i' mi son Lia, e vo movendo intorno

le belle mani a farmi una ghirlanda.



Per piacermi a lo specchio, qui m'addorno;

ma mia suora Rachel mai non si smaga

dal suo miraglio, e siede tutto giorno.



Ell'e` d'i suoi belli occhi veder vaga

com'io de l'addornarmi con le mani;

lei lo vedere, e me l'ovrare appaga”.



E gia` per li splendori antelucani,

che tanto a' pellegrin surgon piu` grati,

quanto, tornando, albergan men lontani,



le tenebre fuggian da tutti lati,

e 'l sonno mio con esse; ond'io leva'mi,

veggendo i gran maestri gia` levati.



“Quel dolce pome che per tanti rami

cercando va la cura de' mortali,

oggi porra` in pace le tue fami”.



Virgilio inverso me queste cotali

parole uso`; e mai non furo strenne

che fosser di piacere a queste iguali.



Tanto voler sopra voler mi venne

de l'esser su`, ch'ad ogne passo poi

al volo mi sentia crescer le penne.



Come la scala tutta sotto noi

fu corsa e fummo in su 'l grado superno,

in me ficco` Virgilio li occhi suoi,



e disse: “Il temporal foco e l'etterno

veduto hai, figlio; e se' venuto in parte

dov'io per me piu` oltre non discerno.



Tratto t'ho qui con ingegno e con arte;

lo tuo piacere omai prendi per duce;

fuor se' de l'erte vie, fuor se' de l'arte.



Vedi lo sol che 'n fronte ti riluce;

vedi l'erbette, i fiori e li arbuscelli

che qui la terra sol da se' produce.



Mentre che vegnan lieti li occhi belli

che, lagrimando, a te venir mi fenno,

seder ti puoi e puoi andar tra elli.



Non aspettar mio dir piu` ne' mio cenno;

libero, dritto e sano e` tuo arbitrio,

e fallo fora non fare a suo senno:



per ch'io te sovra te corono e mitrio”.







Purgatorio: Canto XXVIII



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Vago gia` di cercar dentro e dintorno

la divina foresta spessa e viva,

ch'a li occhi temperava il novo giorno,



sanza piu` aspettar, lasciai la riva,

prendendo la campagna lento lento

su per lo suol che d'ogne parte auliva.



Un'aura dolce, sanza mutamento

avere in se', mi feria per la fronte

non di piu` colpo che soave vento;



per cui le fronde, tremolando, pronte

tutte quante piegavano a la parte

u' la prim'ombra gitta il santo monte;



non pero` dal loro esser dritto sparte

tanto, che li augelletti per le cime

lasciasser d'operare ogne lor arte;



ma con piena letizia l'ore prime,

cantando, ricevieno intra le foglie,

che tenevan bordone a le sue rime,



tal qual di ramo in ramo si raccoglie

per la pineta in su 'l lito di Chiassi,

quand'Eolo scilocco fuor discioglie.



Gia` m'avean trasportato i lenti passi

dentro a la selva antica tanto, ch'io

non potea rivedere ond'io mi 'ntrassi;



ed ecco piu` andar mi tolse un rio,

che 'nver' sinistra con sue picciole onde

piegava l'erba che 'n sua ripa uscio.



Tutte l'acque che son di qua piu` monde,

parrieno avere in se' mistura alcuna,

verso di quella, che nulla nasconde,



avvegna che si mova bruna bruna

sotto l'ombra perpetua, che mai

raggiar non lascia sole ivi ne' luna.



Coi pie` ristretti e con li occhi passai

di la` dal fiumicello, per mirare

la gran variazion d'i freschi mai;



e la` m'apparve, si` com'elli appare

subitamente cosa che disvia

per maraviglia tutto altro pensare,



una donna soletta che si gia

e cantando e scegliendo fior da fiore

ond'era pinta tutta la sua via.



“Deh, bella donna, che a' raggi d'amore

ti scaldi, s'i' vo' credere a' sembianti

che soglion esser testimon del core,



vegnati in voglia di trarreti avanti”,

diss'io a lei, “verso questa rivera,

tanto ch'io possa intender che tu canti.



Tu mi fai rimembrar dove e qual era

Proserpina nel tempo che perdette

la madre lei, ed ella primavera”.



Come si volge, con le piante strette

a terra e intra se', donna che balli,

e piede innanzi piede a pena mette,



volsesi in su i vermigli e in su i gialli

fioretti verso me, non altrimenti

che vergine che li occhi onesti avvalli;



e fece i prieghi miei esser contenti,

si` appressando se', che 'l dolce suono

veniva a me co' suoi intendimenti.



Tosto che fu la` dove l'erbe sono

bagnate gia` da l'onde del bel fiume,

di levar li occhi suoi mi fece dono.



Non credo che splendesse tanto lume

sotto le ciglia a Venere, trafitta

dal figlio fuor di tutto suo costume.



Ella ridea da l'altra riva dritta,

trattando piu` color con le sue mani,

che l'alta terra sanza seme gitta.



Tre passi ci facea il fiume lontani;

ma Elesponto, la` 've passo` Serse,

ancora freno a tutti orgogli umani,



piu` odio da Leandro non sofferse

per mareggiare intra Sesto e Abido,

che quel da me perch'allor non s'aperse.



“Voi siete nuovi, e forse perch'io rido”,

comincio` ella, “in questo luogo eletto

a l'umana natura per suo nido,



maravigliando tienvi alcun sospetto;

ma luce rende il salmo Delectasti,

che puote disnebbiar vostro intelletto.



E tu che se' dinanzi e mi pregasti,

di` s'altro vuoli udir; ch'i' venni presta

ad ogne tua question tanto che basti”.



“L'acqua”, diss'io, “e 'l suon de la foresta

impugnan dentro a me novella fede

di cosa ch'io udi' contraria a questa”.



Ond'ella: “Io dicero` come procede

per sua cagion cio` ch'ammirar ti face,

e purghero` la nebbia che ti fiede.



Lo sommo Ben, che solo esso a se' piace,

fe' l'uom buono e a bene, e questo loco

diede per arr'a lui d'etterna pace.



Per sua difalta qui dimoro` poco;

per sua difalta in pianto e in affanno

cambio` onesto riso e dolce gioco.



Perche' 'l turbar che sotto da se' fanno

l'essalazion de l'acqua e de la terra,

che quanto posson dietro al calor vanno,



a l'uomo non facesse alcuna guerra,

questo monte salio verso 'l ciel tanto,

e libero n'e` d'indi ove si serra.



Or perche' in circuito tutto quanto

l'aere si volge con la prima volta,

se non li e` rotto il cerchio d'alcun canto,



in questa altezza ch'e` tutta disciolta

ne l'aere vivo, tal moto percuote,

e fa sonar la selva perch'e` folta;



e la percossa pianta tanto puote,

che de la sua virtute l'aura impregna,

e quella poi, girando, intorno scuote;



e l'altra terra, secondo ch'e` degna

per se' e per suo ciel, concepe e figlia

di diverse virtu` diverse legna.



Non parrebbe di la` poi maraviglia,

udito questo, quando alcuna pianta

sanza seme palese vi s'appiglia.



E saper dei che la campagna santa

dove tu se', d'ogne semenza e` piena,

e frutto ha in se' che di la` non si schianta.



L'acqua che vedi non surge di vena

che ristori vapor che gel converta,

come fiume ch'acquista e perde lena;



ma esce di fontana salda e certa,

che tanto dal voler di Dio riprende,

quant'ella versa da due parti aperta.



Da questa parte con virtu` discende

che toglie altrui memoria del peccato;

da l'altra d'ogne ben fatto la rende.



Quinci Lete`; cosi` da l'altro lato

Eunoe` si chiama, e non adopra

se quinci e quindi pria non e` gustato:



a tutti altri sapori esto e` di sopra.

E avvegna ch'assai possa esser sazia

la sete tua perch'io piu` non ti scuopra,



darotti un corollario ancor per grazia;

ne' credo che 'l mio dir ti sia men caro,

se oltre promession teco si spazia.



Quelli ch'anticamente poetaro

l'eta` de l'oro e suo stato felice,

forse in Parnaso esto loco sognaro.



Qui fu innocente l'umana radice;

qui primavera sempre e ogne frutto;

nettare e` questo di che ciascun dice”.



Io mi rivolsi 'n dietro allora tutto

a' miei poeti, e vidi che con riso

udito avean l'ultimo costrutto;



poi a la bella donna torna' il viso.







Purgatorio: Canto XXIX



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Cantando come donna innamorata,

continuo` col fin di sue parole:

'Beati quorum tecta sunt peccata!'.



E come ninfe che si givan sole

per le salvatiche ombre, disiando

qual di veder, qual di fuggir lo sole,



allor si mosse contra 'l fiume, andando

su per la riva; e io pari di lei,

picciol passo con picciol seguitando.



Non eran cento tra ' suoi passi e ' miei,

quando le ripe igualmente dier volta,

per modo ch'a levante mi rendei.



Ne' ancor fu cosi` nostra via molta,

quando la donna tutta a me si torse,

dicendo: “Frate mio, guarda e ascolta”.



Ed ecco un lustro subito trascorse

da tutte parti per la gran foresta,

tal che di balenar mi mise in forse.



Ma perche' 'l balenar, come vien, resta,

e quel, durando, piu` e piu` splendeva,

nel mio pensier dicea: 'Che cosa e` questa?'.



E una melodia dolce correva

per l'aere luminoso; onde buon zelo

mi fe' riprender l'ardimento d'Eva,



che la` dove ubidia la terra e 'l cielo,

femmina, sola e pur teste' formata,

non sofferse di star sotto alcun velo;



sotto 'l qual se divota fosse stata,

avrei quelle ineffabili delizie

sentite prima e piu` lunga fiata.



Mentr'io m'andava tra tante primizie

de l'etterno piacer tutto sospeso,

e disioso ancora a piu` letizie,



dinanzi a noi, tal quale un foco acceso,

ci si fe' l'aere sotto i verdi rami;

e 'l dolce suon per canti era gia` inteso.



O sacrosante Vergini, se fami,

freddi o vigilie mai per voi soffersi,

cagion mi sprona ch'io merce' vi chiami.



Or convien che Elicona per me versi,

e Uranie m'aiuti col suo coro

forti cose a pensar mettere in versi.



Poco piu` oltre, sette alberi d'oro

falsava nel parere il lungo tratto

del mezzo ch'era ancor tra noi e loro;



ma quand'i' fui si` presso di lor fatto,

che l'obietto comun, che 'l senso inganna,

non perdea per distanza alcun suo atto,



la virtu` ch'a ragion discorso ammanna,

si` com'elli eran candelabri apprese,

e ne le voci del cantare 'Osanna'.



Di sopra fiammeggiava il bello arnese

piu` chiaro assai che luna per sereno

di mezza notte nel suo mezzo mese.



Io mi rivolsi d'ammirazion pieno

al buon Virgilio, ed esso mi rispuose

con vista carca di stupor non meno.



Indi rendei l'aspetto a l'alte cose

che si movieno incontr'a noi si` tardi,

che foran vinte da novelle spose.



La donna mi sgrido`: “Perche' pur ardi

si` ne l'affetto de le vive luci,

e cio` che vien di retro a lor non guardi?”.



Genti vid'io allor, come a lor duci,

venire appresso, vestite di bianco;

e tal candor di qua gia` mai non fuci.



L'acqua imprendea dal sinistro fianco,

e rendea me la mia sinistra costa,

s'io riguardava in lei, come specchio anco.



Quand'io da la mia riva ebbi tal posta,

che solo il fiume mi facea distante,

per veder meglio ai passi diedi sosta,



e vidi le fiammelle andar davante,

lasciando dietro a se' l'aere dipinto,

e di tratti pennelli avean sembiante;



si` che li` sopra rimanea distinto

di sette liste, tutte in quei colori

onde fa l'arco il Sole e Delia il cinto.



Questi ostendali in dietro eran maggiori

che la mia vista; e, quanto a mio avviso,

diece passi distavan quei di fori.



Sotto cosi` bel ciel com'io diviso,

ventiquattro seniori, a due a due,

coronati venien di fiordaliso.



Tutti cantavan: “Benedicta tue

ne le figlie d'Adamo, e benedette

sieno in etterno le bellezze tue!”.



Poscia che i fiori e l'altre fresche erbette

a rimpetto di me da l'altra sponda

libere fuor da quelle genti elette,



si` come luce luce in ciel seconda,

vennero appresso lor quattro animali,

coronati ciascun di verde fronda.



Ognuno era pennuto di sei ali;

le penne piene d'occhi; e li occhi d'Argo,

se fosser vivi, sarebber cotali.



A descriver lor forme piu` non spargo

rime, lettor; ch'altra spesa mi strigne,

tanto ch'a questa non posso esser largo;



ma leggi Ezechiel, che li dipigne

come li vide da la fredda parte

venir con vento e con nube e con igne;



e quali i troverai ne le sue carte,

tali eran quivi, salvo ch'a le penne

Giovanni e` meco e da lui si diparte.



Lo spazio dentro a lor quattro contenne

un carro, in su due rote, triunfale,

ch'al collo d'un grifon tirato venne.



Esso tendeva in su` l'una e l'altra ale

tra la mezzana e le tre e tre liste,

si` ch'a nulla, fendendo, facea male.



Tanto salivan che non eran viste;

le membra d'oro avea quant'era uccello,

e bianche l'altre, di vermiglio miste.



Non che Roma di carro cosi` bello

rallegrasse Affricano, o vero Augusto,

ma quel del Sol saria pover con ello;



quel del Sol che, sviando, fu combusto

per l'orazion de la Terra devota,

quando fu Giove arcanamente giusto.



Tre donne in giro da la destra rota

venian danzando; l'una tanto rossa

ch'a pena fora dentro al foco nota;



l'altr'era come se le carni e l'ossa

fossero state di smeraldo fatte;

la terza parea neve teste' mossa;



e or parean da la bianca tratte,

or da la rossa; e dal canto di questa

l'altre toglien l'andare e tarde e ratte.



Da la sinistra quattro facean festa,

in porpore vestite, dietro al modo

d'una di lor ch'avea tre occhi in testa.



Appresso tutto il pertrattato nodo

vidi due vecchi in abito dispari,

ma pari in atto e onesto e sodo.



L'un si mostrava alcun de' famigliari

di quel sommo Ipocrate che natura

a li animali fe' ch'ell'ha piu` cari;



mostrava l'altro la contraria cura

con una spada lucida e aguta,

tal che di qua dal rio mi fe' paura.



Poi vidi quattro in umile paruta;

e di retro da tutti un vecchio solo

venir, dormendo, con la faccia arguta.



E questi sette col primaio stuolo

erano abituati, ma di gigli

dintorno al capo non facean brolo,



anzi di rose e d'altri fior vermigli;

giurato avria poco lontano aspetto

che tutti ardesser di sopra da' cigli.



E quando il carro a me fu a rimpetto,

un tuon s'udi`, e quelle genti degne

parvero aver l'andar piu` interdetto,



fermandosi ivi con le prime insegne.







Purgatorio: Canto XXX



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Quando il settentrion del primo cielo,

che ne' occaso mai seppe ne' orto

ne' d'altra nebbia che di colpa velo,



e che faceva li` ciascun accorto

di suo dover, come 'l piu` basso face

qual temon gira per venire a porto,



fermo s'affisse: la gente verace,

venuta prima tra 'l grifone ed esso,

al carro volse se' come a sua pace;



e un di loro, quasi da ciel messo,

'Veni, sponsa, de Libano' cantando

grido` tre volte, e tutti li altri appresso.



Quali i beati al novissimo bando

surgeran presti ognun di sua caverna,

la revestita voce alleluiando,



cotali in su la divina basterna

si levar cento, ad vocem tanti senis,

ministri e messaggier di vita etterna.



Tutti dicean: 'Benedictus qui venis!',

e fior gittando e di sopra e dintorno,

'Manibus, oh, date lilia plenis!'.



Io vidi gia` nel cominciar del giorno

la parte oriental tutta rosata,

e l'altro ciel di bel sereno addorno;



e la faccia del sol nascere ombrata,

si` che per temperanza di vapori

l'occhio la sostenea lunga fiata:



cosi` dentro una nuvola di fiori

che da le mani angeliche saliva

e ricadeva in giu` dentro e di fori,



sovra candido vel cinta d'uliva

donna m'apparve, sotto verde manto

vestita di color di fiamma viva.



E lo spirito mio, che gia` cotanto

tempo era stato ch'a la sua presenza

non era di stupor, tremando, affranto,



sanza de li occhi aver piu` conoscenza,

per occulta virtu` che da lei mosse,

d'antico amor senti` la gran potenza.



Tosto che ne la vista mi percosse

l'alta virtu` che gia` m'avea trafitto

prima ch'io fuor di puerizia fosse,



volsimi a la sinistra col respitto

col quale il fantolin corre a la mamma

quando ha paura o quando elli e` afflitto,



per dicere a Virgilio: 'Men che dramma

di sangue m'e` rimaso che non tremi:

conosco i segni de l'antica fiamma'.



Ma Virgilio n'avea lasciati scemi

di se', Virgilio dolcissimo patre,

Virgilio a cui per mia salute die'mi;



ne' quantunque perdeo l'antica matre,

valse a le guance nette di rugiada,

che, lagrimando, non tornasser atre.



“Dante, perche' Virgilio se ne vada,

non pianger anco, non pianger ancora;

che' pianger ti conven per altra spada”.



Quasi ammiraglio che in poppa e in prora

viene a veder la gente che ministra

per li altri legni, e a ben far l'incora;



in su la sponda del carro sinistra,

quando mi volsi al suon del nome mio,

che di necessita` qui si registra,



vidi la donna che pria m'appario

velata sotto l'angelica festa,

drizzar li occhi ver' me di qua dal rio.



Tutto che 'l vel che le scendea di testa,

cerchiato de le fronde di Minerva,

non la lasciasse parer manifesta,



regalmente ne l'atto ancor proterva

continuo` come colui che dice

e 'l piu` caldo parlar dietro reserva:



“Guardaci ben! Ben son, ben son Beatrice.

Come degnasti d'accedere al monte?

non sapei tu che qui e` l'uom felice?”.



Li occhi mi cadder giu` nel chiaro fonte;

ma veggendomi in esso, i trassi a l'erba,

tanta vergogna mi gravo` la fronte.



Cosi` la madre al figlio par superba,

com'ella parve a me; perche' d'amaro

sente il sapor de la pietade acerba.



Ella si tacque; e li angeli cantaro

di subito 'In te, Domine, speravi';

ma oltre 'pedes meos' non passaro.



Si` come neve tra le vive travi

per lo dosso d'Italia si congela,

soffiata e stretta da li venti schiavi,



poi, liquefatta, in se' stessa trapela,

pur che la terra che perde ombra spiri,

si` che par foco fonder la candela;



cosi` fui sanza lagrime e sospiri

anzi 'l cantar di quei che notan sempre

dietro a le note de li etterni giri;



ma poi che 'ntesi ne le dolci tempre

lor compatire a me, par che se detto

avesser: 'Donna, perche' si` lo stempre?',



lo gel che m'era intorno al cor ristretto,

spirito e acqua fessi, e con angoscia

de la bocca e de li occhi usci` del petto.



Ella, pur ferma in su la detta coscia

del carro stando, a le sustanze pie

volse le sue parole cosi` poscia:



“Voi vigilate ne l'etterno die,

si` che notte ne' sonno a voi non fura

passo che faccia il secol per sue vie;



onde la mia risposta e` con piu` cura

che m'intenda colui che di la` piagne,

perche' sia colpa e duol d'una misura.



Non pur per ovra de le rote magne,

che drizzan ciascun seme ad alcun fine

secondo che le stelle son compagne,



ma per larghezza di grazie divine,

che si` alti vapori hanno a lor piova,

che nostre viste la` non van vicine,



questi fu tal ne la sua vita nova

virtualmente, ch'ogne abito destro

fatto averebbe in lui mirabil prova.



Ma tanto piu` maligno e piu` silvestro

si fa 'l terren col mal seme e non colto,

quant'elli ha piu` di buon vigor terrestro.



Alcun tempo il sostenni col mio volto:

mostrando li occhi giovanetti a lui,

meco il menava in dritta parte volto.



Si` tosto come in su la soglia fui

di mia seconda etade e mutai vita,

questi si tolse a me, e diessi altrui.



Quando di carne a spirto era salita

e bellezza e virtu` cresciuta m'era,

fu' io a lui men cara e men gradita;



e volse i passi suoi per via non vera,

imagini di ben seguendo false,

che nulla promession rendono intera.



Ne' l'impetrare ispirazion mi valse,

con le quali e in sogno e altrimenti

lo rivocai; si` poco a lui ne calse!



Tanto giu` cadde, che tutti argomenti

a la salute sua eran gia` corti,

fuor che mostrarli le perdute genti.



Per questo visitai l'uscio d'i morti

e a colui che l'ha qua su` condotto,

li prieghi miei, piangendo, furon porti.



Alto fato di Dio sarebbe rotto,

se Lete' si passasse e tal vivanda

fosse gustata sanza alcuno scotto



di pentimento che lagrime spanda”.







Purgatorio: Canto XXXI



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“O tu che se' di la` dal fiume sacro”,

volgendo suo parlare a me per punta,

che pur per taglio m'era paruto acro,



ricomincio`, seguendo sanza cunta,

“di`, di` se questo e` vero: a tanta accusa

tua confession conviene esser congiunta”.



Era la mia virtu` tanto confusa,

che la voce si mosse, e pria si spense

che da li organi suoi fosse dischiusa.



Poco sofferse; poi disse: “Che pense?

Rispondi a me; che' le memorie triste

in te non sono ancor da l'acqua offense”.



Confusione e paura insieme miste

mi pinsero un tal “si`” fuor de la bocca,

al quale intender fuor mestier le viste.



Come balestro frange, quando scocca

da troppa tesa la sua corda e l'arco,

e con men foga l'asta il segno tocca,



si` scoppia' io sottesso grave carco,

fuori sgorgando lagrime e sospiri,

e la voce allento` per lo suo varco.



Ond'ella a me: “Per entro i mie' disiri,

che ti menavano ad amar lo bene

di la` dal qual non e` a che s'aspiri,



quai fossi attraversati o quai catene

trovasti, per che del passare innanzi

dovessiti cosi` spogliar la spene?



E quali agevolezze o quali avanzi

ne la fronte de li altri si mostraro,

per che dovessi lor passeggiare anzi?”.



Dopo la tratta d'un sospiro amaro,

a pena ebbi la voce che rispuose,

e le labbra a fatica la formaro.



Piangendo dissi: “Le presenti cose

col falso lor piacer volser miei passi,

tosto che 'l vostro viso si nascose”.



Ed ella: “Se tacessi o se negassi

cio` che confessi, non fora men nota

la colpa tua: da tal giudice sassi!



Ma quando scoppia de la propria gota

l'accusa del peccato, in nostra corte

rivolge se' contra 'l taglio la rota.



Tuttavia, perche' mo vergogna porte

del tuo errore, e perche' altra volta,

udendo le serene, sie piu` forte,



pon giu` il seme del piangere e ascolta:

si` udirai come in contraria parte

mover dovieti mia carne sepolta.



Mai non t'appresento` natura o arte

piacer, quanto le belle membra in ch'io

rinchiusa fui, e che so' 'n terra sparte;



e se 'l sommo piacer si` ti fallio

per la mia morte, qual cosa mortale

dovea poi trarre te nel suo disio?



Ben ti dovevi, per lo primo strale

de le cose fallaci, levar suso

di retro a me che non era piu` tale.



Non ti dovea gravar le penne in giuso,

ad aspettar piu` colpo, o pargoletta

o altra vanita` con si` breve uso.



Novo augelletto due o tre aspetta;

ma dinanzi da li occhi d'i pennuti

rete si spiega indarno o si saetta”.



Quali fanciulli, vergognando, muti

con li occhi a terra stannosi, ascoltando

e se' riconoscendo e ripentuti,



tal mi stav'io; ed ella disse: “Quando

per udir se' dolente, alza la barba,

e prenderai piu` doglia riguardando”.



Con men di resistenza si dibarba

robusto cerro, o vero al nostral vento

o vero a quel de la terra di Iarba,



ch'io non levai al suo comando il mento;

e quando per la barba il viso chiese,

ben conobbi il velen de l'argomento.



E come la mia faccia si distese,

posarsi quelle prime creature

da loro aspersion l'occhio comprese;



e le mie luci, ancor poco sicure,

vider Beatrice volta in su la fiera

ch'e` sola una persona in due nature.



Sotto 'l suo velo e oltre la rivera

vincer pariemi piu` se' stessa antica,

vincer che l'altre qui, quand'ella c'era.



Di penter si` mi punse ivi l'ortica

che di tutte altre cose qual mi torse

piu` nel suo amor, piu` mi si fe' nemica.



Tanta riconoscenza il cor mi morse,

ch'io caddi vinto; e quale allora femmi,

salsi colei che la cagion mi porse.



Poi, quando il cor virtu` di fuor rendemmi,

la donna ch'io avea trovata sola

sopra me vidi, e dicea: “Tiemmi, tiemmi!”.



Tratto m'avea nel fiume infin la gola,

e tirandosi me dietro sen giva

sovresso l'acqua lieve come scola.



Quando fui presso a la beata riva,

'Asperges me' si` dolcemente udissi,

che nol so rimembrar, non ch'io lo scriva.



La bella donna ne le braccia aprissi;

abbracciommi la testa e mi sommerse

ove convenne ch'io l'acqua inghiottissi.



Indi mi tolse, e bagnato m'offerse

dentro a la danza de le quattro belle;

e ciascuna del braccio mi coperse.



“Noi siam qui ninfe e nel ciel siamo stelle:

pria che Beatrice discendesse al mondo,

fummo ordinate a lei per sue ancelle.



Merrenti a li occhi suoi; ma nel giocondo

lume ch'e` dentro aguzzeranno i tuoi

le tre di la`, che miran piu` profondo”.



Cosi` cantando cominciaro; e poi

al petto del grifon seco menarmi,

ove Beatrice stava volta a noi.



Disser: “Fa che le viste non risparmi;

posto t'avem dinanzi a li smeraldi

ond'Amor gia` ti trasse le sue armi”.



Mille disiri piu` che fiamma caldi

strinsermi li occhi a li occhi rilucenti,

che pur sopra 'l grifone stavan saldi.



Come in lo specchio il sol, non altrimenti

la doppia fiera dentro vi raggiava,

or con altri, or con altri reggimenti.



Pensa, lettor, s'io mi maravigliava,

quando vedea la cosa in se' star queta,

e ne l'idolo suo si trasmutava.



Mentre che piena di stupore e lieta

l'anima mia gustava di quel cibo

che, saziando di se', di se' asseta,



se' dimostrando di piu` alto tribo

ne li atti, l'altre tre si fero avanti,

danzando al loro angelico caribo.



“Volgi, Beatrice, volgi li occhi santi”,

era la sua canzone, “al tuo fedele

che, per vederti, ha mossi passi tanti!



Per grazia fa noi grazia che disvele

a lui la bocca tua, si` che discerna

la seconda bellezza che tu cele”.



O isplendor di viva luce etterna,

chi palido si fece sotto l'ombra

si` di Parnaso, o bevve in sua cisterna,



che non paresse aver la mente ingombra,

tentando a render te qual tu paresti

la` dove armonizzando il ciel t'adombra,



quando ne l'aere aperto ti solvesti?





Purgatorio: Canto XXXII



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Tant'eran li occhi miei fissi e attenti

a disbramarsi la decenne sete,

che li altri sensi m'eran tutti spenti.



Ed essi quinci e quindi avien parete

di non caler - cosi` lo santo riso

a se' traeli con l'antica rete! -;



quando per forza mi fu volto il viso

ver' la sinistra mia da quelle dee,

perch'io udi' da loro un “Troppo fiso!”;



e la disposizion ch'a veder ee

ne li occhi pur teste' dal sol percossi,

sanza la vista alquanto esser mi fee.



Ma poi ch'al poco il viso riformossi

(e dico 'al poco' per rispetto al molto

sensibile onde a forza mi rimossi),



vidi 'n sul braccio destro esser rivolto

lo glorioso essercito, e tornarsi

col sole e con le sette fiamme al volto.



Come sotto li scudi per salvarsi

volgesi schiera, e se' gira col segno,

prima che possa tutta in se' mutarsi;



quella milizia del celeste regno

che procedeva, tutta trapassonne

pria che piegasse il carro il primo legno.



Indi a le rote si tornar le donne,

e 'l grifon mosse il benedetto carco

si`, che pero` nulla penna crollonne.



La bella donna che mi trasse al varco

e Stazio e io seguitavam la rota

che fe' l'orbita sua con minore arco.



Si` passeggiando l'alta selva vota,

colpa di quella ch'al serpente crese,

temprava i passi un'angelica nota.



Forse in tre voli tanto spazio prese

disfrenata saetta, quanto eramo

rimossi, quando Beatrice scese.



Io senti' mormorare a tutti “Adamo”;

poi cerchiaro una pianta dispogliata

di foglie e d'altra fronda in ciascun ramo.



La coma sua, che tanto si dilata

piu` quanto piu` e` su`, fora da l'Indi

ne' boschi lor per altezza ammirata.



“Beato se', grifon, che non discindi

col becco d'esto legno dolce al gusto,

poscia che mal si torce il ventre quindi”.



Cosi` dintorno a l'albero robusto

gridaron li altri; e l'animal binato:

“Si` si conserva il seme d'ogne giusto”.



E volto al temo ch'elli avea tirato,

trasselo al pie` de la vedova frasca,

e quel di lei a lei lascio` legato.



Come le nostre piante, quando casca

giu` la gran luce mischiata con quella

che raggia dietro a la celeste lasca,



turgide fansi, e poi si rinovella

di suo color ciascuna, pria che 'l sole

giunga li suoi corsier sotto altra stella;



men che di rose e piu` che di viole

colore aprendo, s'innovo` la pianta,

che prima avea le ramora si` sole.



Io non lo 'ntesi, ne' qui non si canta

l'inno che quella gente allor cantaro,

ne' la nota soffersi tutta quanta.



S'io potessi ritrar come assonnaro

li occhi spietati udendo di Siringa,

li occhi a cui pur vegghiar costo` si` caro;



come pintor che con essempro pinga,

disegnerei com'io m'addormentai;

ma qual vuol sia che l'assonnar ben finga.



Pero` trascorro a quando mi svegliai,

e dico ch'un splendor mi squarcio` 'l velo

del sonno e un chiamar: “Surgi: che fai?”.



Quali a veder de' fioretti del melo

che del suo pome li angeli fa ghiotti

e perpetue nozze fa nel cielo,



Pietro e Giovanni e Iacopo condotti

e vinti, ritornaro a la parola

da la qual furon maggior sonni rotti,



e videro scemata loro scuola

cosi` di Moise` come d'Elia,

e al maestro suo cangiata stola;



tal torna' io, e vidi quella pia

sovra me starsi che conducitrice

fu de' miei passi lungo 'l fiume pria.



E tutto in dubbio dissi: “Ov'e` Beatrice?”.

Ond'ella: “Vedi lei sotto la fronda

nova sedere in su la sua radice.



Vedi la compagnia che la circonda:

li altri dopo 'l grifon sen vanno suso

con piu` dolce canzone e piu` profonda”.



E se piu` fu lo suo parlar diffuso,

non so, pero` che gia` ne li occhi m'era

quella ch'ad altro intender m'avea chiuso.



Sola sedeasi in su la terra vera,

come guardia lasciata li` del plaustro

che legar vidi a la biforme fera.



In cerchio le facean di se' claustro

le sette ninfe, con quei lumi in mano

che son sicuri d'Aquilone e d'Austro.



“Qui sarai tu poco tempo silvano;

e sarai meco sanza fine cive

di quella Roma onde Cristo e` romano.



Pero`, in pro del mondo che mal vive,

al carro tieni or li occhi, e quel che vedi,

ritornato di la`, fa che tu scrive”.



Cosi` Beatrice; e io, che tutto ai piedi

d'i suoi comandamenti era divoto,

la mente e li occhi ov'ella volle diedi.



Non scese mai con si` veloce moto

foco di spessa nube, quando piove

da quel confine che piu` va remoto,



com'io vidi calar l'uccel di Giove

per l'alber giu`, rompendo de la scorza,

non che d'i fiori e de le foglie nove;



e feri` 'l carro di tutta sua forza;

ond'el piego` come nave in fortuna,

vinta da l'onda, or da poggia, or da orza.



Poscia vidi avventarsi ne la cuna

del triunfal veiculo una volpe

che d'ogne pasto buon parea digiuna;



ma, riprendendo lei di laide colpe,

la donna mia la volse in tanta futa

quanto sofferser l'ossa sanza polpe.



Poscia per indi ond'era pria venuta,

l'aguglia vidi scender giu` ne l'arca

del carro e lasciar lei di se' pennuta;



e qual esce di cuor che si rammarca,

tal voce usci` del cielo e cotal disse:

“O navicella mia, com'mal se' carca!”.



Poi parve a me che la terra s'aprisse

tr'ambo le ruote, e vidi uscirne un drago

che per lo carro su` la coda fisse;



e come vespa che ritragge l'ago,

a se' traendo la coda maligna,

trasse del fondo, e gissen vago vago.



Quel che rimase, come da gramigna

vivace terra, da la piuma, offerta

forse con intenzion sana e benigna,



si ricoperse, e funne ricoperta

e l'una e l'altra rota e 'l temo, in tanto

che piu` tiene un sospir la bocca aperta.



Trasformato cosi` 'l dificio santo

mise fuor teste per le parti sue,

tre sovra 'l temo e una in ciascun canto.



Le prime eran cornute come bue,

ma le quattro un sol corno avean per fronte:

simile mostro visto ancor non fue.



Sicura, quasi rocca in alto monte,

seder sovresso una puttana sciolta

m'apparve con le ciglia intorno pronte;



e come perche' non li fosse tolta,

vidi di costa a lei dritto un gigante;

e baciavansi insieme alcuna volta.



Ma perche' l'occhio cupido e vagante

a me rivolse, quel feroce drudo

la flagello` dal capo infin le piante;



poi, di sospetto pieno e d'ira crudo,

disciolse il mostro, e trassel per la selva,

tanto che sol di lei mi fece scudo



a la puttana e a la nova belva.







Purgatorio: Canto XXXIII



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'Deus, venerunt gentes', alternando

or tre or quattro dolce salmodia,

le donne incominciaro, e lagrimando;



e Beatrice sospirosa e pia,

quelle ascoltava si` fatta, che poco

piu` a la croce si cambio` Maria.



Ma poi che l'altre vergini dier loco

a lei di dir, levata dritta in pe`,

rispuose, colorata come foco:



'Modicum, et non videbitis me;

et iterum, sorelle mie dilette,

modicum, et vos videbitis me'.



Poi le si mise innanzi tutte e sette,

e dopo se', solo accennando, mosse

me e la donna e 'l savio che ristette.



Cosi` sen giva; e non credo che fosse

lo decimo suo passo in terra posto,

quando con li occhi li occhi mi percosse;



e con tranquillo aspetto “Vien piu` tosto”,

mi disse, “tanto che, s'io parlo teco,

ad ascoltarmi tu sie ben disposto”.



Si` com'io fui, com'io dovea, seco,

dissemi: “Frate, perche' non t'attenti

a domandarmi omai venendo meco?”.



Come a color che troppo reverenti

dinanzi a suo maggior parlando sono,

che non traggon la voce viva ai denti.



avvenne a me, che sanza intero suono

incominciai: “Madonna, mia bisogna

voi conoscete, e cio` ch'ad essa e` buono”.



Ed ella a me: “Da tema e da vergogna

voglio che tu omai ti disviluppe,

si` che non parli piu` com'om che sogna.



Sappi che 'l vaso che 'l serpente ruppe

fu e non e`; ma chi n'ha colpa, creda

che vendetta di Dio non teme suppe.



Non sara` tutto tempo sanza reda

l'aguglia che lascio` le penne al carro,

per che divenne mostro e poscia preda;



ch'io veggio certamente, e pero` il narro,

a darne tempo gia` stelle propinque,

secure d'ogn'intoppo e d'ogni sbarro,



nel quale un cinquecento diece e cinque,

messo di Dio, ancidera` la fuia

con quel gigante che con lei delinque.



E forse che la mia narrazion buia,

qual Temi e Sfinge, men ti persuade,

perch'a lor modo lo 'ntelletto attuia;



ma tosto fier li fatti le Naiade,

che solveranno questo enigma forte

sanza danno di pecore o di biade.



Tu nota; e si` come da me son porte,

cosi` queste parole segna a' vivi

del viver ch'e` un correre a la morte.



E aggi a mente, quando tu le scrivi,

di non celar qual hai vista la pianta

ch'e` or due volte dirubata quivi.



Qualunque ruba quella o quella schianta,

con bestemmia di fatto offende a Dio,

che solo a l'uso suo la creo` santa.



Per morder quella, in pena e in disio

cinquemilia anni e piu` l'anima prima

bramo` colui che 'l morso in se' punio.



Dorme lo 'ngegno tuo, se non estima

per singular cagione esser eccelsa

lei tanto e si` travolta ne la cima.



E se stati non fossero acqua d'Elsa

li pensier vani intorno a la tua mente,

e 'l piacer loro un Piramo a la gelsa,



per tante circostanze solamente

la giustizia di Dio, ne l'interdetto,

conosceresti a l'arbor moralmente.



Ma perch'io veggio te ne lo 'ntelletto

fatto di pietra e, impetrato, tinto,

si` che t'abbaglia il lume del mio detto,



voglio anco, e se non scritto, almen dipinto,

che 'l te ne porti dentro a te per quello

che si reca il bordon di palma cinto”.



E io: “Si` come cera da suggello,

che la figura impressa non trasmuta,

segnato e` or da voi lo mio cervello.



Ma perche' tanto sovra mia veduta

vostra parola disiata vola,

che piu` la perde quanto piu` s'aiuta?”.



“Perche' conoschi”, disse, “quella scuola

c'hai seguitata, e veggi sua dottrina

come puo` seguitar la mia parola;



e veggi vostra via da la divina

distar cotanto, quanto si discorda

da terra il ciel che piu` alto festina”.



Ond'io rispuosi lei: “Non mi ricorda

ch'i' straniasse me gia` mai da voi,

ne' honne coscienza che rimorda”.



“E se tu ricordar non te ne puoi”,

sorridendo rispuose, “or ti rammenta

come bevesti di Lete` ancoi;



e se dal fummo foco s'argomenta,

cotesta oblivion chiaro conchiude

colpa ne la tua voglia altrove attenta.



Veramente oramai saranno nude

le mie parole, quanto converrassi

quelle scovrire a la tua vista rude”.



E piu` corusco e con piu` lenti passi

teneva il sole il cerchio di merigge,

che qua e la`, come li aspetti, fassi



quando s'affisser, si` come s'affigge

chi va dinanzi a gente per iscorta

se trova novitate o sue vestigge,



le sette donne al fin d'un'ombra smorta,

qual sotto foglie verdi e rami nigri

sovra suoi freddi rivi l'Alpe porta.



Dinanzi ad esse Eufrates e Tigri

veder mi parve uscir d'una fontana,

e, quasi amici, dipartirsi pigri.



“O luce, o gloria de la gente umana,

che acqua e` questa che qui si dispiega

da un principio e se' da se' lontana?”.



Per cotal priego detto mi fu: “Priega

Matelda che 'l ti dica”. E qui rispuose,

come fa chi da colpa si dislega,



la bella donna: “Questo e altre cose

dette li son per me; e son sicura

che l'acqua di Lete` non gliel nascose”.



E Beatrice: “Forse maggior cura,

che spesse volte la memoria priva,

fatt'ha la mente sua ne li occhi oscura.



Ma vedi Eunoe` che la` diriva:

menalo ad esso, e come tu se' usa,

la tramortita sua virtu` ravviva”.



Come anima gentil, che non fa scusa,

ma fa sua voglia de la voglia altrui

tosto che e` per segno fuor dischiusa;



cosi`, poi che da essa preso fui,

la bella donna mossesi, e a Stazio

donnescamente disse: “Vien con lui”.



S'io avessi, lettor, piu` lungo spazio

da scrivere, i' pur cantere' in parte

lo dolce ber che mai non m'avria sazio;



ma perche' piene son tutte le carte

ordite a questa cantica seconda,

non mi lascia piu` ir lo fren de l'arte.



Io ritornai da la santissima onda

rifatto si` come piante novelle

rinnovellate di novella fronda,



puro e disposto a salire alle stelle.







PARADISO









Paradiso: Canto I



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La gloria di colui che tutto move

per l'universo penetra, e risplende

in una parte piu` e meno altrove.



Nel ciel che piu` de la sua luce prende

fu' io, e vidi cose che ridire

ne' sa ne' puo` chi di la` su` discende;



perche' appressando se' al suo disire,

nostro intelletto si profonda tanto,

che dietro la memoria non puo` ire.



Veramente quant'io del regno santo

ne la mia mente potei far tesoro,

sara` ora materia del mio canto.



O buono Appollo, a l'ultimo lavoro

fammi del tuo valor si` fatto vaso,

come dimandi a dar l'amato alloro.



Infino a qui l'un giogo di Parnaso

assai mi fu; ma or con amendue

m'e` uopo intrar ne l'aringo rimaso.



Entra nel petto mio, e spira tue

si` come quando Marsia traesti

de la vagina de le membra sue.



O divina virtu`, se mi ti presti

tanto che l'ombra del beato regno

segnata nel mio capo io manifesti,



vedra'mi al pie` del tuo diletto legno

venire, e coronarmi de le foglie

che la materia e tu mi farai degno.



Si` rade volte, padre, se ne coglie

per triunfare o cesare o poeta,

colpa e vergogna de l'umane voglie,



che parturir letizia in su la lieta

delfica deita` dovria la fronda

peneia, quando alcun di se' asseta.



Poca favilla gran fiamma seconda:

forse di retro a me con miglior voci

si preghera` perche' Cirra risponda.



Surge ai mortali per diverse foci

la lucerna del mondo; ma da quella

che quattro cerchi giugne con tre croci,



con miglior corso e con migliore stella

esce congiunta, e la mondana cera

piu` a suo modo tempera e suggella.



Fatto avea di la` mane e di qua sera

tal foce, e quasi tutto era la` bianco

quello emisperio, e l'altra parte nera,



quando Beatrice in sul sinistro fianco

vidi rivolta e riguardar nel sole:

aquila si` non li s'affisse unquanco.



E si` come secondo raggio suole

uscir del primo e risalire in suso,

pur come pelegrin che tornar vuole,



cosi` de l'atto suo, per li occhi infuso

ne l'imagine mia, il mio si fece,

e fissi li occhi al sole oltre nostr'uso.



Molto e` licito la`, che qui non lece

a le nostre virtu`, merce' del loco

fatto per proprio de l'umana spece.



Io nol soffersi molto, ne' si` poco,

ch'io nol vedessi sfavillar dintorno,

com'ferro che bogliente esce del foco;



e di subito parve giorno a giorno

essere aggiunto, come quei che puote

avesse il ciel d'un altro sole addorno.



Beatrice tutta ne l'etterne rote

fissa con li occhi stava; e io in lei

le luci fissi, di la` su` rimote.



Nel suo aspetto tal dentro mi fei,

qual si fe' Glauco nel gustar de l'erba

che 'l fe' consorto in mar de li altri dei.



Trasumanar significar per verba

non si poria; pero` l'essemplo basti

a cui esperienza grazia serba.



S'i' era sol di me quel che creasti

novellamente, amor che 'l ciel governi,

tu 'l sai, che col tuo lume mi levasti.



Quando la rota che tu sempiterni

desiderato, a se' mi fece atteso

con l'armonia che temperi e discerni,



parvemi tanto allor del cielo acceso

de la fiamma del sol, che pioggia o fiume

lago non fece alcun tanto disteso.



La novita` del suono e 'l grande lume

di lor cagion m'accesero un disio

mai non sentito di cotanto acume.



Ond'ella, che vedea me si` com'io,

a quietarmi l'animo commosso,

pria ch'io a dimandar, la bocca aprio,



e comincio`: “Tu stesso ti fai grosso

col falso imaginar, si` che non vedi

cio` che vedresti se l'avessi scosso.



Tu non se' in t